Andrea Moro – La razza e la lingua

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Non ci sono lingue superiori 

di Lorenzo Renzi 

Andrea Moro
LA RAZZA E LA LINGUA
Sei lezioni sul razzismo
pp. 186, € 17,
La nave di Teseo, Milano 2019

 Con i suoi esperimenti fatti attraverso le tecniche di neuroimmagini (PET e risonanza magnetica), Andrea Moro è lo studioso che, attorno al 2000, è riuscito ad avvicinare tra di loro due campi del sapere: la linguistica, e la neurologia. Il problema era nell’aria da tempo, da quando cioè il grande rinnovatore della linguistica internazionale, Noam Chomsky, aveva ricordato che una linguistica ideale si dovrebbe fare, se si potesse, direttamente sul nostro cervello, se non fossero le ragioni “etiche” che ostacolano questa pratica: non si può invadere e manipolare il cervello umano. Lui stesso Chomsky, come ogni altro linguista, avrebbe dovuto quindi accontentarsi della carta e della matita per ordinare e riordinare i vecchi termini “parola”, “frase”, “soggetto” e “oggetto”, come al tempo di Apollonio Discolo se non di Platone e di Aristotele. Ma senza dimenticare che dietro a tutto questo sta il cervello. Ed ecco si presenta a un tratto l’occasione buona: le nuove tecniche elettroniche  di indagine ci permettono di vedere il sangue in movimento nel cervello. Si può chiedergli di rivelarci alcuni dei suoi misteri. Andrea Moro, con i suoi collaboratori, dopo aver sottoposto ad alcuni gruppi di intervistati batterie di domande, e fatto, con le risposte, le debite statistiche, è riuscito a stabilire la precisa localizzazione della “facoltà di linguaggio”, distinguendola, ed è questo il punto, dalle altre nostre facoltà intellettive. Nel libro in italiano I confini di Babele (2006) aveva esposto i risultati e li aveva inquadrati nella teoria della grammatica generativa di Chomsky.  

Nel 2019, con la Razza e la lingua, quel discorso continua. Eravamo arrivati ai possibili albori della neurolinguistica, cioè al punto in cui l’osservazione della lingua umana incontra lo studio della nostra dotazione genetica. Una strana dotazione genetica, quella della lingua, visto che si presenta in forma differenziata nei diversi gruppi umani. Le lingue in cui si realizza la facoltà unica di linguaggio umano sono alcune migliaia. Per Chomsky, per Andrea Moro e per la linguistica generativa in generale, si tratta di un fatto di variazione, non di “evoluzione” nel senso forte, darwiniano, del termine. Le diverse lingue non sono delle “specie”, o “razze”, non sono tappe congelate di un percorso evolutivo. L’italiano nella sua storia non è migliorato né si è adattato a nuovi ambientima ha solo assunto nel tempo delle variazioni formali che rispettano, come le proprietà formali precedenti, le caratteristiche formali profonde della lingua umana in generalePer l’italiano cambiare ha voluto dire sempre e solo abbandonare proprietà formali proprie dalla natura della lingua per assumerne delle altre altrettanto accettabili. Se ne avesse assunte di nuove e inaccettabili, sarebbe diventaata qualcosa di diverso da una lingua naturale.  

Qui interviene il Moro storico della linguistica a ricordarci che anche la grande linguistica storica dell’Ottocento, pur così vicina al darwinismo naturalista, non aveva mai affermato la superiorità di una lingua su un’altra. Lo stesso si può dire dei linguisti antropologi, che dalle lingue delle steppe asiatiche a quelle amerinde, africane e oceaniche, hanno gettato la luce della conoscenza su tante lingue lontane, a quanto pare così simili, nella loro costituzione più intima, alle nostre. Le eccezioni, se ce ne sono, si contano sulle punta delle dita. Se è davvero esistita, dunque, nell’Ottocento e nel Novecento una linguistica razzista ispirata a suggestioni darwiniane, resta che il grosso del Razzismo non è certo formato dagli scienziati, ma da politicanti e da scalmanati, poco o nulla dediti allo ricerca.

Leggi anche l’intervista di Massimo Vallerani ad Andrea Moro, dal numero di gennaio 2020.

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