Febbraio 2018 – In questo numero

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Il presente che legge e deforma il passato

Il numero di febbraio sembra svolgere su più fronti una riflessione sul rapporto fra presente e passato. Ogni tempo tende inevitabilmente a proiettare sul passato le proprie inquietudini e a imporre i propri valori e la propria interpretazione del mondo. Questo avviene  per esempio, come ci spiega Alessandro Iannucci, nella seconda puntata dedicata ai traduttori di Omero, quando gli autori del passato vengono selezionati e tradotti secondo esigenze e sensibilità diverse e talora divergenti: “Mentre Parry e Lord rivoluzionano ogni concezione letteraria di Omero, rivelandone la spontaneità orale del linguaggio formulare, le versioni di Romagnoli, Pascoli, Quasimodo sembrano confermare l’idea che Omero sia una palestra in cui la cultura letteraria italiana possa e debba esercitare la propria necessità di appropriazione, l’ostinata ricerca di radici culturali che si rivelano falsificazione del modello. L’Omero di Romagnoli è il cantore di un eroismo virile, diretto erede del biancore neoclassico di Monti. Quello di Pascoli è più intimo e segnato da una tensione poetica personale straripante, fitta di simboli e di sentimentalizzazioni; a sua volta Quasimodo riproduce nel testo di partenza i lampi delle sue inquiete e talora oscure visioni”. Tocca a una donna, Rosa Calzecchi Onesti, tentare di illuminare la verità del testo, su invito di Cesare Pavese, con una traduzione  programmaticamente intesa come oggettiva, sfrondata da ogni abbellimento tipico dei rifacimenti:  “L’utilizzo a volte straniante del sistema di traduzione rigo per rigo consentiva sia di seguire il testo antico sia di marcarne la distanza rispetto al lettore moderno. Il progetto coglie nel segno. La traduzione di Calzecchi Onesti rappresenta una svolta epocale: ha segnato intere generazioni di studenti, studiosi e lettori per oltre mezzo secolo, consegnando finalmente Omero a una lettura antropologica e contemporanea, libera da vincoli monumentali”.

I testi antichi vanno maneggiati con cura e con rispetto, sempre accettando il mistero della loro composizione e soprattutto evitando la forzatura che li rende adatti ai nostri contenuti e alle nostre idee. Questa legge fondamentale dello studio filologico sembra tuttavia del tutto estranea al secolo scorso, quando l’ideologia pervasiva del fascismo e del nazismo forza in modo patologico la lettura del passato. È questo il tema del saggio di Johann Chapoutot sul rapporto fra nazismo e l’antichità di cui parla su questo numero Gianfranco Gianotti: “Invenzione della tradizione e riscrittura della storia sono operazioni di propaganda che di solito accompagnano i tentativi di autolegittimazione dei ceti dominanti o degli aspiranti a nuove forme di potere. Per quanto secolo breve, il Novecento ne fornisce casi esemplari. Come è noto, da noi il ventennio fascista sfida il ridicolo cercando di resuscitare sui colli fatali dell’Urbe a proprio uso e consumo frammenti sconnessi di tradizione romana, allo scopo di giustificare, coi panni del passato, nazionalismo, dittatura ed espansionismo del presente. Su scala cronologica ancora più ridotta (1933-primi mesi del 1945) il nazionalsocialismo salito al potere orienta una parte decisiva della propria azione di propaganda verso l’appropriazione e l’uso strumentale dell’antichità classica e riscrive la storia, della Germania e del mondo antico, sfidando dapprima il grottesco e infine naufragando nei vortici del tragico assoluto”. Il saggio illustra in modo preciso il lavoro di manipolazione e di falsificazione operata da “scribacchini e studiosi compiacenti pronti a proporre temi pseudoscientifici a favore di tale scomposta revisione storiografica”. Man mano che l’ideologia si affanna a costruire i suoi miti attraverso le vie di una malefica alterazione fantastica, emergono sconcertanti interpretazioni dell’antichità che dovrebbero suffragare l’uso della discriminazione e della violenza naziste: “Il mito della comune appartenenza etnica affianca o sostituisce a Sigfrido il biondo Achille, presenta la Sparta dorica come modello di stato gerarchico su base razziale, educatore di cittadini-soldati invincibili per selezione eugenetica e valore militare. Non manca chi ha affermato che Penelope è figura di donna nordica di VIII o VII secolo a.C.; la grandezza nordica di Atene si concentra nella figura di Pericle, führer del buon tempo antico, nella fioritura artistica della generazione periclea e nei testi del Platone politico, teorico dello stato totalitario impegnato a salvare quanto resta di ariano in una polis infettata dal deleterio illuminismo dei sofisti”.

Ecco quindi il passato usato come specchio (deformato e deformante) del presente, come accade, peraltro, quando sulla volontà di comprensione di un periodo storico prevale un sentimento “nostalgico” non sempre razionale, come ci spiega Gian Piero Piretto in un interessante Segnale dedicato all’Unione Sovietica: “Il termine nostalgia veniva usato con spirito sarcastico e tagliente mentre si giocava su accostamenti azzardati: le muse e Stalin, il terrore e i kolchozy, le grandi icone del socialismo e la demonizzata sessualità. Pochi avrebbero immaginato che, una decina di anni più tardi, dopo il crollo del monolite sovietico, proprio il regime, totalitario e vessatorio, crollato seguendo le sorti del muro di Berlino tra gli entusiasmi più esaltanti, avrebbe suscitato un’ondata di nostalgico rimpianto che ancora oggi non accenna a fermarsi e trova riscontri sempre nuovi. Come si giustifica il rammarico per un sistema dittatoriale che è stato responsabile di violenze, repressioni, censure assai pesanti, oggi ampiamente dimostrate e analizzate sul fronte storiografico, a maggior ragione dopo l’apertura di molti archivi?”.  Scopriamo, leggendo, che (in modo speculare a quelli del nazismo) la nostalgia di un’età dell’oro o di un’epoca perduta può nutrirsi di slogan come  “paese perduto”, “civiltà rinnegata”, “cultura sbeffeggiata”, con scarsa attenzione per l’indagine condotta con le necessarie distanze emotive e competenze scientifiche. E si possono rimpiangere prodotti commerciali di qualità dubbia come “il formaggino Družba (amicizia), a cui è stata dedicata addirittura una statua, il tè sovietico “indiano”, tornato col significativo nome di tot samyj čaj (proprio quel tè là), o, più inquietanti, le sigarette proletarie Prima, ricomparse in una vera e propria serie dedicata a mitologie sovietiche, non ultime, con l’esplicito epiteto nostal’gija, le effigi di Lenin e Stalin”.

Tutto dipende tutto da quale angolazione e con quali intenzioni si contempla la storia, come ci spiega in modo efficace Giovanni Filoramo quando racconta delle celebrazioni per i cinquecento anni di Lutero: “È troppo presto per tentare anche solo un bilancio provvisorio delle innumerevoli iniziative che sono state prese, a cominciare dal suo paese di origine, la Germania, e che hanno naturalmente visto la chiesa evangelica luterana come protagonista. Quel che, però, appare evidente anche a un primo sguardo è che questo centenario è profondamente diverso da quelli che lo hanno preceduto. I centenari precedenti riflettevano invariabilmente interessi prevalenti di natura confessionale o politica”. E nel 2017? Filoramo sembra aprire una porta alla speranza di un’interpretazione corretta del fenomeno storico: “A prevalere è stata l’immagine di un Lutero finalmente storicizzato in modo adeguato e collocato in modo altrettanto adeguato nel suo tempo, l’epoca delle riforme”. Ma attenzione: se la fine delle grandi ideologie novecentesche sembra aver lasciato spazio a una lettura più convincente della storia, la verità può risultare ancora opaca se coperta dai veli subdoli di idee ricevute e dalle forme di un pensiero autoritario che rischiamo di non saper riconoscere.

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