Agnès Poirier – Rive Gauche

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Protagonismo femminile, rapporti culturali e grande politica

di Andrea Casalegno

Agnès Poirier
Rive Gauche
Arte, passione e rinascita a Parigi 1940-1950
ed. orig. 2018, trad. dal francese di Andrea Sirotti,
pp. XX-356, € 21,
Einaudi, Torino 2021

Rive Gauche, Agnès Poirier. Giulio Einaudi Editore - FrontiereTre i personaggi principali: Simone de Beauvoir, Jean-Paul Sartre, Albert Camus. Ma i protagonisti sono così numerosi che per elencarli non basterebbe questa pagina. Sono intellettuali francesi, europei e americani: scrittori, artisti, filosofi, politici, studiosi, saggisti, giornalisti. Tutti militanti. Pochissimi di destra, qualche collaborazionista. Due o tre ufficiali tedeschi colti, che amano il nemico vinto. La scena è Parigi, Rive gauche (V e VI arrondissement): come si scrisse di Venezia, “qui vedi raccolto in breve spazio il mondo”. L’epoca è 1939-49: guerra e immediato dopoguerra (il sottotitolo sbaglia per amore di cifra tonda). La narrazione (“un collage di immagini” afferma l’autrice, parigina di nascita e londinese di adozione) è di grande interesse, ottima la traduzione, utili gli apparati: cronologia, indice analitico e una mappa che permette di seguire i percorsi tra le abitazioni e i punti di ritrovo dei personaggi. Deludente soltanto la scelta, davvero minima, delle fotografie. L’apertura di Rive gauche è angosciosa: patto Molotov-Ribbentrop (23 agosto 1939). Il giorno successivo Jacques Jaujard, direttore del Louvre, più previdente del suo governo e dei generali francesi, lo chiude e, con tre giorni e tre notti di lavoro matto e disperatissimo, mette in sicurezza in rifugi segreti centinaia di capolavori. Nessuno andrà perduto: quale debito abbiamo con lui! La conclusione apre al futuro: il Natale 1949 è “il primo in un decennio senza restrizioni sugli alimenti”. I parigini hanno ancora freddo, ma possono mangiare a sazietà. Nell’intervallo, abiezione e riscatto. Dopo il crollo ignominioso dell’esercito francese, dopo il regime collaborazionista, al quale quasi tutti gli intellettuali reagiscono con caparbietà e coraggio, l’esplosione di gioia del 19 agosto 1944, De Gaulle che incede impavido, incurante dei cecchini, l’esaltante rinascita civile e culturale che vede protagonisti gli intellettuali della Resistenza. Comincia l’era dell’esistenzialismo, dell’impegno, del jazz, della contrastata egemonia intellettuale dei comunisti, della ricerca fallita di una terza via: fino alla Nouvelle Vague, a Brigitte Bardot e a Françoise Sagan. Il fascino del libro non sta nella politica ma nel privato: nella rete delle amicizie e degli amori. Non è una storia delle idee ma una storia di donne e di uomini liberi (quasi sempre nei fatti, sempre nel pensiero), intelligenti, spesso geniali, continuamente innamorati. Gli intrecci amorosi, talvolta effimeri, sono sempre autentici e quindi commoventi, anche quando finiscono male.

Propongo, tra gli infiniti, solo alcuni temi. Primo: il protagonismo delle donne, guidate dalla “triade ambizione intellettuale, indipendenza economica e libertà sessuale”. Leader è Beauvoir. Nel 1949 trionfa Il secondo sesso, ma farà scandalo soprattutto il secondo volume, con l’apologia dell’aborto. La Chiesa lo mette all’Indice. Il cattolico François Mauriac commenta acido: “Ora so tutto quel che c’è da sapere sulla sua vagina”. Tanti amori saffici. Uno per tutti, tra la scrittrice, resistente e giornalista comunista édith Thomas e la grande seduttrice Dominique Aury, che poi conquisterà Jean Paulhan, eminenza grigia di Gallimard. Solo nel 1998, quattro anni prima di morire, Dominique svelerà di essere Pauline Réage, l’autrice dello scandalosissimo Histoire d’O (1954). Juliette Gréco, arrestata nel 1943 con la madre e la sorella, ha diciannove anni. Rilasciata (madre e sorella sono invece deportate), non ha né da mangiare né da vestirsi e sopravvive grazie a un’amica attrice. Vive prevalentemente a letto; poi si veste con gli abiti che le prestano gli amici maschi, creando una moda. 

Secondo tema: i rapporti Parigi-Usa, a cominciare dai viaggi memorabili, tra loro indipendenti, di Sartre, Camus e Beauvoir nella patria della libertà e del maccartismo. Tutti e tre ameranno e detesteranno l’America, tutti e tre troveranno l’amore. Soprattutto Simone. Nelson Algreen, conosciuto nel 1947, completa nel 1949 L’uomo dal braccio d’oro, un grande successo, e poi vive con lei per quattro mesi: “Non sono mai stato così felice”. Maggio 1946: lo scrittore nero (ma allora si diceva tranquillamente negro) Richard Wright arriva a Parigi con la moglie Ellen e per la prima volta si sente un uomo come gli altri. Non riuscirà per molto tempo a staccarsene. Norman Mailer trova a Parigi un maestro e un grande amico, Jean Malaquais. Saul Bellow detesta i parigini, perché non se ne sente abbastanza apprezzato; ma è dalla pulizia delle strade (il rigagnolo d’acqua che corre lungo i marciapiedi) che trarrà ispirazione per una svolta nel suo stile: è lui a raccontarlo. Quanto a Beckett, sarà una giovane prostituta (era un frequentatore assiduo delle filles de joie) a suggerirgli il titolo Aspettando Godot.

Poi c’è la carica dei seicento: sono i giovani americani che, approfittando del sussidio mensile per consumi culturali garantito dalle leggi a favore dei reduci di guerra, sbarcano a Parigi. Intellettuali o artisti, trovano tutte le porte aperte; le loro storie sono tutte interessanti. Tra Juliette Gréco e Miles Davis (ma piaceva anche a Marlon Brando) è amore a prima vista. Si parlano con gli occhi, poiché non conoscono le rispettive lingue. Miles: “Juliette fu la prima donna che amai come un essere umano alla pari”. Nel 1954 lei andrà in tournée negli Usa e lo inviterà a cena al Waldorf di New York. Mancherà poco che li buttino fuori. Li guardano così male che la cena va di traverso. Gréco: “Non dimenticherò mai quella sensazione di umiliazione. In America il suo colore mi era diventato evidente in modo violento, mentre a Parigi non ci avevo mai fatto caso”. Siano maledetti i razzisti.

Terzo tema: la politica, con il tentativo coraggioso di sottrarsi all’egemonia stalinista-zdanoviana, di cui il partito comunista francese e il suo responsabile culturale Louis Aragon sono la punta di diamante. Qui protagonista indiscusso è Arthur Koestler (che, protagonista anche negli amori, vivrà una notte bollente con Simone de Beauvoir nell’ottobre 1945). Del suo libro fondamentale sui processi staliniani, Buio a mezzogiorno (Simone lo lesse in una notte: “Non lo misi giù finché non arrivai alla fine”), Alberto Giacometti e Tristan Tzara discutono accalorandosi al Café de Flore. Beauvoir commenta: “Giacometti è l’unico che ne parla con intelligenza”. Il 5 maggio 1946 il 52 per cento dei francesi boccia al referendum la nuova Costituzione; secondo alcuni commentatori l’influenza di Koestler è stata decisiva. Due riviste contrastano l’egemonia dei periodici comunisti: “Les Temps Modernes” (il titolo è un omaggio al film di Chaplin) di Sartre, “Combat” di Camus. Più netto il secondo, poiché Sartre cerca l’equidistanza e tra i suoi collaboratori ha Maurice Merleau-Ponty (anche Raymond Aron, che presto però si schiererà con Camus). “Les Temps Modernes” continuerà fino alla morte di Claude Lanzmann (2018), che la dirige dal 1986. Nel primo numero (ottobre 1945) Sartre annuncia l’engagement: “La nostra rivista prenderà posizione in ogni caso”. Alla ricerca di una terza via tra i due blocchi Sartre fonda addirittura un nuovo partito, il Rassemblement démocratique révolutionnaire. Camus, Aron, Richard Wright, André Bréton, “Le Monde” lo sostengono. Obiettivo: “un’Europa forte e indipendente”. Ma nell’aprile 1949 l’illusione si spegne, e Sartre se ne fa una ragione: “L’Rdr rispondeva a un bisogno astratto, ma non rispondeva a bisogni concreti e reali. Per questo, alla fine, la gente non l’ha sostenuto”. Quarto tema, e not least: gli artisti, da Picasso a Calder, da Cartier-Bresson a Giacometti, da Bazin a Truffaut. Ma, ahimè, qui manca spazio. Leggete voi.

casalegno.salvatorelli@gmeil.com

A. Casalegno è giornalista e traduttore

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