Non posso non farlo: la Russia che dissente

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di Daniela Steila

Si parla spesso della persistente tradizione di regimi autocratici a cui la Russia sarebbe più o meno necessariamente condannata. Fanno però parte della storia russa anche tantissime forme di resistenza, persino nei momenti più bui e disperati. E questo è un momento assai buio. Il “fronte interno”, aperto da più di un decennio con la liquidazione degli oppositori, la repressione delle proteste di piazza, il silenziamento della stampa indipendente, si sta ulteriormente allargando e inferocendo. In un agghiacciante discorso tenuto il 16 marzo sulle misure socio-economiche in risposta alle sanzioni dell’“impero della menzogna” occidentale, Putin ha attaccato la “quinta colonna” dell’“Occidente collettivo” nel seno stesso della Russia, i “traditori della nazione” schiavi di una cultura aliena, manipolati dal nemico per “dividere la nostra società” e raggiungere l’obiettivo della “distruzione della Russia”. Ha precisato che non intendeva tanto “chi ha una villa a Miami o sulla Costa Azzurra, chi non può fare a meno del fois gras, delle ostriche e delle cosiddette libertà di genere”, ma le “tante persone” che “si trovano mentalmente là, e non qui, non con il nostro popolo, non con la Russia”. Per loro Putin ha annunciato una “purga” vera e propria: “ogni popolo, e tanto più il popolo russo, sarà sempre in grado di distinguere i veri patrioti dalla feccia e dai traditori e li sputerà via proprio come si sputa un moscerino che ci finisce in bocca per caso. Sono convinto che questa naturale e necessaria auto-purificazione della società non farà che rafforzare il nostro paese, la nostra solidarietà, coesione e prontezza a rispondere a qualsiasi sfida”.

Lo zelo letterale di qualche agente dei servizi ha portato immediatamente alla denuncia di una blogger, fotografa di cibo su Instagram e residente in Francia. Ma l’avvertimento è evidentemente rivolto a una parte assai più ampia della popolazione, chiunque non sostenga appieno i presunti valori “russi”. Non sorprende che sin dai primi giorni della guerra sia iniziata una silenziosa diaspora: decine di migliaia di persone hanno lasciato la Russia per la Georgia, l’Armenia, la Turchia, i paesi baltici. Sono intellettuali, docenti universitari, tecnici informatici, attivisti, artisti; partono per lo più senza avere nulla di definito che li aspetti e con la coscienza pesante di chi sa che il mondo dovrà occuparsi prima di tutto delle vittime di un conflitto di cui provano “vergogna” e “colpa”. Proprio cent’anni fa, nel 1922, il governo bolscevico da poco affermatosi costrinse all’emigrazione numerosi intellettuali non marxisti. Appena arrivati a Praga, Berlino, Parigi, essi iniziarono una strenua attività di informazione e riflessione, fondarono istituti, riviste e case editrici. Pensavano che si trattasse di un trasferimento temporaneo, ma furono soltanto le loro opere a tornare quasi trionfalmente in patria con la perestrojka di Gorbačev. E per le contorsioni della storia, alcuni di loro elaborarono proprio un’idea “etica” di “russicità” che non è estranea oggi all’ideologia russa ufficiale. Ma quel che mi preme sottolineare è che gli emigrati non stettero zitti, così come non avevano taciuto gli emigrati antizaristi nell’Ottocento. Possiamo aspettarci che si delinei una “Russia all’estero”, ora come cent’anni fa? C’è già qualche segnale. In un appello pubblicato da Boris Akunin, Michail Baryšnikov e Sergei Guriev, da tempo residenti all’estero, si legge: “La vera Russia più grande, forte e duratura della ‘Federazione Russa’ di Putin è viva e viva resterà” (truerussia.org).

All’interno, l’opposizione alla guerra si scontra con un apparato repressivo che era già in azione ben prima delle misure “contro la diffusione di fake news sulle azioni dell’esercito russo”. Ossessionato dalla storia, il regime di Putin da tempo persegue chi si batte per una riflessione sul passato che consideri il dolore delle vittime e la responsabilità dei carnefici. Proprio all’indomani dell’invasione, il 28 febbraio, è stata definitivamente chiusa Memorial Internazionale, la più antica e più nota o.n.g della Russia (per la storia di questa gloriosa organizzazione rimando a Maria Ferretti, La memoria mutilata, e L’eredità difficile). Il 9 marzo Jurij Dmitriev, attivista di Memorial impegnato nella ricostruzione della storia del Gulag in Carelia, oggetto fin dal 2016 di accuse di pedopornografia totalmente infondate, è stato condannato a 15 anni di colonia penale (i dettagli sui siti dmitrievaffair.com e memorialitalia.it). Tra pochi giorni un tribunale di Mosca deciderà il destino del Centro per la difesa dei diritti umani; il pessimismo è d’obbligo.

In questo clima, le persone sono scese per strada contro la guerra dopo aver lasciato istruzioni scritte ai figli su cosa fare se i genitori non fossero tornati. Si creano assembramenti sui marciapiedi, in cui la polizia fa fatica a distinguere chi sta manifestando e chi no e spesso vengono fermate persone che si trovano lì per caso; altre volte noti attivisti sono fermati semplicemente perché si trovano nei pressi di una manifestazione a cui pure non hanno partecipato. Con l’inasprirsi ulteriore delle repressioni, la protesta ha assunto forme sempre più “simboliche”: abbiamo visto singoli che alzano un cartello, a volte per pochi istanti, e vengono fermati dalla polizia, magari per poche ore, ma con una registrazione sulla fedina penale che può avere conseguenze sul lavoro. Il caso più eclatante è stato quello di Marina Ovsjannikova, che ha interrotto il telegiornale principale sul primo canale della tv di stato mostrando un cartello contro la guerra e le menzogne della propaganda. Proteste “simboliche” di questo tipo hanno antecedenti illustri. Il 25 agosto 1968 un pugno di dissidenti protestarono sulla Piazza Rossa a Mosca contro l’invasione in Cecoslovacchia srotolando striscioni. Tutti furono subito arrestati e condannati, chi al ricovero in ospedale psichiatrico, chi alla detenzione, chi al domicilio coatto. Ma la memoria di quel gesto di pochi minuti è rimasta viva. Nella grande manifestazione per la pace del 15 marzo 2014, all’epoca dell’annessione della Crimea, è comparso lo stesso slogan del 1968: “Per la vostra e la nostra libertà”. Si registrano oggi proteste “simboliche” ancor più minimali: andare per strada indossando abiti gialli e azzurri, o con un mazzo di fiori di quei colori… Perché rischiare con gesti così palesemente sproporzionati, così disperatamente inutili? “Non posso non farlo” è la giustificazione più frequente: è in gioco la propria identità, il rispetto di se stessi. Alla dignità imperiale della Russia, invocata da Putin, si contrappone la dignità dei singoli russi che resistono. Franco Venturi, un grandissimo storico che alla Russia ha dedicato molto lavoro appassionato, osservava nella prefazione a una sua raccolta di saggi in inglese intitolata Studi sulla libera Russia (1982): “Proprio come c’è stato in Italia chi ha osato dire che essa era predestinata al fascismo, così non è mancato chi ha asserito che un fato dispotico era sempre stato destinato alla Russia”. Oppositore del fascismo egli stesso, Venturi invitava a non “dimenticare i molti che avevano pensato, sofferto, desiderato e tentato a Mosca e San Pietroburgo”. Oggi, giustamente, l’attenzione è rivolta agli aiuti doverosi per le persone che sono sotto le bombe in Ucraina, o che da lì devono fuggire. Ma non dimentichiamoci di chi resiste, in Russia o in Bielorussia, e di chi è costretto a emigrare.

daniela.steila@unito.it

D.Steila insegna storia della filosofia all’Università di Torino

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