Articolata, snella e veloce? È la piccola editoria di Più libri più liberi

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L’Indice e il Premio Calvino saranno presenti a Più libri più liberi, la diciassettesima edizione della Fiera nazionale della piccola e media editoria, promossa e organizzata dall’Associazione italiana editori e dedicata esclusivamente all’editoria indipendente. La Fiera si terrà dal 5 al 9 dicembre al Roma Convention Center – La Nuvola.
Per l’occasione Andrea Pagliardi ha intervistato Silvia Barbagallo, a capo del coordinamento esecutivo di Più libri più liberi e del programma eventi. Tutti i dettagli su: www.plpl.it

Tra Mantova, Milano, Torino, Lucca, Palermo sono ormai numerosissime le fiere e i festival dedicati al mercato del libro, ma qual è la specificità di Più libri più liberi?

Rispetto ad altri eventi che ruotano intorno al mondo del libro la nostra è una fiera un po’ anomala: siamo un grande evento nazionale che, però, ha scelto di dedicarsi alle piccole realtà editoriali. L’idea è quella di ospitare l’intero catalogo nazionale della piccola e media editoria accogliendo quelle case editrici che garantiscano un profilo di artigianalità e di autonomia nelle scelte editoriali.

A che punto un medio editore diventa troppo grande per partecipare alla vostra fiera? Ci sono dei criteri precisi?

Sotto questo aspetto abbiamo due regole chiare: una determinata soglia di fatturato che non può essere superata e la richiesta che gli editori non abbiano partecipazioni di grandi gruppi editoriali al di sopra di una certa percentuale. Ad esempio non possiamo accogliere Guanda perché ora è parte integrante del gruppo editoriale Mauri Spagnol.

Dall’anno scorso la fiera si è spostata dal tradizionale Palazzo dei congressi alla Nuvola, il nuovo e ambizioso centro progettato da Massimiliano Fuksas che la città di Roma ha atteso per più di dieci anni. Cosa ha comportato questo passaggio?

Dal punto di vista organizzativo per noi è stato molto più complesso. La Nuvola è un luogo veramente suggestivo, ma delicatissimo: per reggere l’impatto con un gran numero di visitatori è stato necessario un enorme lavoro a monte e il coinvolgimento di persone con professionalità altissime. Inoltre, se si escludono un paio di eventi aziendali privati, l’edizione 2017 del festival è stata la prima manifestazione aperta al pubblico a essere ospitata in quella sede, perciò il nostro timore iniziale era che ci potesse essere un’affluenza che si spostava solo per vedere la Nuvola, molto interessata allo spazio, ma poco all’acquisto dei libri o al programma culturale. La città, invece, ha risposto in modo strepitoso, gli incontri erano quasi sempre sold out e le vendite sono aumentate in modo consistente. È stato un successo incredibile. I visitatori, oltre 100.000 presenze, sono quasi raddoppiati rispetto alle edizioni precedenti, lasciando anche noi decisamente sorpresi.

Veniamo al programma. A differenza di quanto accade in altre fiere, a Più libri più liberi mi pare non ci sia un tema diverso di anno in anno intorno al quale si articolano gli eventi, vero?

No, non abbiamo mai un tema portante, proprio perché vogliamo che il fulcro resti la varietà del mondo editoriale. Ovviamente ci sono parecchi sottotemi: nel mio programma, ad esempio, si trovano sempre incontri legati alle libertà e ai diritti, tutte questioni che per me è sempre importante intrecciare alla narrativa pura e semplice. Anche perché gli editori minori pubblicano molti scrittori “militanti”, riflesso di realtà che lavorano col territorio. Sulla letteratura straniera, poi, la piccola e media editoria fa un lavoro strepitoso di scouting che i grandi editori non fanno più. Vincolarci a un tema ci porterebbe a trascurare una parte importante di proposte.

E in assenza di un tema non rischia di mancare di un centro di gravità? Come viene costruito il programma?

La sfida è quella di attrarre il pubblico coinvolgendo autori che difficilmente sono anche nomi di grido. Per costruire il programma, perciò, faccio un lavoro di ricerca profondo e capillare, legando le scelte a temi di attualità: cerco di capire quali sono i talenti che potrebbero emergere negli anni a venire e scelgo scrittori che mi pare possano essere rappresentativi del momento storico che stiamo vivendo. Da un punto di vista pratico, valuto le richieste degli editori, prevalentemente legate alle novità, bilanciandole con scelte e valutazioni di natura culturale. Rispetto a chi è incaricato di costruire i programmi di fiere come quella di Torino o Milano io posso permettermi il lusso di includere anche autori che non necessariamente hanno dei libri in uscita nel periodo della fiera, ma che, magari, svolgono un lavoro di tessitura narrativa o di ricerca sul lungo periodo. Il mio obiettivo è che emerga con forza, in tutta la sua variegata ricchezza, quel carattere peculiare che solo la piccola e media editoria può manifestare.

Qual è questo carattere?

La grande editoria è pachidermica per definizione, e tende a replicare i grandi successi. Difficilmente rischia con un prodotto veramente nuovo: attinge piuttosto ad autori già pubblicati presso editori più piccoli i quali, da un certo punto di vista, diventano sorta di incubatori per le nuove proposte. In realtà il ruolo della piccola e media editoria è molto più prezioso: essendo articolata, snella e veloce è in grado di intercettare molto prima (e meglio) istanze che partono dal territorio e riesce a dare una voce ai fenomeni nascenti. A differenza di quanto avviene con le grandi case editrici per cui ogni best seller rimane un fenomeno a sé stante, i piccoli e medi editori riescono a mettere a sistema autori di successo, riuscendo a trainare altre pubblicazioni. Un esempio? Nei decenni scorsi la grande editoria ha provato a portare i fumetti in libreria, ma ha fallito perché non è riuscita a intercettare le tendenze davvero nuove che hanno finito col capovolgere le logiche di mercato. Ci sono invece riusciti editori minori lanciando autori come Zerocalcare o Gipi, che hanno avuto ricadute virtuose sull’intero settore e hanno dato vita al boom dei graphic novel.

Un’ultima domanda: in che modo il digitale si riverbera su un festival come questo? Ci sono spazi dedicati alle nuove tecnologie?

No, non c’è una parte della programmazione specificamente incentrata su questo tema. Per qualche edizione abbiamo avuto uno spazio dedicato al digitale, ma si tratta di un ambito in continua evoluzione: da un anno all’altro il panorama, estremamente variegato e ancora difficile da comprendere, può cambiare radicalmente. L’ebook, ad esempio, non ha avuto l’impatto che tutti pensavano, ma questo è vero soprattutto qui da noi. In Cina, invece, sta esplodendo proprio in questi mesi con tassi di crescita mai visti in occidente, ben superiori a quelli degli Stati Uniti. Insomma, è senz’altro un tema interessante che, però andrebbe affrontato in una logica più vasta: per svilupparlo adeguatamente e offrire un quadro attendibile della rivoluzione in atto si dovrebbe abbracciare una prospettiva davvero internazionale. Detto ciò, nel programma professionale di cui non mi occupo io ma Giovanni Peresson, ci sono spesso incontri su temi legati al digitale, ma si tratta di appuntamenti più tecnici destinati agli addetti ai lavori.

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