Bruno Latour – La sfida di Gaia

Abbiamo bisogno del dottor Spock

di Luca Munaron

Bruno Latour
La sfida di Gaia
Il nuovo regime climatico
ed. orig. 2015, trad. dal francese di Davide Caristina,
pp. 419, € 24,
Meltemi, Milano 2020

Nella grande sala di un teatro francese, un ampio schermo a far da sfondo, gruppi sparsi di studenti in delegazione prendono disciplinatamente posto. Si sta svolgendo un esperimento didattico, la simulazione di una negoziazione di geopolitica sul tema del futuro del clima. Nulla di originale di questi tempi, almeno fino all’avvio della discussione: solo allora si realizza l’irritualità del caso. A venir rappresentate non sono solo le nazioni e le istituzioni internazionali, ma si palesano formazioni anomale, inconsuete, quali Oceano, Atmosfera, Amazzonia, Fiumi e altri. È un’assemblea costituente sul clima, a cui siedono molte parti a confronto, portatrici di istanze in assenza di autorità o arbitri di sorta. La discussione verte su questioni molto pratiche e locali per risolvere problemi che il nuovo assetto ambientale pone agli abitanti umani e non umani del pianeta, i “terranei”. Non è un film di fantascienza, ma ciò che è realmente avvenuto nel maggio del 2015 a Les Amandiers, su un’idea del sociologo e antropologo Bruno Latour. Trovate la descrizione dell’evento nell’ultimo capitolo di questo libro e, se siete interessati a comprendere a fondo il senso di questa “rappresentazione”, potete leggere questo testo che riprende un ciclo di conferenze Gifford tenute dall’intellettuale francese nel 2013 a Edimburgo. Sin dagli anni settanta, quando James Lovelock e Lynn Margulis proposero e svilupparono il modello di Gaia (nome suggerito da William Golding, autore di Il signore delle mosche) come “super-organismo”, il tema è stato oggetto di grande interesse scientifico, mediatico, sociale e politico. Nella tradizione antica, a partire dalla Teogonia di Esiodo, l’entità dai tanti nomi – Gaia, Gea, Terra – non è una dea ma una forza creatrice e prolifica. Il rapporto del genere umano con la natura, origine di tutto, ha poi assunto diverse identità nelle cosmogonie, insidiosa matrigna e madre premurosa, così come nella cultura scientifica moderna. Galileo attribuì movimento al pianeta, mantenendolo tuttavia inerte, passivo e sottomesso all’azione di immutabili forze esterne. Con Lovelock il pianeta non solo si muove ma si “commuove”, diviene soggetto dinamico, “vivo” e pertanto portatore della complessità dei viventi. Come scrive Latour, “La Terra di Galileo aveva un movimento, non un comportamento”.

Nell’idea latouriana, la Gaia 2.0 muove altri passi avanti e si immerge nell’Antropocene, in cui gli effetti dell’attività umana non agiscono semplicemente da “stressori” ambientali, ma si integrano intimamente nelle dinamiche della biosfera come uno dei tanti attori in gioco, una delle variegate forze potenziali (agencies) che si intrecciano in infiniti anelli di retroazione funzionale. Così facendo, il dualismo natura-cultura, perno della modernità occidentale e fondamento del patto hobbesiano tra due distinti “contraenti”, si dissolve. Già Lovelock era incappato nella difficoltà di trasmettere la natura complessa di Gaia, affermando che “c’è solo una Gaia ma Gaia non è una”. In questo senso, essa non può essere trattata come una singola entità ma, in accordo con la actor-network theory, entrano in gioco molteplici attori: è una sociologia delle associazioni umane e non umane. Un sistema cibernetico senza timoniere.

Molto intrigante l’analogia con il caso di Louis Pasteur, che dovette risolvere un apparente paradosso, rifiutando interpretazioni diametralmente opposte, vitalistiche e riduzionistiche, della propria teoria sul ruolo dei batteri nelle patologie umane e nella fermentazione. L’agente batterico dello scienziato francese risolse la questione perché non poteva essere ridotto alla “chimica pura” come voleva Justus von Liebig, né elevato a una indefinita forza in grado di produrre generazione spontanea, come sosteneva Fèlix Archimède Pouchet. Non c’è fermentazione senza lieviti e non c’è il comportamento della terra senza i viventi: sono binomi inscindibili, anzi non sono affatto binomi.

La proposta impone anche una nuova epistemologia, in cui gli scienziati sono chiamati a rispondere, accettare nuove responsabilità, abbandonare la canonica neutralità assiomatica. Spock, il celeberrimo freddo vulcaniano della saga di Star Trek, consigliere fidato del comandante Kirk, non si immobilizza di fronte all’emergenza: tiene conto delle informazioni disponibili e propone soluzioni. Gli scienziati entrino come parte “politica” senza limitarsi, a dirla con i linguisti, a produrre enunciati constativi (che esprimono semplicemente lo stato di fatto) e dunque elaborando nuovi enunciati performativi (che provocano una reazione). In un recente contributo, il biologo evoluzionista Ford Doolittle discute un esempio di applicazione del modello latouriano alla recente attualità: “covid-19 è una conseguenza dell’azione umana. Più grande è la nostra popolazione e più invadiamo gli habitat di altre specie, più frequenti saranno le malattie zoonotiche, e più i nostri viaggi sono globali, più velocemente queste malattie si diffonderanno. Non è che Gaia ci stia punendo deliberatamente. Ma è che ci comportiamo ancora come se le nazioni fossero le nostre unità più inclusive, e l’economia – non la protezione della vita – fosse il nostro scopo. Dobbiamo ‘ri-biologizzare’ il nostro pensiero”.

Assediati, come siamo, da ogni sorta di presunti vati, profeti di sventura e clima-scettici e ecologisti dell’ultima ora e antiecologisti asserviti a (più o meno) oscuri poteri forti e da qualsivoglia altro genere di umana fazione, imbolsiti dalla informazione e dalla controinformazione, troveremo comunque la forza di soffermarci sulle provocazioni di un filosofo? Concentreremo le nostre limitate energie residue per comprendere la sua dotta e debordante nomenclatura che sottende una rivoluzione culturale, epistemologica e sociale a rasentare l’utopia Sappiamo bene quanto il molto-terrestre Homo oeconomicus sia conservativo più che resiliente, e perciò nutro qualche dubbio sulla reale capacità della Gaia latouriana di chiamare a sé i “terranei” umani. In fondo l’Antropocene, l’era dell’Umano, potrebbe ridursi a un semplice titolo sulla copertina di “Nature”.

luca.munaron@unito.it

L. Munaron insegna fisiologia all’Università di Torino