Andrea Borelli – Gorbačëv e la riunificazione della Germania

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Una crisi profonda

Carolina de Stefano

Andrea Borelli
Gorbačëv e la riunificazione della Germania

L’impatto della perestrojka sul comunismo (1985-1990)
pp. 208, € 26,
Viella, Roma 2021

Il libro di Andrea Borelli ripercorre gli anni della perestrojka dal 1985 (anno della nomina di Michail Gorbačëv a segretario generale del Partito comunista sovietico, Pcus) alla riunificazione della Germania nel 1990. Segue in particolare l’evoluzione delle idee e delle riforme dirompenti promosse dal leader sovietico in quegli anni e le loro ripercussioni nella Repubblica democratica tedesca (Rdt), paese satellite dell’Urss. Con uno stile scorrevole e chiaro, Borelli mostra la degradazione progressiva ma inesorabile delle relazioni tra Gorbačëv – sempre più convinto della necessità di riformare il sistema per salvarlo – e il leader del partito comunista tedesco (Sed) dal 1971 Erich Honecker, sostenitore di una linea conservatrice. L’autore si concentra su due aspetti: da un lato sui cambiamenti, con il passare dei mesi, nel discorso politico di Gorbačëv e nella sua maniera di guardare agli alleati dell’Europa centro-orientale e alle relazioni internazionali; dall’altro sulla ricezione delle riforme del leader sovietico da parte della leadership comunista tedesca. La storia raccontata, come si afferma nell’Introduzione, è in primis la storia di una mentalità, di una cultura politica sovietica decennale e una fede nel socialismo che influì radicalmente sulla visione del mondo e le scelte di tutti gli attori di cui si tratta, e ciò al di là della loro propensione o meno alle riforme. Gorbačëv e Honecker, in effetti, rappresentano due facce della stessa medaglia, entrambi facenti riferimento a uno stesso sistema di valori e credenze.

La cognizione della cultura politica sovietica aiuta innanzitutto a comprendere il perché del fallimento delle riforme economiche di Gorbačëv lanciate nel 1986 che aggravarono da subito la crisi dell’Urss e ne accelerarono il crollo. Gorbačëv decise di introdurre degli elementi “liberali” nel sistema, ma rimase sempre convinto della superiorità dell’economia socialista centralizzata sul capitalismo e non ne mise in discussione gli assunti fondamentali. Il cocktail che ne risultò fu disastroso, determinando un aumento esponenziale del debito e la carenza di beni primari in tutto il paese. Lo stesso vale per il processo di democratizzazione che Gorbačëv avviò in una seconda fase della perestrojka, quando si convinse che al fine di far avanzare le riforme – a partire da quelle economiche – serviva innanzitutto riformare il sistema politico, limitando il margine di manovra del Partito comunista e rafforzando la legittimità popolare della sua leadership. Anche qui, però, come afferma Borelli, Gorbačëv “non diede risposte esaustive” su quale fosse il rapporto tra socialismo e democrazia, e “sembrò suggerire che il socialismo potesse essere democratico ma che non fosse per intero sovrapponibile alla democrazia”. La fede nella giustezza di un sistema che si pensava di poter ricostruire con una selezione mirata di elementi “altri” non solo non permise di lanciare riforme coerenti, ma portò Gorbačëv a sottovalutare gli effetti dell’apertura parziale di un regime fino allora basato sul potere del Partito comunista e su un’efficiente macchina repressiva. Sarà proprio la decisione di Gorbačëv di non usare la forza per reprimere le proteste popolari nei paesi del Patto di Varsavia e in Urss a essere al centro delle tensioni crescenti tra la leadership sovietica e quella tedesca orientale. Come nota l’autore, sebbene la Rdt disponesse “ampiamente” di mezzi militari, alla Sed “mancò il supporto politico-ideologico” per disporne. L’analisi di Borelli della serie di incontri tra Gorbačëv e Honecker mostra che le radici di tali incomprensioni emersero quasi subito. Per ragioni di autoconservazione ma anche ideologiche, Honecker credeva in effetti che il futuro del socialismo dipendesse “dalla difesa delle sue conquiste, non certo da una pericolosa e male abbozzata riforma”.

Guardando all’impatto della perestrojka – a come si risolse in poco tempo nella scomparsa della Repubblica democratica tedesca a favore di una Germania riunificata con capitale a Bonn – la diffidenza in seno alla Sed nei confronti delle riforme si rivelò più che giustificata. D’altro canto, però, sempre l’ideologia e l’incapacità di rinnovarsi fecero sì, come scrive Borelli, che “Honecker e compagni” avessero sottovalutato che era stata proprio la “crisi profonda in cui versava il comunismo” a costringere l’Urss a riformarsi, credendo peraltro, a torto, che tale crisi “non riguardasse” la Germania est. Se la forza del libro è l’analisi lineare dell’evoluzione del discorso politico di Gorbačëv e delle sue relazioni con il partito comunista tedesco, al lettore manca forse una descrizione più ampia e approfondita del panorama politico dell’epoca, dei fondamenti della cultura politica dei due leader e dei loro rispettivi collaboratori, e degli sconvolgimenti nelle società sovietica e tedesca che costituirono un motore essenziale, e pulsante, degli eventi descritti.

cdestefano@luiss.it

C. de Stefano insegna storia e politica russa all’Università Luiss Guido Carli di Roma

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