Edward O. Wilson – Le origini profonde delle società umane | Libro del Mese

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Che cosa è l’eusocialità

di Luca Munaron

Edward O. Wilson
Le origini profonde delle società umane
ed. orig. 2019, trad. dall’inglese di Allegra Panini,
pp. 150, € 15,
Cortina, Milano 2020

Nella pubblicazione dell’Origine delle specie, Charles Darwin si dimostrò particolarmente propenso a discutere le difficoltà potenzialmente fatali per la propria teoria, che incorporò nelle versioni successive della sua grande opera. È il caso di un problema piuttosto complesso: i bersagli della selezione naturale. Su cosa agiscono le forze selettive? Su quale livello o scala biologica? A un primo approccio l’attenzione si concentrerebbe sul singolo individuo, che generalmente costituisce un’entità ben definita, la cui efficienza funzionale in un determinato contesto ambientale determina la probabilità di sopravvivenza e di riproduzione, i due famosi cardini irrinunciabili del modello. Tuttavia, allo scopo di risolvere l’insidioso paradosso delle formiche operaie sterili, Darwin intuì l’esigenza di considerare da una parte il potere della plasticità fenotipica, e dall’altra un livello di ordine superiore, una selezione di gruppo: “Questa difficoltà, apparentemente insuperabile, si riduce o, come credo, scompare se ricordiamo che la selezione può essere applicata alla famiglia, oltre che all’individuo, e quindi può ottenere in questo modo lo scopo desiderato. (…) Credo che la stessa cosa accada con gli insetti sociali: una leggera modifica strutturale, o dell’istinto, correlata alla condizione di sterilità di taluni membri della comunità, risultata vantaggiosa per le comunità. Pertanto i maschi e le femmine feconde di questa comunità hanno prosperato trasmettendo ai discendenti fecondi la tendenza a produrre membri sterili provvisti delle stesse caratteristiche. E penso che questo processo si sia ripetuto fino a raggiungere l’incredibile grado di differenza tra femmine feconde e sterili di una stessa specie, quale si osserva in molti insetti sociali”. Le categorie di “altruismo’ e “egoismo” entrarono prepotentemente nell’evoluzionismo: si trattava di conciliare i casi in cui singoli individui appartenenti a specie sociali si comportano in modo da favorire altri conspecifici, penalizzando in tal modo la propria fitness, con le richieste della lotta per l’esistenza. Da allora, il dibattito circa il ruolo e la dignità della socialità nell’evoluzione animale, e in particolare umana, non si è mai sopito.

L’ultimo saggio dell’intramontabile naturalista Edward O. Wilson, Le origini profonde delle società umane, è lì a dimostrare l’attualità della questione. La sua sociobiologia vide la luce nel 1975 (Sociobiology, the new synthesis, Harvard University Press), allo scopo di conferire finalmente uno status stabile e condiviso a forme di selezione superindividuali nella biologia contemporanea: infatti, tale approccio andrebbe organicamente analizzato e interpretato alla luce dei modelli di selezione di gruppo, selezione parentale e genocentrismo, che godettero di alterna fortuna e coinvolsero molti dei protagonisti del Novecento come Ronald Fisher, J. B. S. Haldane, J. C. P. Williams, William D. Hamilton, Ernst Mayr, Richard Dawkins, Stephen Jay Gould e Richard Lewontin, solo per citarne alcuni.

Gli studi sperimentali e l’opera divulgativa di Wilson si concentrano soprattutto sull’origine ed evoluzione dell’eusocialità nelle formiche, come dimostrano i fortunatissimi saggi pubblicati insieme a Bert Hölldobler (il premio Pulitzer The Ants, 1990 in Italia Formiche, Adelphi, 1997 e The Superorganism: The Beauty, Elegance, and Strangeness of Insect Societies, 2009 cioè Il superorganismo, Adelphi, 2011). Ciò nonostante, sono state le riflessioni sulle basi genetico-selettive della socialità umana a scatenare immancabili e durissime controversie di natura filosofica, sociologica e politica nel corso degli ultimi decenni. Sebbene in termini diversi, si tratta di uno dei tanti ricorsi storici a cui siamo abituati. Nell’Origine dell’uomo, Darwin aveva definitivamente chiarito come l’uomo fosse oggetto anch’esso dei meccanismi evolutivi, insieme a tutto il resto della famiglia animale, una proposta così poco scontata che a opporsi fu addirittura lo stesso Wallace, cofondatore della teoria della selezione naturale. Alla fine dell’Ottocento, tale “idea pericolosa”, combinata con il principio di “selezione di gruppo”, sarebbe divenuta una creatura fuori controllo: inopinatamente estesa alla cultura umana e trasfigurata in un effetto-domino tanto potente quanto visionario, dilagò rapidamente nelle dinamiche dell’economia e della società, partorendo tra l’altro il darwinismo sociale. Dobbiamo dunque ritenere in qualche modo inevitabile che la proposta darwiniana originale così come i successivi modelli di selezione di gruppo, qualora applicati alla nostra specie, debbano confrontarsi con analoghe difficoltà di interpretazione e applicazione, pur in diversi contesti storici?

In queste Origini profonde delle società umane, Wilson riprende un lungo ininterrotto ragionamento sulla storia naturale della socialità animale, inserendola nel club piuttosto esclusivo delle grandi rivoluzioni: in una visione progressiva a complessità crescente, qui semplificata all’osso e un po’ forzata, si racconta l’approdo all’espressione più estrema di organizzazione sovraindividuale, l’eusocialità, in cui si stabilisce una ripartizione stabile di compiti tra gruppi di animali, giungendo addirittura a una riproduzione riservata a caste. È una soluzione di grande potenzialità ecologica, come dimostra la diffusione e la diversificazione delle formiche, delle api e di altri insetti che l’hanno adottata. Tuttavia, rileva l’autore, a causa di vincoli di varia natura, solo poche specie hanno intrapreso questo percorso fino in fondo: tra di esse, il genere umano. Così, l’ultima sezione del testo è il racconto di come la storia biologica e culturale di Homo sapiens si siano intrecciate con fattori ambientali e nutrizionali – per esempio l’assunzione di carne cotta intorno al fuoco – capaci di scatenare un duplice effetto sinergico di impulso metabolico e sociale, preludio a una svolta epocale. Più di quarant’anni fa, Sulla natura umana (1978) valse a Wilson il primo premio Pulitzer e la storia continua sempre con lui, oggi ultranovantenne e determinato a sfidare il gigante Ernst Mayr, a cui dedicò un saggio per il centesimo compleanno (Systematics and the Future of Biology, 2005).

luca.munaron@unito.it

L. Munaron insegna fisiologia all’Università di Torino

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