Dall’Africa all’Europa – a cura di Daniele Frigeri e Marco Zupi

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L’esternalizzazione dei confini, e qualche auspicio

di Massimo Livi Bacci

DALL’AFRICA ALL’EUROPA
LA SFIDA POLITICA DELLE MIGRAZIONI
a cura di Daniele Frigeri e Marco Zupi
pp. VIII-406, € 32,
Donzelli, Roma 2018

Il mondo sta “riscoprendo” l’Africa, non quella mediterranea, a nord del deserto, conosciuta da millenni. Ma quella sub-sahariana, per secoli oggetto di un interesse soprattutto “estrattivo”, di schiavi e di materie prime, da parte dell’occidente. Un continente vasto, con una densità demografica che è un quarto di quella dell’Asia, ma la cui popolazione è destinata a raddoppiare prima della metà del secolo, con enormi e largamente sconosciute riserve di materie prime, con un grande potenziale di crescita economica. Se il mercato africano è oggi di modeste dimensioni, esso diventerà sempre più interessante man mano che i mercati degli altri continenti si faranno saturi. “The Economist” ha suggestivamente così riassunto la crescita dell’interesse internazionale per l’Africa: tra il 2010 e il 2016 ben 300 sono state le nuove rappresentanze diplomatiche aperte nei 54 paesi africani da parte di paesi esterni al continente. Legioni di consiglieri economici, finanziari e militari – americani, cinesi, russi ed europei – affollano i centri del potere politico e economico. Assai evidente è poi la crescita dell’interesse cinese per l’Africa, come dimostrato dall’attivismo nel land grabbing, dal finanziamento e dalla costruzione delle grandi infrastrutture, dall’aumento dell’interscambio, che ne fa il primo partner commerciale (secondo solo a quello dell’intera Unione europea, e raddoppiato nell’ultimo decennio).

L’esuberanza demografica e la povertà sono, tuttavia, potenti molle che spingono gli africani fuori del continente, verso l’Europa e quel molo di attracco al continente che è la penisola italiana. Il volume curato da Daniele Frigeri e da Marco Zupi affronta il tema con una pluralità di punti di vista organizzati in tre parti; la prima, di carattere generale, discute le cause delle moderne migrazioni; la seconda approfondisce vari aspetti delle migrazioni in Italia e in Africa; la terza riguarda le politiche, italiane ed europee, e si conclude con un saggio di Piero Fassino. È un volume molto ben documentato e aggiornato, ricco di osservazioni non scontate, una miniera per chi vuole approfondire la “questione africana” poco nota al pubblico italiano.

Il libro offre diversi utili strumenti per affrontare il tema di fondo. Che è quello del futuro sviluppo dell’Africa, della capacità di porre sotto controllo l’esuberante crescita demografica (se la natalità restasse quella di oggi, la popolazione subsahariana quasi triplicherebbe, anziché raddoppiare, tra oggi e il 2050), di istruire le nuove generazioni, di dare loro lavoro assicurando una equilibrata crescita economica. Che nell’ultimo quindicennio è stata soddisfacente (attorno al 5 per cento all’anno) ma squilibrata, trascinata dall’industria estrattiva, dall’esportazione di materie prime, da un terziario avanzato e urbano. Attività che generano poco lavoro, trascurando l’agricoltura e le piccole imprese industriali e commerciali che invece generano molte occasioni di impiego. Fino ad oggi, l’emigrazione dall’Africa subsahariana è stata relativamente modesta: la perdita “netta” di migranti, nel primo quindicennio del secolo, è stata dell’ordine di 3 milioni, 200.000 all’anno (appena il doppio di quanti ne abbia persi la Romania nello stesso periodo). In Italia, nello stock degli oltre cinque milioni di migranti presenti nel paese, solo uno su tredici proviene da un paese a sud del Sahara (uno su otto è originario del Nord Africa). La grande maggioranza dei migranti africani è intra-continentale, cioè da un paese all’altro del continente, anche in conseguenza dell’artificioso tracciato dei confini nazionali, retaggio della colonizzazione europea.

Tuttavia la pressione migratoria dall’Africa è destinata ad aumentare, sia per ragioni demografiche sia per quelle economiche. E anche perché – come viene giustamente posto in rilievo nel saggio di Zupi – la propensione a emigrare è bassa nelle società poverissime, ma tende a crescere con l’innalzarsi del reddito man mano che le giovani generazioni acquisiscono conoscenze e quel minimo di dotazioni economiche che permette loro di investire in un viaggio. Oltre però un certo livello di benessere, la propensione a migrare diminuisce perché aumenta il costo, psicologico e sociale, dell’abbandono della propria comunità. In questa fase storica, molti paesi africani stanno passando dalla prima alla seconda fase ed è pertanto da attendersi un rafforzamento della spinta migratoria. Al quadro generale va anche aggiunta la considerazione dell’instabilità generata dall’esistenza di stati falliti o semifalliti come la Libia, il Sud Sudan, e la Somalia, che generano alti flussi di profughi e rifugiati. A metà 2018, quasi un terzo dei venti milioni di rifugiati del mondo si trovavano in Africa, quasi tutti nell’Africa orientale, nella regione dei Grandi laghi e del Corno d’Africa; in quest’area si trovava anche il 40 per cento degli Idp (Internally Displaced Persons, cioè profughi all’interno del proprio paese). Cifre enormi rispetto ai flussi migratori, per ora modesti, verso l’Europa.

Il libro riflette anche sulle politiche europee, sull’ambizioso programma Gamm (Global Approach to Mobility and Migration) e sulla nuova agenda europea sulle migrazioni. L’azione europea dovrebbe coniugare gli incentivi allo sviluppo, le politiche sociali di scambi rafforzati, e una qualche apertura a flussi legali concordati. Politiche che necessiterebbero un impegno politico e finanziario eccezionale e sostenuto nel tempo, per ora non alle viste, stante la profonda disunione che regna tra i 27 paesi della Ue. Che preferiscono la politica immediatamente redditizia della “esternalizzazione dei confini”, come è avvenuto con la Turchia e come avviene altrove (a cominciare dalla Libia). Nella chiusura Fassino auspica che si mettano in campo strategie “capaci di prevedere i flussi, monitorarne le dinamiche, programmarne la gestione, l’accoglienza, l’integrazione”. Congiuntamente a strategie per lo sviluppo economico e civile dei paesi di origine. Per ora occorre contentarsi dell’approvazione del Global Compact on Migration, promosso dalle Nazioni Unite, sottoscritto a Marrakech nel dicembre del 2018, una “summa” di 23 principi o obbiettivi per regolare civilmente i flussi migratori. È un documento di indirizzo e non vincolante per i contraenti; è un’intenzione, un auspicio. È già qualcosa che 164 paesi l’abbiano sottoscritto. Ma tra il dire e il fare molto ci corre, incluso il ritiro dal Compact degli Stati Uniti di Trump e di una dozzina di altri paesi del nord del mondo, tra i quali, purtroppo, l’Italia.

massimo.livibacci@unifi.it

M. Livi Bacci è demografo, professore emerito dell’Università di Firenze, ex-senatore della repubblica

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