Dematteis, Digioia, Mambretti – Montanari per forza | Migrazioni

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Chi salverà le nostre Alpi?

di Giorgio Morbello

 

Maurizio Dematteis, Alberto Di Gioia e Andrea Mambretti
MONTANARI PER FORZA
Rifugiati e richiedenti asilo nella montagna italiana
pp.151, €23,00
FrancoAngeli, Milano, 2019

Dal Mali ai boschi di Ormea nelle Alpi Marittime, dal Ghana ai valdesi di Villar Pellice, dalla Costa d’Avorio a Ceres nelle Valli di Lanzo: uomini, donne, spesso molto giovani, che hanno trovato in queste realtà punti di arrivo, o forse tappe, del loro viaggio. Sono richiedenti asilo e rifugiati politici che nel 2016 sono stati inseriti in CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) o in progetti SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) di località di montagna. Non si tratta di traiettorie eccentriche di viaggio o di curiosità statistiche. La presenza di rifugiati politici e richiedenti asilo, i “migranti forzati”, nelle zone di montagna italiane è assai più consolidata di quanto si potrebbe pensare. Ne traccia i confini Montanari per forza, una ricerca in cui gli autori raccontano numeri e dimensioni nazionali di questo fenomeno e insieme analizzano 7 casi di studio, “buone pratiche” di accoglienza diffusa in territori montani dell’arco alpino piemontese, dalle Alpi Marittime fino al Biellese.

Come racconta nella prefazione Thomas Streifeneder, direttore dell’Istituto per lo sviluppo regionale di Bolzano, se l’andamento demografico è preoccupante su base nazionale (è di poche settimane fa l’ultima rilevazione demografica dell’ISTAT relativa al 2018 che certifica una diminuzione netta della popolazione italiana), è proprio in montagna che questi fenomeni appaiono macroscopici, e assai utili sono gli apparati cartografici presenti nel volume per spiegare visivamente e scientificamente quanto queste presenze siano necessarie per la sopravvivenza di alcune comunità negli Appennini come nelle Alpi. D’altra parte secondo i dati dell’ISTAT e della Convenzione delle Alpi relativi al 2015 nei comuni alpini italiani risultano essere già residenti circa 350.000 stranieri regolari. Inoltre, come riporta la ricerca, dei 125.000 migranti ospitati in CAS e SPRAR nel 2016 su tutto il territorio nazionale, 50.762 sono ospitati in zone montane e oltre 33.000 nelle aree più interne. Tali numeri hanno un impatto demografico importante e contribuiscono significativamente a contenere gli effetti di un saldo naturale ampiamente negativo per i comuni montani italiani. Il pensiero va all’esperienza di Riace, un comune non montano dell’entroterra calabrese, destinato all’abbandono senza la presenza di migranti e dei progetti di accoglienza che sono nati con il loro arrivo. Un’esperienza simbolo, il “modello Riace” celebrato in tutto il mondo, ora chiusa per le vicende giudiziarie in fase di definizione, ma che pure può rappresentare un punto di riferimento anche per queste situazioni delocalizzate montane.

Nella sezione di Montanari per forza che illustra i sette casi di studio, risalta come il successo di questi progetti di accoglienza sia anche dovuto alla filosofia della “presenza diffusa”: piccole comunità che accolgono numeri relativamente piccoli di migranti forzati. Dimensioni che permettono, al di là di possibili diffidenze iniziali, rapporti e relazioni interpersonali, situazioni che, se ben gestite, possono valorizzare al massimo i migranti non più visti come problema, ma come risorsa per il territorio. Uno dei casi presi in esame ha un certa notorietà almeno in Piemonte. Si tratta di quello di Ceres e Pessinetto (TO) dove, oltre alle classiche attività di accoglienza, si è costituito un coro, il “CoroMoro”, che è un’esperienza vista con simpatia nella Regione e che propone un repertorio in dialetto piemontese cantato dai migranti stessi con un effetto divertente e divertito, ma che rappresenta anche un canale di comunicazione forte e diretto su quanto si possa fare affrontando la questione migratoria. Ma al di là di ricadute più “popolari”, in taluni casi, come quello della Val di Susa e a Pettinengo, si sono sperimentati progetti “sostenibili” e allo stesso tempo efficaci. In Val di Susa, ventuno comuni hanno dato vita a un sistema di accoglienza diffusa che ha portato all’inserimento di 112 richiedenti asilo accolti in piccoli numeri (da un minimo di 4 a un massimo di 12 per comune). A Pettinengo, nel Biellese, paese in forte crisi occupazionale, l’accoglienza di migranti è stata anche occasione per la creazione di posti di lavoro in quanto circa il 90% del personale impiegato nel progetto è residente nel paese stesso.

Montanari per forza è una ricerca pubblicata pochi mesi fa, eppure, leggendola, si sente un che di superato, storico, una sorta di “C’era una volta..”. Le recenti politiche migratorie del governo Conte, la fine dell’esperienza dello SPRAR, l’abolizione del permesso di soggiorno per protezione sussidiaria, la stretta sui progetti di accoglienza rispondono a una filosofia diametralmente opposta a quella qui descritta e che pure porta con sé solo la forza dei dati, dei numeri, della scienza sociale, del buon senso. Si vede che non basta.

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