Aram Mattioli – Mondi perduti

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Culture veramente inconciliabili?

di Marco Sioli

Aram Mattioli
MONDI PERDUTI
Una storia dei nativi nordamericani
1700-1910
ed. orig. 2018, trad. dal tedesco di Elena Sciarra,
pp. XII-382, € 32,
Einaudi, Torino, 2019

“Why You Can Not Teach United States History without American Indians”: questo è il titolo di una raccolta di saggi uscita per la University of North Carolina Press nel 2015. Da tempo, dunque, la necessità di raccontare la storia americana attraverso il punto di vista degli indiani è una priorità nelle università degli Stati Uniti. La questione indiana, che nei decenni scorsi era considerata superata, riprende forza nel lavoro di giovani studiosi. Uno di questi è Mattioli, docente di storia contemporanea a Lucerna con precedenti studi sul fascismo italiano, il quale ribadisce: “Quasi tutti gli autori di epoca passata hanno descritto la storia degli Stati Uniti come se le popolazioni indigene non fossero mai esistite”. È come un faro che illumina la sua ricerca l’osservazione dello storico del pensiero politico Manfred Henningsen: “La politica statunitense nei confronti degli indiani è stata un lungo, doloroso percorso segnato da morte, trasferimenti forzati, intolleranza razzista e genocidio culturale”. Termini come “olocausto” e “genocidio” compaiono frequentemente nel testo. Tuttavia l’autore sceglie di descrivere la catastrofe demografica degli indiani d’America come frutto dell’espansione europea verso ovest e non certo di una politica di sterminio sistematica: una tragedia che parrebbe, allora, scaturita dallo scontro fra culture e valori inconciliabili.

Ma erano veramente inconciliabili? Dipende dalle zone e dai periodi storici, ci risponde Mattioli, che sceglie di dividere il volume in sei scenari: il nordest del periodo coloniale; la fondazione degli Stati Uniti sino alla fine della presidenza Jefferson; l’epoca dei trasferimenti di Andrew Jackson; la corsa all’oro in California; le guerre indiane nelle Grandi Pianure; il Dawes Act e la vita nelle riserve. La lettura scorre veloce nella bella traduzione di Elena Sciarra. L’“invasione europea” già descritta da Francis Jennings prende forma nell’America coloniale spagnola, francese e inglese. In quest’ultimo contesto le misure estreme sono messe in atto dal generale Amherst per sopprimere la rivolta di Pontiac nel 1763 ed eliminare questa “vilissima razza d’esseri”, inclusa la guerra biologica con coperte contaminate dal vaiolo, di cui si era reso responsabile il capitano Ecuyer, comandante di Fort Pitt.

Il massacro di indiani dei Paxton Boys nella quacchera Pennsylvania portò ad alzare la sua voce Benjamin Franklin, che con un suo pamphlet denunciò la violenza. Ma Franklin era una mosca bianca in un mare di impunità la cui risacca trascinava con sé altre stragi. Il miglior indiano per i coloni rimaneva quello morto. La guerra d’indipendenza portò alla frattura della Confederazione irochese e alla sua disfatta. Per gli indiani la vittoria degli Stati Uniti si trasformò in una catastrofe. L’autore della Dichiarazione di indipendenza, Thomas Jefferson, nonostante le considerazioni illuminate sul diritto alla vita, alla libertà e alla felicità, basò la costruzione della nuova nazione sulla fame di terra del ceto che rappresentava, gettando le basi di un impero che si sarebbe esteso verso ovest.

Da qui il viaggio di Lewis e Clark, che, con l’aiuto dell’interprete indiana Sacajawea, raggiunsero il Pacifico. Durante il ritorno, Lewis, che aveva abbandonato la divisa per vestirsi come un indiano, si scontrò con alcuni giovani guerrieri blackfeet, uccidendone due. Un incidente che, insieme ad un altro avvenuto durante una battuta di caccia, lo portò alla depressione e quindi al suicidio, forse conscio dell’impossibilità di unire i due mondi. In questi anni nel nordovest era attivo l’immigrato tedesco John Jacob Astor con la sua American Fur Company, i cui agenti acquistavano le pellicce dagli indiani pagandole principalmente con alcol. Tra i suoi più grandi oppositori Thomas McKenney, il primo sovrintendente ai commerci indiani nel 1816 e quindi capo del Bureau of Indian Affairs alla sua fondazione nel 1824, una figura che inspiegabilmente non appare in questo libro. La sua fu una voce di inclusione presto oscurata dall’insediamento alla presidenza di Andrew Jackson, che lo licenziò dall’incarico per dare il via alle politiche di rimozione degli indiani nei territori ad est del fiume Mississippi.

Potremmo continuare, ma in generale questo è un limite del volume: privilegiare lo scontro e non l’incontro delle culture. Tra la vasta bibliografia elencata alla fine del volume sono assenti, forse per scelta, gli storici italiani che si sono dedicati a questi temi come Daniele Fiorentino, che con la sua monografia Le tribù devono sparire. La politica di assimilazione degli indiani negli Stati Uniti, pubblicata per Carocci nel lontano 2001, aveva dimostrato grande interesse scientifico per il Dawes Act e l’opera di distruzione del tribalismo indiano alla fine dell’Ottocento.

marco.sioli@unimi.it

M. Sioli insegna storia e istituzioni delle Americhe all’Università Statale di Milano

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