Etnie, popoli e nazioni d’Europa cambiano | Intervista a Walter Pohl

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La storia e le forzose costruzioni identitarie

dal numero di marzo 2019

Intervista a Walter Pohl di Tiziana Lazzari

Walter Pohl è uno storico delle migrazioni e dei popoli dell’alto medioevo, insegna storia medievale all’Università di Vienna e dirige l’Institut für Mittelalterforschung dell’Accademia austriaca delle scienze.

A partire dagli anni novanta e dal progetto di ricerca The Transformation of the Roman World, lei è stato uno dei protagonisti della stagione di studi che ha cambiato profondamente il nostro modo di interpretare i concetti di popolo e di etnia nei primi secoli del medioevo e non solo. Una stagione di studi che, forse per la prima volta, è stata condotta insieme da storiche e storici di diversa provenienza e formazione nazionale: un gruppo di ricerca davvero europeo, che probabilmente per questa ragione ha potuto elaborare affermazioni che allora suonavano davvero nuove, su tutte “nessuno dei popoli europei moderni può affermare di essere erede diretto di un popolo altomedievale”. In Italia sono posizioni che, a più di vent’anni di distanza, sono state ben recepite nell’editoria scolastica, ma non sono per nulla conosciute e accolte nel sentire comune. Per quella che è la sua esperienza è così anche nel resto dell’Europa? E quali sono gli ostacoli che si frappongono alla ricezione diffusa e popolare di questa rinnovata narrazione della creazione culturale dei popoli e delle origini dell’Europa?

È vero, a partire dagli anni novanta abbiamo cambiato sotto molti aspetti la nostra percezione della storia, nel mio caso, quella della tarda antichità e dell’alto medioevo. Siamo riusciti a dimostrare che le grandi narrazioni lineari, per esempio di storia nazionale, sono soltanto semplificazioni, talvolta addirittura mistificazioni di processi storici che, in realtà, sono molto più complessi. Nessuna storia nazionale in Europa è senza rotture, contraddizioni e cambi di direzione. Allo stesso tempo, queste storie particolari fanno parte di una matrice comune, europea. Dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente, si è stabilita una pluralità di stati distinti, denominati secondo i nomi dei popoli: sorsero dunque regni di franchi/francesi, inglesi, danesi, ungheresi, bulgari e così via. La continuità europea, però, non sta nelle singole nazioni, ma in questo sistema di equilibrio tra i popoli e gli stati: in una tale pluralità politica, non ha mai potuto imporsi un impero vero e proprio per un lungo periodo di tempo, tranne nell’Europa orientale. Ed è questo che rende l’Europa un caso quasi unico nel mondo, molto diverso dal mondo islamico, dalla Cina o dall’India, dove si sono alternati invece periodi d’impero e di scissioni.

Con il nostro lavoro di ricerca abbiamo dimostrato che nel corso della storia cambiano non soltanto le etnie, con il processo di “etnogenesi”, ma che si modifica anche il significato dell’etnicità stessa. Quindi la storia di etnie, popoli e nazioni d’Europa che possiamo raccontare ora è molto più complessa della storia lineare ancora presente nelle percezioni popolari. Ed è per questo che è diventato più difficile spiegarla…

Patrick Geary, nel 2002, dimostrava come il nazionalismo del XIX secolo avesse avvelenato il paesaggio culturale europeo, sviluppando gli strumenti moderni del metodo storico in funzione proprio della costruzione di invalicabili barriere nazionali. Un richiamo che in quegli anni aveva una forte valenza politica, perché offriva gli strumenti per osservare in maniera critica e consapevole l’abuso che dell’argomento nazionalista era stato consumato negli anni Novanta nelle guerre della ex-Iugoslavia e nella retorica politica delle nuove destre. Nell’Europa contemporanea, invece, l’argomento storico pare scomparire dallo scontro politico, anche nella forma di abuso nazionalista, e i sovranisti tendono a non richiamarsi più a identità etniche storicamente fondate ma, molto più concretamente, soltanto a condizioni privilegiate di cittadinanza che occorre difendere da potenziali concorrenti. Si può interpretare questo, a suo parere, quale segno di una frattura profonda tra la cultura storica e gli argomenti della politica, che pare essere intervenuta in questi ultimi decenni?

Ovviamente, anche i nazionalismi stanno cambiando. Conviene ricordare che molti sovranisti italiani di oggi non molto tempo fa discutevano se la Padania fosse più celtica o più longobarda, invece che romana o italiana. Sembra effettivamente che le destre abbiano recepito quella generale perdita di senso storico che caratterizza oggi le nostre società. Vedremo nel tempo, però, se questa politica di supposti interessi nazionali modello Trump basterà per creare consensi durevoli. In fondo, i nazionalismi si basano sempre su concezioni identitarie (“siamo noi il popolo”), e le identità non funzionano senza la storia. In questo senso, i governi in Ungheria e in Polonia propongono oggi una ricerca e una edcazione storica più patriottiche e cercano di intervenire direttamente nelle istituzioni accademiche per poterle meglio controllare. Tutti e due gli atteggiamenti – la negazione della storia, e l’appropriazione della storia per determinare costruzioni identitarie – sono segni di rottura tra cultura storica e politica. La politica identitaria di stampo nazionalista mi sembra comunque più pericolosa: come Francis Fukuyama ha avuto occasione di ribadire recentemente, sugli interessi si può discutere e trovare compromessi, sulle identità no. Credo comunque che la ricerca storica sulle identità rimanga urgente in ambedue i casi, per non lasciare terreno ad alcun genere di nazionalismo, sia che esso miri alla perdita sia che voglia il controllo della memoria storica.

Lei è nato, si è formato e insegna a Vienna, che per secoli è stata la grande capitale dell’impero multietnico degli Asburgo. Per le sue ricerche e, più in generale, per quelle della cosiddetta “scuola di Vienna” sulla etnogenesi dei popoli altomedievali, quanto ha influito l’eredità della realtà politica e istituzionale asburgica, così composita sotto il profilo etnico e culturale, e quanto crede che abbia inciso invece la costruzione novecentesca del mito asburgico quale crogiuolo multietnico per eccellenza?

L’Austria è forse l’unica nazione europea nella quale non si è mai sviluppato un nazionalismo proprio – solo un nazionalismo tedesco. E, in effetti, Vienna quale città cosmopolita offre molti motivi di ispirazione per una storia sovranazionale. Comunque, non è stato certo a causa della nostalgia per l’impero asburgico che io ho iniziato i miei studi critici sull’etnicità: quell’impero non fu solo un crogiuolo di etnie e di culture pieno di creatività, ma anche un covo di sciovinismo e di nazionalismi.

Nella costruzione dell’idea stessa di Europa e nel suo governo, la conoscenza storica può oggi rivestire un ruolo, secondo lei? È ancora possibile pensare a una funzione politica della storia o è meglio riservarle esclusivamente un ruolo di coscienza critica del sistema?

Quando, negli anni settanta, studiavo storia all’università, la speranza mia e dei miei compagni era di riuscire a far crescere la rilevanza sociale e politica della storia. L’esperienza che ho fatto come storico, però, sembra indicare che quando le mie ricerche sono diventate davvero rilevanti, purtroppo non si è trattato, se non raramente, di una buona notizia: così ai tempi della guerra nell’ex-Iugoslavia, o negli anni scorsi, nel contesto dei dibattiti sulle migrazioni. Credo comunque che il nostro apporto come storici rimanga importante. Dobbiamo essere modesti nelle nostre speranze di poter influenzare l’opinione pubblica, ma decisi nel proporre delle analisi critiche al pubblico e nel difendere i risultati della ricerca storica contro quelle ricostruzioni dei fatti che non si basano su nulla. Il nostro compito resta, infine, quello di convincere.

In questi ultimissimi anni, alcuni archeologi e storici dei primi secoli del medioevo hanno lanciato progetti di ricerca che sembrano abbandonare il piano della costruzione culturale delle etnie per proporre invece, attraverso indagini sul Dna, una nuova valorizzazione del dato biologico nello studio delle popolazioni antiche. In quale misura questa nuova prospettiva di indagine mette in discussione la narrazione etnogenetica? È ammissibile, a suo parere, identificare biologicamente i popoli?

Le nostre ricerche dimostrano senza ombra di dubbio che l’appartenenza a un popolo non è determinata dai geni e dalle origini biologiche. Vorrei dunque porre la questione in maniera inversa: non deve cambiare la narrazione storica sui processi etnici, ma dovrebbe cambiare invece quell’attribuzione automatica di etichette genetiche a popoli storici che operano molti genetisti. Oggi, molti credono che la genetica detenga le chiavi della loro identità, che sia in grado di mostrare chi è “davvero” un soggetto, ma non esistono geni in grado di determinare quale lingua parliamo, quali espressioni culturali preferiamo e a quale popolo apparteniamo. C’è una certa probabilità statistica di avere in comune più tratti genetici con la popolazione della stessa regione che non con popoli più distanti, ma questi sono equilibri dinamici.

Abbiamo appena iniziato a studiare il periodo delle migrazioni con l’analisi del Dna antico. Ho partecipato a un progetto interdisciplinare coordinato da Patrick Geary sulla migrazione dei Longobardi dalla Pannonia in Italia: dai primi risultati, emerge una buona coincidenza fra un profilo genetico non-mediterraneo, migratorio, e le tombe con corredo. Quando avremo più dati, forse saremo anche in grado di legare questo gruppo più strettamente con i Longobardi, ma non potremo dare per scontata tale identificazione, sulla base dei soli dati genetici: non sapremo mai, insomma, se un individuo con lo stesso profilo genetico, inumato senza corredo, fosse considerato Longobardo o no.

I libri

The Avars. A Steppe Empire in Central Europe, Cornell, 2018
con Gerda Heydemann, Strategies of Identification. Ethnicity and Religion in Early Medieval Europe, Brepols, 2013
Die Völkerwanderung. Eroberung und Integration, Kohlhammer, 2005
Werkstätte der Erinnerung. Montecassino und die Gestaltung der langobardischen Vergangenheit,  Oldenbourg, 2001
Strategies of Distinction. The Construction of Ethnic Communities, Brill, 1998

In lingua italiana

Razze, etnie, nazioni, Aragno, Torino 2010
con Flavia de Rubeis, Le scritture dai monasteri, vol. 29 Acta Instituti Romani Finlandiae, Arbor Sapientiae, 2002
Le origini etniche dell’Europa. Barbari e Romani tra antichità e medioevo, Viella, 2000

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