Autori Vari – Dopo le bombe | Primo Piano

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Un duro percorso e uno scenario europeo

di David Bidussa

DOPO LE BOMBE
Piazza Fontana e l’uso pubblico della storia
con scritti di Aldo Giannulli, Davide Conti, Elia Rosati, Giulio D’Errico, Elio Catania, Erica Picco, Sara Troglio, Fabio Vercilli, 
postfazione di Mirco Dondi,
pp. 234, € 18,
Mimesis, Sesto San Giovanni MI 2019

Scrive Fabio Vercilli nel suo saggio dedicato alle fonti, ai temi e alla cronologia di piazza Fontana (uno strumento indispensabile per riuscire a dare ordine alle cose) che con “strategia della tensione” si debba intendere: “insieme di teorie, rigorosamente applicate da settori politici, militari e imprenditoriali, volte a ostacolare il processo di distensione tra i due blocchi”. Dunque piazza Fontana come storia della guerra fredda più che data memoriale della storia italiana. Scrive Mirco Dondi nelle ultime pagine di questo libro che affrontare la storia di piazza Fontana – l’evento ma anche ciò che precede e che segue – ha voluto dire affrontare spesso una camminata “in solitaria” perché, aggiunge, “rimettere l’attentato nelle mani di chi effettivamente l’aveva eseguito si rivelò (a partire dal gennaio 1971 con l’avvio dell’inchiesta del magistrato Giancarlo Stiz) il percorso duro di un moto controcorrente che colpì ma non travolse, gli inquirenti che indagarono con scrupolo” (il corsivo è mio). Un moto controcorrente che significa ricostruire ciò che si muove intorno a quei giorni di dicembre 1969, e alla comprensione immediata che quell’atto veniva da destra com’è chiaro ad Aldo Moro o a Luciano Barca (ricostruisce Davide Conte), ma anche quale immagine fuori d’Italia emerga da chi osserva ciò che in Italia avviene. Lo racconta Giulio D’Errico che tra l’altro ricorda come il termine “strategia della tensione” nasca sulle pagine dell’“Observer” il 14 dicembre 1969.

Una situazione che rinvia anche a un tempo lungo che precede quegli eventi, tra gli anni cinquanta e metà degli anni sessanta nelle connessioni tra estrema destra italiana, destra francese orfana del suo progetto autoritario dopo la catastrofe algerina, destra portoghese, Grecia dei Colonnelli e Spagna di Franco. Una rete in cui un ruolo particolare gioca un personaggio come Pino Rauti. Una famiglia di estrema destra europea di cui Aldo Giannuli e Elio Catania disegnano una mappa dettagliata e molto utile. Perché una cosa non si può dire: che lo scenario che anticipa, mette in essere e “amministra” piazza Fontana sia una vicenda “all’italiana”. Il tema è anche cosa rimane della strage di piazza Fontana e della strategia della tensione e come raccontare questa complessa fase della storia italiana ed europea, cinquant’anni dopo. Su piazza Fontana, infatti, siamo pieni di “narrazioni tossiche” (per riprendere la diagnosi che propone Elio Catania). Narrazioni in gran parte segnate dalla produzione cinematografica (con pochissime eccezioni) in cui più spesso è centrale quello che non si mostra, che quello che si dice o si tace. E dove è importante costruire un immaginario, più che dare spessore alle cose certe.

Un profilo dove sono molto importanti, come ricostruisce Elia Rosati, le vicende emozionali, lo spessore degli alibi e delle molte versioni che non solo depistano ma anche inventano, e in cui chi parla (per esempio tra i molti esponenti della destra estrema, uno per tutti Stefano Delle Chiaie) lo fa non per raccontare, ma per alludere, o per costruirsi una personalità, in ogni caso dicendo ciò che è funzionale che gli auditori credano. Dall’analisi di come oggi la strategia della tensione è studiata nelle aule di scuola e dallo sguardo dei mass media stranieri e italiani, questa è la scommessa su cui si sostiene Dopo le bombe, forse è possibile provare a rimettere in ordine un “passato che non passa”. Ma anche un insieme di fatto la cui conoscenza, osservano Erica Picco e Sara Troglio, è inversamente proporzionale alla loro presenza nel discorso pubblico. La strategia della tensione, infatti, molto citata, nei manuali scolastici è raccontata con incertezza, con un linguaggio guardingo, con approssimazione, spesso costruendo un’aria di nebulosità. Una ricostruzione in cui molte cose si sovrappongono e si confondono, ma dove spesso ciò che predomina è la ritrosia ad affrontare i nodi essenziali e problematici della conflittualità politica dei decenni sessanta e settanta. Una condizione che rende i manuali molto spesso inutili, comunque inservibili. Uno strumento, sottolineano Picco e Troglio, che perde progressivamente la funzione di supporto all’insegnante tanto da metterlo nella condizione, se vuole proporre dei contenuti agli studenti, di andare a cercare altrove fonti, documenti, indicazioni.

In sintesi. Cinquanta anni dopo non siamo in grado, né a livello scolastico, né nell’opinione pubblica, di affrontare un percorso di ricostruzione complessivo. Per questo siamo ancora nel tempo del “dopo le bombe”. Giusto il titolo.

davidbidussa@yahoo.it

D. Bidussa è storico, saggista e ha diretto la biblioteca della Fondazione Feltrinelli a Milano

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