Giovanna Fiume – Del Santo Uffizio in Sicilia e delle sue carceri

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Graffiti, disegni e scritte tra contestazione e ritualità

di Antonio Castillo Gómez

Giovanna Fiume
Del Santo Uffizio in Sicilia e delle sue carceri
pp. 360, € 34,
Viella, Roma 2021

Del Santo Uffizio in Sicilia e delle sue carceri : Fiume, Giovanna:  Amazon.it: LibriDalla fine del XVI secolo fino al 1782, il palazzo Chiaromonte-Steri, attuale sede del rettorato dell’Università degli studi di Palermo, ospitò il Santo Uffizio. Poco dopo l’insediamento, alcune stanze del piano terreno e del primo piano furono destinate a carcere. Gli individui che soffrirono in quelle celle furono autori di un gran numero di iscrizioni e disegni, soprattutto nel corso del Seicento, che costituiscono uno degli insiemi di graffiti più ricchi dell’età moderna, in buona parte recuperato grazie ai lavori di restauro che si sono succeduti a partire dalla loro valorizzazione compiuta, agli inizi del Novecento, dall’etnologo Giuseppe Pitrè. A differenza di altri corpus storici, più difficili da contestualizzare, gli esemplari palermitani hanno potuto essere studiati nel dettaglio, in primo luogo per il loro eccezionale stato di conservazione e in secondo luogo perché, nonostante tutto, si dispone di una notevole documentazione. Quest’ultima, insieme all’analisi delle iscrizioni e dei disegni, è alla base della monografia di Giovanna Fiume, alla quale, tra le tante risorse, è stato particolarmente utile il database in cui, alcuni anni fa, Maria Sofia Messana ha registrato le quasi 6500 persone perseguite dal Santo Uffizio. L’Inquisizione si stabilì in Sicilia nel 1487 su richiesta di Ferdinando II di Aragona, visto che l’isola era uno dei vicereami che facevano parte della monarchia ispanica. Fino alla sua abolizione per volere di Ferdinando III di Sicilia, la sua storia fu costellata di conflitti con le altre magistrature isolane, con le autorità ecclesiastiche, il parlamento, il viceré e, in alcune occasioni, persino con il papa. Dietro a queste rivalità c’erano sempre i privilegi del tribunale, la competenza per la giurisdizione di certi delitti, la sua autonomia o dipendenza dal potere regio, come avvenne in alcuni periodi del XVII secolo. Durate la rivolta di Messina, infatti, il tribunale dell’Inquisizione fu una macchina di spionaggio a servizio del viceré Giovanni d’Austria e agì sempre come avamposto cristiano contro i nemici politici religiosi della Spagna e dell’Inquisizione.

Chiarito lo sviluppo istituzionale del Santo Uffizio in Sicilia, l’autrice si addentra nella liturgia dei processi. Spiega come venivano istruiti, le loro fasi, la garanzia del segreto, le pene comminate e, ovviamente, la funzione paradigmatica perseguita tramite gli auto da fé, che servivano per mostrare pubblicamente il potere dell’Inquisizione e rendere effettiva la pedagogia della paura alla base del suo operato. La posizione strategica della Sicilia, i problemi della confessionalizzazione della società e della cultura magico-religiosa del contesto spiegano il fatto che le sentenze dettate da quel tribunale avessero un carattere diverso da quello degli altri distretti. La persecuzione contro i giudaizzanti, maggioritaria, fu più circoscritta nel tempo, mentre quella contro i rinnegati si protrasse e, ancora alla fine del XVIII secolo, alcuni degli ultimi processi avvennero per magia e sortilegio.

L’ampio capitolo che l’autrice dedica alla natura dei delitti giudicati dall’Inquisizione, e alla dottrina invocata per sostenere che fossero di fede, si integra con un’indagine più qualitativa su prigionieri specifici, concreti, come Dulcioria Agnello, la quale coniugava, nelle sue credenze, idee dello scetticismo cattolico e la convinzione giudaica che Gesù non fosse il messia. Questi contributi di microstoria si fermano sulle parole e le azioni che provocarono i sospetti dell’inquisizione, spiegando perché tante persone finirono nelle sue carceri. A proposito di queste ultime, la lettura di visite ispettive, regolamenti e normative insieme alle testimonianze dei detenuti permette di accostarsi alla vita e alla routine quotidiana delle carceri: alimentazione, mancanza di igiene, controllo delle comunicazioni, lavori, sessualità, eccetera. È in questo contesto che entrano in gioco i graffiti e i disegni, eseguiti con strumenti e tecniche diverse: incisi o tracciati con il fumo della candele, a carboncino, con l’argilla polverizzata dei mattoni del pavimento o la ruggine delle catene, con pigmenti di varia natura e nerofumo applicato a secco o con il pennello. Tutti rispecchiano la spontaneità nello scrivere o nel disegnare che caratterizza i graffiti; ma la cosa non deve essere considerata sinonimo di rozzezza. Al contrario, basta guardare la Crocifissione dipinta in una cella, la Discesa agli inferi in un’altra o le numerose effigi di santi e sante per arrivare alla conclusione che, dietro a questi graffiti e disegni, c’erano degli autentici professionisti, che possedevano, in più, una cultura e una memoria iconica in cui dialogavano la pittura di noti artisti italiani con l’immaginario delle edicole sacre, delle stampe popolari e dell’arte profana. Se guardiamo le iscrizioni, scritte in varie lingue (latino, italiano, siciliano, inglese, due in ebraico e una in spagnolo), il panorama è il medesimo. Molte danno conto di un’ampia competenza linguistica, e alcune rientrano persino nel formato grafico che Armando Petrucci chiamò “scrittura di apparato”. Secondo Fiume, non è possibile pensare che fossero parte di un programma stabilito dalla stessa Inquisizione, quanto piuttosto che dovessero essere realizzate dai prigionieri con lo stesso proposito di impossessarsi dello spazio e di sacralizzarlo che tradiscono le figure dei santi.

Sulle pareti di palazzo Steri è rimasta impressa l’impronta di cristiani dissidenti (ortodossi e protestanti), di quietisti, mistici, cattolici scettici, di musulmani ed ebrei, al fianco di quella di detenuti per bigamia, concubinato, sodomia, stregoneria o blasfemia. I messaggi sono tanti e diversi, quanto le urgenze espressive dei loro autori (e autrici, in qualche caso): nomi, calendari, date libere, poesie, canzoni, lamenti, denunce (“A 30 di agosto 1645 hebbi la tortura”); insieme, un repertorio non meno eterogeneo di disegni: edifici/costruzioni, qualche cannone, mappe (una della Sicilia), scene navali (la battaglia di Lepanto), figure umane (una nell’atto di masturbarsi) o motivi decorativi. E, ovviamente, in larga parte sono presenti preghiere, citazioni bibliche, salmi e nomi sacri. Oltre a un’ampia iconografia religiosa (l’Annunciazione, Cristo in croce o le numerose figure di santi), le carceri rappresentano un “vero e proprio inventario delle devozioni di età moderna”. Al plurale, perché se qualcosa testimoniano i graffiti di Palermo è proprio quel luogo di incontro e di scontro di culture e religioni che fu la Sicilia durante l’età moderna, strategicamente situata in un Mediterraneo agitato dalle continue lotte tra cristiani e musulmani. I graffiti trasmettono un contenuto in quanto scrittura o disegno, ma il loro significato non può prescindere dalla parete che fa loro da supporto e da luogo, in questo caso le carceri dell’Inquisizione. Dal muro, ogni testimonianza propizia il dialogo con le altre, anteriori o posteriori, arrivando a configurare una sorta di comunità intorno al testo (o al disegno). Proprio questo sembrava pensare colui che scrisse “Tu chi veni carceratu / legi questa scritta”. E per questo i graffiti rappresentano un’azione e un’esperienza così intensa che, a volte, i detenuti stabilirono un rapporto molto diretto con ciò che trovavano scritto o disegnato sui muri. Di fronte ad alcune immagini reagirono come se si trovassero in una chiesa, le toccarono e le baciarono. Altre volte, ovviamente, le ingiuriarono, le colpirono e le insozzarono. Del resto, come afferma Fiume, “questo carcere sembra lo specchio delle mescolanze culturali delle popolazioni mediterranee”.

antonio.castillo@uah.es

A. Castillo Gómez insegna storia sociale della cultura scritta all’Università di Alcalá

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