A proposito di FILL: incontro con Marco Mancassola e Stefano Jossa

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Londra è un trapezio su cui stare in equilibrio

Marco Mancassola e Stefano Jossa sono tra gli ideatori e organizzatori di FILL, il Festival of Italian Literature in London che si terrà il 27 e 28 ottobre 2018 presso il Coronet Theatre di Notting Hill.
FILL, giunto ormai alla seconda edizione, raccoglie oltre quaranta autori, tra italiani e stranieri, chiamati a confrontarsi su temi di attualità politica e culturale da un punto di vista prevalentemente letterario.

Qui Marco Mancassola e Stefano Jossa sono intervistati da Laura Savarino.

Comincerei da una domanda preliminare: la prima edizione di FILL si tiene nell’ottobre 2017. A giugno 2016 il Regno Unito vota per uscire dall’Unione europea e pressoché ovunque in Europa si assiste a una crisi dei valori democratici.
L’idea di FILL nasce dopo Brexit, come sua diretta conseguenza? O Brexit ne ha soltanto accelerato la realizzazione, rendendo in qualche modo necessaria la presenza di un festival ideato e organizzato da stranieri, aperto al dialogo e al confronto? 

MM: Pensavamo al FILL già prima di Brexit, ma il referendum ci ha indubbiamente dato una scossa: ci siamo resi conto che era il momento di dare un segnale, di fare tutto quello che potevamo come intellettuali italiani a Londra. Allora abbiamo riunito le forze e creato dinamiche di comunità. La parola “comunità”, dopotutto, è centrale nell’etica di FILL e ha a che fare proprio con questo interrogativo: come reagiamo a ciò che sta accadendo qui, in quanto italiani a Londra?

SJ: Sì, il progetto nasce prima di Brexit, a seguito di una serie di incontri avvenuti tra me, Marco e Tiziana Mancinelli. Mi piace sempre ricordare Tiziana, anche se purtroppo non ha più potuto partecipare all’organizzazione perché si è trasferita a Colonia. Il suo trasferimento mi sembra, in fondo, un sintomo dell’idea stessa di FILL: un festival in movimento, che raccoglie persone, idee, ipotesi ed energie.

Parliamo della location: Londra. Centro d’avanguardia, metropoli inquieta e sempre in fermento, Londra sembra incarnare appieno l’identità del festival: scelta casuale o voluta?

MM: Quel che è successo in Inghilterra, con Brexit, è la conseguenza più estrema di una tendenza generale a cui si assiste in tutta Europa, Italia compresa: in questo senso Londra diventa una sorta di trapezio su cui stare in equilibrio e guardare l’orizzonte da un punto di osservazione peculiare e nevralgico.

SJ: Abbiamo scelto Londra fin dall’inizio perché rappresenta un luogo di transito in cui energie produttive, mentali e intellettuali si incontrano e si scambiano. Londra è, in fondo, il centro del mondo. Per gli italiani ha un potere simbolico decisivo: è il nostro interlocutore principale fuori d’Italia, il luogo in cui molti di noi vanno per cercare un altrove che è anche una continuità con la nostra esperienza italiana. Brexit in qualche modo ha potenziato tutto questo: Londra è, adesso, il luogo nel quale si elabora la progettualità dello stare insieme da un punto vista politico e culturale, una progettualità fondata sia sull’accoglienza che sull’allontanamento. Should I stay or should I go?

L’edizione 2018 affronta temi come l’immigrazione, il senso di appartenenza, l’integrazione in un paese straniero: è stata la vostra situazione personale, da stranieri integrati, a costituire il punto di partenza del nuovo FILL?

MM: Quello che ha contato in questo senso è stato proprio vivere in una città come Londra, che da un lato spinge tutto all’ennesima potenza e dall’altro subisce il contraccolpo di quest’accelerazione, reagendo, com’è stato con Brexit, con un ritorno al passato. L’esperienza personale e quotidiana ha provocato allora una sensazione di fragilità, una vulnerabilità rispetto al presente e ai temi che si agitano intorno a noi, che sono diventati materia di confronto nel programma di FILL.

SJ: FILL è un luogo di riflessione su dinamiche della contemporaneità affrontate da un punto di vista che ci riguarda personalmente, e cioè da quello prevalentemente e specificamente letterario. È poi l’occasione di far emergere una comunità, quella italiana, che ci siamo resi conto non sempre si incontra e si esprime, travolta dalla dimensione della megalopoli. Il programma del festival riflette la nostra idea di costruire una rete dentro la quale collocare diversi sguardi e diverse voci; punti di vista differenti che dialogano però in un’ottica di mondialità.

A proposito di letteratura: secondo voi la Brexit ha già avuto ripercussioni sul romanzo contemporaneo?

MM: Ali Smith, che sarà presente a FILL, è uno dei pochi autori ad aver affrontato di petto la questione Brexit nei romanzi Autumn (pubblicato in Italia da Edizioni Sur, ndr) e Winter, primi due capitoli di una quadrilogia dedicata alle stagioni. Anche Olivia Laing, che dialogherà proprio con Ali Smith a FILL, parla di Brexit in Crudo. In generale, però, la questione è un’altra: il romanzo oggi è piuttosto cauto nell’affrontare apertamente il presente. Il presente sfugge alle maglie del romanzesco, è molto più tumultuoso, veloce e assurdo di quanto ogni romanzo possa tentare di codificare. Questo non significa che i romanzieri non dialoghino con esso: chiunque scriva oggi assorbe le radiazioni del presente e le restituisce sulla pagina, ma non sono visibili nell’immediato.

SJ: Nel presente letterario le conseguenze di Brexit si vedono poco, ma la letteratura ha questa grande opportunità: guarda insieme al passato, al presente e al futuro; porta con sé memorie e costruisce utopie. Evitare che la dimensione di riflessione sia troppo focalizzata sull’attualità, come avviene appunto in letteratura, è a mio parere una grande risorsa.

Negli ultimi anni, grazie al fenomeno Elena Ferrante, si è assistito a una riscoperta della letteratura italiana in traduzione, ma l’impressione è che la ricezione generale sia ancora piuttosto tiepida. Come si situa FILL in questo panorama? Vuole essere un promotore della letteratura italiana all’estero?

 
MM: Non abbiamo mai pensato al festival come a una vetrina per scrittori di successo: FILL ragiona piuttosto sull’idea di portare voci italiane all’interno di un dialogo internazionale, anche andando contro a quella sorta di sudditanza che la cultura italiana sembra avere nei confronti dell’estero.
Ci sono altre realtà, come l’Istituto italiano di cultura o Europa Editions, che fanno un ottimo lavoro in questo senso e devo dire che nel dopo Ferrante il numero di romanzi italiani tradotti è decisamente aumentato.

SJ: L’anno scorso sono usciti in traduzione inglese 15 romanzi italiani, segno di una solida presenza di italiano tradotto nelle librerie inglesi. L’obiettivo di FILL però non è promuovere ma affermare che esistono voci, e che quelle voci servono a instaurare un dialogo. L’italianità è il tassello di una mondialità, e come tale si propone all’interno di un quadro londinese estremamente frammentato.

Stanno nascendo diversi festival sulla scia di FILL, a Monaco o a Boston: come vedete il futuro di FILL e più in generale dei festival di letteratura italiana all’estero?

MM: Boston è già una realtà concretissima, avverrà a novembre, mentre Monaco è in programma per maggio. È stato naturale creare una rete per dare un segnale di presenza, per affermare che qualcosa sta succedendo e per potenziare iniziative comuni che troveranno visibilità in futuro.
Credo, dopotutto, che questi festival siano espressione di una coscienza italiana extra Italia, chiara nei numeri come fenomeno demografico e statistico ma che riguarda una lingua, una consapevolezza, un modo di essere italiani nel mondo globale.

L Savarino è redattrice editoriale

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