Paul Strand e Cesare Zavattini – Un paese | Libro del mese

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Noi prendiamo posizione

di Antonello Frongia

Paul Strand e Cesare Zavattini
Un paese

pp. XII-92, € 40,
Einaudi, Torino 2021  

Ritorna finalmente, per i tipi di Einaudi che lo aveva pubblicato nel 1955, Un paese di Paul Strand e Cesare Zavattini: un classico della fotografia, un fototesto fondamentale per la cultura visiva del secondo dopguerra. Le 88 fotografie di Strand – osservazioni precise, frontali ed essenziali sulla “qualsiasità” di persone e cose – commentate da Zavattini non compongono solo il ritratto magistrale di una comunità rurale (Luzzara, il paese natale di Za) a pochi anni dalla guerra, ma testimoniano anche il primo vero incontro dei fotografi italiani con le correnti del documentarismo internazionale emerse negli anni trenta. Nonostante l’ammirazione perdurante per l’opera di Walker Evans (e per American Photographs, il suo celebre libro del 1938), fu Un paese – con la sua genesi, la sua realizzazione tutta italiana e la sua circolazione lenta ma costante – a coinvolgere fattualmente la fotografia nazionale in una riflessione sui rapporti con il pubblico e con le altre arti, le sorti del neorealismo e in definitiva la ragione stessa del fare fotografie.

La vicenda è stata più volte ricostruita: formatosi alla Ethical Culture School di New York con Lewis Hine, negli anni dieci Strand era divenuto l’enfant prodige del modernismo americano grazie a un mentore del calibro di Alfred Stieglitz. Dagli anni venti i suoi interessi, sempre più politici e sociali, si erano consolidati anche in campo cinematografico: prima con il film Manhattan (1921, con Charles Sheeler), quindi con il documentario Redes su una comunità di pescatori messicani (1936), la collaborazione con Pare Lorentz per The Plow That Broke the Plains (1936) e infine con la denuncia delle pratiche antisindacali del capitalismo americano nell’epico Native Land (1942, con Leo Hurwitz). Assediato dal maccartismo e dal clima divenuto ormai irrespirabile per gli intellettuali che come lui sostenevano la causa socialista, nel 1949 si era trasferito definitivamente in Francia. Al convegno dei cineasti di sinistra tenutosi quell’anno a Perugia disse: “Noi prendiamo posizione. Ci schieriamo contro la guerra, contro la povertà, schieriamo la nostra arte e il nostro talento dalla parte di coloro che Henry Wallace ha chiamato gli uomini della strada, la gente semplice del mondo”.

Sono queste motivazioni politiche che negli anni cinquanta riportano Strand dietro l’apparecchio fotografico: non più per realizzare immagini più o meno iconiche, ma per esplorare le possibilità offerte dal libro, spazio sempre più fertile di narrazione visiva e punto d’incontro con il pubblico di massa. Dopo aver pubblicato Time in New England (1950) e La France de Profil (1952), Strand è alla ricerca di un “villaggio” italiano per concretizzare un vecchio progetto ispirato all’Antologia di Spoon River. Già dal 1951 viaggia nel centro-sud con la moglie Hazel: fotografa in Puglia e in Campania, considera la Sicilia e la Sardegna. Cerca la collaborazione con uno scrittore: l’obiettivo è realizzare un “film di carta” che possa integrare la sua lucidità di sguardo con informazioni sulla realtà dei soggetti fotografati. Prende in considerazione i nomi di Bigiaretti, Bernari, Pratolini, Zavattini. Infine è con Za che il progetto inizia a prendere forma, portandolo a Luzzara. Paul e Hazel Strand vi lavorano a più riprese fino al 1953; Zavattini abbozza i testi l’anno successivo. Il volume esce per la Pasqua del 1955 nella collana “Italia mia”. È un momento favorevole per la fotografia “umanista”: a gennaio si era inaugurata al MoMA di New York la mostra The Family of Man; nel corso dell’anno usciranno Les Européens di Henri Cartier-Bresson e Ombrie: terre de saint François di Fulvio Roiter. Si tratta di opere dai propositi ancora vasti, come era stato per i libri precedenti di Strand, mentre Un paese, grazie alla concretezza di Zavattini, si propone di evitare generalizzazioni (sull’Italia, sul mondo contadino, sulla condizione umana), collocandosi piuttosto sulla linea di Sia lode ora a uomini di fama, il libro su tre famiglie di mezzadri dell’Alabama pubblicato nel 1941 da James Agee e Walker Evans.

Riproposto oggi nella sua veste originale, Un paese torna a interrogarci sul suo carattere di “classico”. Come suggeriva Italo Calvino, “se i libri sono rimasti gli stessi (ma anch’essi cambiano, nella luce d’una prospettiva storica mutata) noi siamo certamente cambiati, e l’incontro è un avvenimento del tutto nuovo”. Questa indicazione vale anche per una cultura che torna a rileggere la propria infanzia; e vale tanto più per i libri di fotografie, che nel rimanere se stessi ci mostrano con particolare chiarezza i mutamenti che il tempo ha portato sui loro mondi passati. Si può provare nostalgia per quella Luzzara degli anni cinquanta? Possiamo dire, come ha scritto Roland Barthes a proposito di una fotografia di James Clifford, “è  che vorrei vivere”? La possibilità di avere tra le mani Un paese esattamente come Strand lo aveva voluto e com’era apparso al pubblico quasi settant’anni fa può farci scivolare in un consolatorio viaggio nel tempo.

Per rispondere occorre forse contraddire Calvino, che consigliava di affrontare i classici “scansando il più possibile bibliografia critica, commenti, interpretazioni”. Oggi non si può cogliere appieno il silenzio irenico che pervade Un paese senza le fotografie che Hazel Kingsbury Strand veniva raccogliendo a fianco del marito, “lento come un ghiacciaio” nel manovrare il suo apparecchio di grande formato: senza gli studi e la corrispondenza dei due autori studiata da Laura Gasparini, Elena Gualtieri, Maria Antonella Pelizzari e Antonella Russo; senza la ricostruzione della postura politica del fotografo proposta qualche anno fa da Anne McCauley in un bel blog del Fotomuseum Winterthur (ancora leggibile in rete); senza il lavoro costante, infine, che la Fondazione Un Paese di Luzzara conduce da vent’anni. Allo stesso modo, ci aiutano a comprendere la classicità di Strand i fotografi che hanno voluto riprenderne il cammino: Gianni Berengo Gardin con Un paese vent’anni dopo (Einaudi, 1976 e Motta, 2002) e Stephen Shore con Luzzara (Stanley/Barker, 2016, frutto di un lavoro realizzato nel 1993 per l’associazione Linea di confine per la fotografia contemporanea).

Ma soprattutto occorre ricordare che Un paese è anche, sin dall’origine, un luogo d’invenzione, una di quelle fictions based on fact che i fotografi sono così bravi a costruire. Nelle immagini di Strand non vi è traccia dei partigiani di Luzzara trucidati dai nazifascisti (a cui Zavattini avrebbe dedicato una poesia in dialetto in Stricarm’in d’na parola), così come non si indovinerebbe, da quell’album di famiglia così ricco di figure, che la comunità stesse perdendo in quel decennio quasi il 12% dei suoi abitanti. Ma come Strand aveva scritto criticando Umberto D., occorre evitare ogni “dissoluzione della fede e della partecipazione”, per concentrarsi sulle “storie di umane vittorie, per quanto piccole, nella lotta per il benessere sociale”.

antonello.frongia@uniroma3.it

A. Frongia insegna storia della fotografia all’Università Roma Tre

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