Enrico Deaglio – La bomba | Primo Piano

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Copertura e depistaggi istituzionali: le straordinarie somiglianze

di Guido Panvini

Enrico Deaglio
LA BOMBA
Cinquant’anni 
di piazza Fontana
pp. 306, € 18,
Feltrinelli, Milano 2019

Il cinquantesimo anniversario della strage di piazza Fontana sarà ricordato come una data spartiacque nella ricostruzione di quella drammatica svolta della storia repubblicana. La ricorrenza è stata particolarmente densa non solo per l’imponenza delle celebrazioni – di cui la città di Milano è stato il centro propulsore – ma anche per il susseguirsi di iniziative editoriali che hanno segnato il dibattito pubblico. Il libro di Enrico Deaglio s’inserisce in questo contesto, apportando un fondamentale contributo di riflessione su quella stagione. Il testo possiede la forza narrativa di un romanzo, la profondità di un’inchiesta giornalistica e la chiarezza di una sintesi d’insieme, presentandosi, al contempo, con molteplici chiavi di lettura. Conviene, in questa sede, concentrarsi su alcuni grandi temi affrontati dall’autore. Deaglio, innanzitutto, riflette sulla “vasta cospirazione di potere” che ha reso possibile non solo la realizzazione della strage, ma anche la sua sostanziale impunità. Viene fatto il punto sulle novità introdotte dalle indagini più recenti, come, ad esempio, nei due volumi di Gabriele Fuga e di Enrico Maltini (E ‘a finestra c’é la morti. Pinelli: chi c’era quella notte, Zero in condotta, 2013 e Pinelli. La finestra è ancora aperta, Colibrì, 2016) che hanno portato alla luce la presenza, all’interno della Questura di Milano, durante gli interrogatori in cui perse la vita Giuseppe Pinelli, di una squadra di agenti speciali del ministero degli interni, guidata da Silvano Russomanno, stretto collaboratore di Federico Umberto D’Amato, a capo dell’Ufficio affari riservati.

Questo scenario muta completamente la ricostruzione in cui avvennero le prime indagini sulla strage alla Banca nazionale dell’agricoltura, com’è noto, immediatamente orientate verso gli ambienti anarchici. Cambia, allo stesso tempo, la ricostruzione – ancora oggi, mai del tutto chiarita – della dinamica che portò alla tragica scomparsa di Giuseppe Pinelli. Deaglio si dice convinto della presenza del commissario di pubblica sicurezza Luigi Calabresi negli interrogatori che si erano conclusi tragicamente con il decesso di Pinelli, alla cui ricostruzione viene dedicato un intero capitolo. La questione è di assoluta rilevanza. Calabresi, infatti, fu ritenuto a lungo, dalla sinistra extraparlamentare e da un’estesa fascia di opinione pubblica, responsabile della morte del militante anarchico. Nella campagna d’informazione che seguì si distinse, con una battaglia durissima, il settimanale “Lotta Continua” (poi divenuto quotidiano), di cui Deaglio è stato direttore tra il 1977 e il 1982, negli anni più difficili segnati dall’offensiva terroristica della lotta armata di sinistra contro le istituzioni democratiche del paese. Luigi Calabresi fu ucciso il 17 maggio 1972. Per il suo assassinio sono stati indagati come mandanti tre dirigenti di Lotta Continua, Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri, accusati a posteriori, dalle confessioni di un pentito, Leonardo Marino, ex-militante del gruppo. Ne scaturì, negli anni novanta, una lunga battaglia processuale e un’altrettanta vasta mobilitazione dell’opinione pubblica a favore dell’innocenza dei tre imputati che si sono sempre dichiarati estranei alla morte di Calabresi. Per di più le indagini giudiziarie avevano suscitato l’intervento pubblico del mondo intellettuale sulle incongruenze presenti nelle carte processuali e sull’attendibilità di Marino, con la riflessione iniziata da Carlo Ginzburg nel suo celebre Il giudice e lo storico. Considerazioni in margine al processo Sofri (Einaudi, 1991).

Si capisce perché la ricostruzione di Deaglio assume la massima importanza: la presenza o meno di Calabresi nella stanza degli interrogatori che vide la morte di Pinelli non giustifica l’assassinio del commissario – e forse varrebbe la pena ricordarlo nel cinquantesimo anniversario della strage di piazza Fontana – ma certamente la soluzione di quell’enigma contribuirà a fare luce su quanto seguì l’attentato di Milano. In questo senso il tentativo compiuto da Deaglio è particolarmente interessante, perché narra la vicenda di piazza Fontana come un caso paradigmatico, vero e proprio modello per le stragi che insanguinarono l’Italia dal 1969 al 1993. Non perché si sia convinti che vi fosse un’unica cabina di regia per tutti gli attentati, da quelli neofascisti a quelli mafiosi del 1992-1993. Tuttavia le modalità delle stragi, la dinamica di copertura dei veri responsabili e la sequenza di depistaggi compiuti da uomini delle istituzioni, sostiene l’autore, si presentano con straordinaria somiglianza. È questa una riflessione particolarmente autorevole che nel volume torna di pagina in pagina, tanto più se si pensa che Deaglio è stato tra i più importanti giornalisti d’inchiesta che hanno seguito il fenomeno mafioso negli anni novanta.

È dunque auspicabile che il percorso intrapreso in quest’anniversario sia seguito da una lunga stagione di studi che faccia finalmente chiarezza su tutto ciò che ancora oggi è oscuro di quelle drammatiche vicende.

guido.panvini@unibo.it

G. Panvini insegna storia contemporanea all’Università di Bologna

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