Igiaba Scego – La linea del colore | Primo Piano

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Nel segno di Lafanu

di Maria Vittoria Vittori

Igiaba Scego
La linea del colore
pp. 368, € 19,
Bompiani, Milano 2020

Anche se Igiaba Scego ci ha abituato ormai da tempo alla plurivocità dei suoi romanzi, questo suo ultimo libro La linea del colore costituisce comunque una sorpresa. Perché occorre dire che qui l’autrice ha scardinato il genere stesso del romanzo storico, spalancando la trama non soltanto alla contemporaneità ma anche ad altri mondi, culture e linguaggi che attraversano liberamente le frontiere narrative. Siamo nella seconda metà dell’Ottocento, e tutto ruota intorno alla pittrice Lafanu Brown, personaggio d’invenzione che però è frutto del libero incrocio operato dall’autrice tra due donne realmente esistite, la scultrice afroamericana Edmonia Lewis (1844-1907) e l’ostetrica Sarah Parker Remond (1826-1894), attivista per i diritti umani e il suffragio femminile, entrambe di casa a Roma negli ultimi decenni dell’Ottocento. È proprio a Roma, all’indomani del massacro di Dogali (1887), che Lafanu Brown ripercorre la propria vita in dense pagine destinate all’anarchico Ulisse Barbieri, che l’aveva messa al riparo, lei nera, dalla folla impazzita alla notizia dell’eccidio di cinquecento soldati italiani in Africa orientale. Si svolge principalmente in due territori, questo primo scenario storico: la città nordamericana di Salenius (Salem) in cui Lafanu, proveniente dalla tribù indiana dei Chippewa, cresce affidata dalla sua benefattrice Betsebea McKenzie a una famiglia di neri liberati, e la Roma dapprima agreste e papalina e poi nuova capitale del Regno. Il secondo scenario storico animato da Leila, altro personaggio d’invenzione ma con evidenti contaminazioni autobiografiche, è la contemporaneità, e si dipana tra Roma, la città in cui Leila è nata da genitori somali, e la Somalia dove vivono i suoi parenti.

Se Lafanu, vittima di uno stupro che le ha rubato i colori e i sapori della vita, ha deciso di ricostruire la sua interiorità a partire dal desiderio di diventare artista, anche Leila – che racconta in prima persona – affida all’arte il compito di rivelarle qualcosa di più profondo su se stessa e sugli altri. Nasce proprio dalla visione di quelle donne nere incatenate al palo della fontana monumentale di Marino, un sentimento di segreta affinità e al tempo stesso la folgorazione verso Lafanu Brown, che le ha fatto conoscere una sua collega, Alexandria Mendoza Gil, che diventerà poi una sua carissima amica “nel segno di Lafanu”. E dunque le due amiche concepiscono il progetto di realizzare una grande mostra su di lei, chiamando a raccolta le più disparate personalità artistiche e, in primo luogo, quelle più vicine al suo spirito. Uno spirito di libertà che reclama movimento, ereditato dal padre, “l’haitiano che aveva visto il mondo”.

La trama della narrazione è interamente solcata dagli spostamenti di Lafanu – prima in Inghilterra, e poi in Francia e in Italia – alla ricerca non solo della sua libertà di donna e d’artista ma anche di quel gusto della vita che le era stato sottratto dallo stupro subito. In perfetta sintonia, lo scenario della contemporaneità in cui vive Leila è solcato da migliaia e migliaia di viaggi dall’Africa verso l’Italia, il più delle volte troncati brutalmente. Viaggi di giovani in cerca di libertà; viaggi di ragazze come Binti, la cugina di Leila, in fuga da un destino già scritto. Intelligenze, cuori e corpi in movimento che vengono dalla parte debole del mondo, quella che non ha passaporto, quella destinata a scontrarsi con porti chiusi, fili spinati, frontiere blindate. E dunque “il diritto dei corpi al movimento” come lo definisce Scego, è inseparabile dalla paura, tremenda, “di perdere il proprio corpo”. Esistono tanti modi, al di là della morte, di perderlo: come è successo a Lafanu, come succede anche a Binti.

Scavando nelle pieghe della storia vengono messi a nudo i tanti tabù e le dolorose ambivalenze dell’epoca di Lafanu e anche della nostra: i feroci pregiudizi verso i “negri palesemente inferiori”; la carità ipocrita di quelle benefattrici che se ne prendevano cura a loro maggior gloria; il diritto al viaggio e alla mobilità ancora oggi ferocemente negato, ingiustizia per cui Leila non usa mezzi termini: “Viviamo in apartheid, questo è apartheid”. Leila e Alexandria ne sono perfettamente consapevoli: il loro progetto che coinvolge giovani artisti “dal passaporto debole” è un atto politico. Così com’è politica, nella narrazione dell’autrice, la disamina delle più importanti vicende storiche italiane dalla prospettiva di chi è italiana, nata e cresciuta in quella stessa Roma al centro del libro, e che però mette in campo interpretazioni divergenti, che escono decisamente dai confini della narrazione unilaterale in cui acriticamente ci si rifugia.

Conferiscono una profonda unitarietà a un romanzo così plurivoco e stratificato alcune immagini ed espressioni ricorrenti, che nascono da una considerazione speciale riservata sia a quelle opere d’arte che sono capaci di farci vedere la verità dei sentimenti oltre la superficie dei corpi, sia a quei linguaggi ibridi, meticci, in cui la fusione delle diverse provenienze si declina in aromi di papavero, manioca, papaia, fino al toscano che sulla bocca di Uarda – metà ghanese, metà nigeriana – si riverbera con accento di greve purezza. E poi non è soltanto questione di linguaggi e di persone: è la storia stessa che è meticcia, ci ricorda Igiaba Scego. Anche se a volte si finge di non saperlo.

mv.vittori@tiscali.it

M. V. Vittori è insegnante e saggista

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