Nature writing e archeologia

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Nel sottosuolo dove imbrigliamo il tempo

di Jacopo Turini

Nei sobborghi della sonnacchiosa cittadina di Turda, in Transilvania, tra piatti laghi salati, c’è un’antica miniera di sale. Poco lontano, prima di un canyon abitato fin dal Neolitico, i resti di un accampamento romano. La miniera è visitabile. Al fondo del pozzo, però, non ci sono reperti storici; bensì una sorta di luna park, con tanto di ruota panoramica sotterranea, auditorium e minigolf. E un piccolo lago sotterraneo; si può salire su piccole barche a remi, circondati da incrostazioni di sale rischiarate da bulbi luminosi che danno al luogo un che di fantascientifico. Le antiche miniere di Turda, nella loro nuova vita di parco divertimenti, giocano con l’idea – e l’estetica – del futuro, ponendolo in uno spazio che sfida ogni senso logico – nonché la storia ultima del luogo. In Underland. Un viaggio nel tempo profondo (ed. orig. 2018, trad. dall’inglese di Duccio Secchi, pp. 424, € 22, Einaudi, Torino 2020) dello scrittore inglese Robert Macfarlane, invece, la discesa nel mondo di sotto è un percorso nelle vaste connessioni tra il nostro passato e quello che definiamo come futuro, fino quasi alla sovrapposizione. Come riporta Macfarlane, la specie umana carica lo spazio sotterraneo di infinite simbologie, così come di numerose funzioni pratiche: “Nel mondo di sotto riponiamo da sempre ciò che temiamo e desideriamo perdere e ciò che amiamo e desideriamo salvare”. Il sottosuolo è quindi lo spazio in cui, in un certo senso, si cerca di imbrigliare lo scorrere del tempo.

Underland. Un viaggio nel tempo profondo - Macfarlane, Robert - Ebook -  EPUB con DRM | IBSL’alternanza tra notte e giorno sincronizza biologicamente il nostro ritmo circadiano; si può immaginare il futuro in assenza di luce? I viaggi di Macfarlane nel sottosuolo – dai tumuli funerari dello Yorkshire al Carso, dalle catacombe di Parigi ai ghiacciai groenlandesi – trascendono il ritmo e il tempo umano, e offrono al lettore il controcanto dei tempi naturali, geologici. Underland connette instancabilmente queste due prospettive, in un percorso volto, più che alla relativizzazione del posto della nostra specie nel mondo, alla compassione. Come già nelle opere precedenti, un pregio del libro di Macfarlane sta infatti nella esibita socialità, cioè nella presenza di altre persone/personaggi, che l’autore incontra e da cui si fa guidare, e da cui impara. L’elemento umano, in uno degli scrittori più importanti nel filone del cosiddetto nature writing, non è mai secondario. Il percorso speleologico dell’autore è rispecchiato nella struttura del libro. Diviso in tre parti, introdotte da tre “sale”, come in un’ampia struttura sotterranea, Underland raduna i luoghi esplorati sotto tre macrostrutture funzionali: Vedere (Gran Bretagna), Nascondere (Europa), Infestare (il Nord). La conoscenza storica e scientifica dell’autore è vasta, ed è usata per contestualizzare il territorio, la sua storia e le sue peculiarità geografiche. Tuttavia, tramite il racconto delle condizioni estreme in cui Macfarlane cammina e si accampa, delle sue esplorazioni tra i ghiacciai e i crepacci, dell’avventura speleologica e dei suoi rischi, Underland punta anche alla meraviglia, la meraviglia colta. Il lettore, nonostante la quantità di informazioni, è portato a stupirsi per le vertigini, le profondità, la perdita dell’orientamento spaziale e temporale. I sensi sono sconvolti dal colore spaventoso del ghiaccio, dal rumore tridimensionale di un fiume sotterraneo, dal gusto dell’acqua.

Macfarlane è sempre capace di leggere il paesaggio nella sua bellezza quanto nei suoi lati più drammatici e inquietanti. Il suo penultimo libro, Ness (Faber & Faber, 2018), illustrato da Stanley Donwood e al momento inedito in Italia, è una sorta di poema in prosa su una striscia di sabbia (propriamente un cordone litorale) nel Suffolk, Orford Ness, in cui l’esercito britannico testava i propri armamenti; qui, l’autore mette in scena lo scontro tra la minaccia nucleare e le forze informi, proteiformi e plurali della natura. Nonostante l’attinenza alla realtà, scrivere di questi spazi ha anche a che fare con il sogno. In un saggio del suo My time in space (2001) il cartografo e scrittore Tim Robinson scrive che, quando si sogna di volare, la meraviglia non è data dall’assenza di sforzo, ma dall’incoerenza geometrica dello spazio che i sogni attraversano. Tim Robinson, scomparso nel 2020, è stato un modello per Macfarlane; dagli anni settanta si era dedicato al progetto pluridecennale di mappatura e scrittura sulle isole Aran e sul Connemara, nell’ovest dell’Irlanda, pubblicando rispettivamente due volumi e una trilogia. Quanto è lunga la costa del Connemara? Per le mappe di ordinanza la risposta è 64 miglia, per una mappa più dettagliata, invece, è 130 miglia. Aumentando la scala, “l’unica conclusione cui potrei arrivare sarebbe che non c’è una conclusione: la costa diventa sempre più grande, indefinitamente” (Connemara: A Little Gaelic Kingdom, 2011). Robinson parla di “realtà recalcitrante” alla misurazione. Rifacendosi alla mitologia celtica, Macfarlane parla dell’esistenza di “luoghi sottili”, punti di passaggio tra mondi ed epoche. Lo spazio sotterraneo, in particolare, ci mette di fronte anche a una sfida percettiva; si fanno i conti con altri ordini geografici e geometrici. Le radici, gli strati, le connessioni fungine e il senso caotico del rizoma, ma anche le gallerie e le ipotesi di tunnel, per sbucare in Cina capovolti. Come si è detto, la discesa nel sottosuolo implica un diverso scorrere del tempo. Il tempo profondo della geologia vede i mari scorrere e le montagne fluttuare, e stimola il fascino perverso dell’estinzione. Di fronte a tutto ciò, quindi, il tempo umano è sconfitto, incastrato tra le rocce, stritolato come una barca tra i ghiacci artici. Ed è per questo che i percorsi sotterranei di Macfarlane vanno in direzione della nostra scomparsa quanto verso il recupero, altrettanto vertiginoso, della nostra memoria biologica quanto di remote tracce culturali.

Betelgeuse e altre poesie scientifiche - Franco Buffoni - Libro - Mondadori  - Lo specchio | IBSIl poeta pavese Andrea De Alberti, nel suo Dall’interno della specie (Einaudi, 2017), scrive che “Bisogna pensare all’evoluzione della specie / come a una ramificazione cerebrale / che lotta sottoterra per difendersi dal tempo”. Macfarlane, che si commuove di fronte alle pitture rupestri dei danzatori rossi in una grotta delle isole Lofoten, in Norvegia, presenta Underland come il libro “più segnato da uno spirito di comunità”. Per quanto insignificanti rispetto al tempo profondo, le tracce del tempo umano (dai resti archeologici alle scorie nucleari) mostrano all’autore una catena di compassione e solidarietà cui non si può restare indifferenti. Ancora De Alberti, con la poesia Resti: “Imperfetto è ciò che si è trovato, l’opera incompleta è trasformata in desiderio / e ha una propria e viva collazione, / essere utile nelle ossa ai nostri simili, / salvaguardare ciò che ci rimane per restare / in uno spazio che si fonda su se stesso / e sotto ha un qualcosa che sprofonda”. Il tema archeogeologico ha avuto una certa fortuna nella poesia italiana degli ultimi tre o quattro decenni. Se inizialmente l’emersione del resto umano si legava alla riemersione di un rimosso di violenza storica, verso una sorta di antropologia negativa (e si pensi a Bocksten di Fabio Pusterla (Marcos y Marcos, 1989) o alla poesia Tecniche di indagine criminale di Franco Buffoni, dedicata alla mummia del Similaun, e poi alla sua raccolta Guerra, Mondadori, 2005), gli esempi più recenti sono meno espliciti. Anzi, il fascino del primitivismo come chiave di interpretazione della natura umana, come già in De Alberti, si slega dalla riflessione sulla storia in favore di uno sguardo più chiaramente biologico ed evoluzionistico. Proprio Buffoni, nel suo recente Betelgeuse e altre poesie scientifiche (Mondadori, 2021) fa risalire la specie umana a un antenato estremamente umile, un verme, l’Ikaria wariootia: “due aperture connesse da un tratto digerente / un fronte e un retro. / Da lui sono venuti pesci anfibi / rettili e mammiferi. / Dunque anche noi. / L’Ikaria è un verme. / Noi, forse, un glitch”. Buffoni spazia dalla microbiologia all’astrofisica; dal sense of place delle sue Prealpi lombarde a un più vasto sense of planet.

Si è di nuovo di fronte al concetto (usato e abusato) di Antropocene, che, come il monolite di 2001: Odissea nello spazio, ha stravolto le nostre prospettive sul mondo. È possibile pensare a un dopo? Libri come Underland spingono ad andare oltre l’immaginazione – per non parlare di comprensione – non solo della propria morte, ma anche della fine della propria comunità, della propria cultura, della propria specie, in una catena consequenziale e vertiginosa. Uno dei luoghi che Macfarlane visita in Underland è dedicato allo stoccaggio delle scorie nucleari. Si possono pensare le scorie come ceramiche il cui tempo di decadimento, cioè il tempo dopo cui il materiale smette di essere pericoloso, si può misurare in ere geologiche. Sono molto poche le aree sotterranee che non cambieranno la propria conformazione in un lasso di tempo così ampio; come comunicare tuttavia il pericolo a eventuali posteri? Non si sa su che materiale – c’è chi ha pensato al diamante – né, soprattutto, in che lingua. Da qui l’insistenza sulla catena umana, come solidarietà e come trasmissione di conoscenza: una sfida di sopravvivenza futura, che inizia nel presente. Una sfida estrema, e paradossale: non scavare.

jacopo.turini12@gmail.com

J. Turini è italianista

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