Ta-Nehisi Coates – Il danzatore dell’acqua

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Decidere chi e cosa servire ci rende liberi

di Serena Volpi

Ta-Nehisi Coates
Il danzatore dell’acqua
ed. orig. 2019, trad. dall’inglese di Norman Gobetti,
pp. 394, € 21,
Einaudi, Torino 2020

Il danzatore dell’acqua è il primo romanzo di Ta-Nehisi Coates, uno dei più importanti intellettuali americani contemporanei considerato l’erede spirituale di James Baldwin, nel quale il genere più antico della narrativa afroamericana, cioè la slave narrative, viene ripreso e infuso di elementi sovrannaturali che ripropongono alcuni stilemi del realismo magico e del melodramma al fine di creare un codice appropriato al racconto dell’esperienza di schiavitù e della sua interminabile eredità. Nello scegliere questa strategia narrativa, Coates si colloca su una linea di continuità con la grande narrativa (afro) americana dell’ultimo secolo, che a partire dall’esempio magistrale di Toni Morrison intreccia elementi di storia e di critica politica e morale, di avventura, al racconto di emozioni in metaromanzi storici di grande potenza evocativa.

Il racconto di Coates, ambientato a Lockless, una piantagione di tabacco a Starfall, Elm County, in Virginia, prima della guerra di secessione, descrive, attraverso il personaggio di Hiram Walker, le possibilità di mobilità degli schiavi in una fase di decadenza del sistema economico del Sud degli Stati Uniti. Che la mobilità degli schiavi sia il problema centrale di questo racconto, lo si evince dalla centralità che esso assegna alla Ferrovia sotterranea (nel romanzo, semplicemente “la Sotterranea”), cioè la rete di contatti, itinerari e nascondigli che permise a molti schiavi fuggiaschi di raggiungere il Nord prima che lo schiavismo diventasse illegale. Coates sfata alcuni dei tropi più radicati nella rappresentazione della schiavitù e li decostruisce con precisione, fino a renderli inconsistenti come i fantasmi che galleggiano sopra le acque del fiume che scorre attraverso Elm County durante la “conduzione”, cioè durante le manifestazioni del misterioso potere di cui gode Hiram: la forza che collega i vivi ai morti e gli schiavi ai liberi in una dimensione spaziotemporale alternativa, creando l’illusione che alcuni schiavi possano fuggire con la sola forza del pensiero. Coates rappresenta la schiavitù senza indugiare sulle violenze inferte ai corpi delle donne e degli uomini costretti in schiavitù – che restano in sottofondo –, ma portando in primo piano, da una parte, la violenza psicologica inferta agli schiavi, e, dall’altra, la violenza intrinseca al sistema schiavistico anche quando non si mostra con atti di brutalità fisica. Non si tratta di un esercizio di stile, perché sono proprio le ferite psicologiche subite a impedire agli schiavi di immaginare la libertà e di goderne nel momento in cui essa diventa reale. L’autore mostra cosa si nasconda dietro alla rappresentazione nostalgica dello schiavismo paternalista alla Via col vento, che descriveva i neri come asserviti e contenti e collocava i bianchi in un’aura di civiltà e romanticismo. Lo smascheramento acquisisce forza anche grazie alla rappresentazione della società schiavista come mondo suddiviso non solo secondo la razza, ma anche secondo la classe, dove i protagonisti sono variamente distribuiti tra Qualità (la classe abbiente), Feccia (i bianchi più poveri) e Servizio (la moltitudine). In questo modo, invece di mostrare le angherie di un singolo nei confronti di altri individui, Coates si concentra su dinamiche strutturali all’economia dello schiavismo nelle sue diverse fasi; ad esempio, sulla pratica economica dello smembramento delle famiglie di schiavi come modalità di remunerazione del capitale nel momento in cui l’investimento sui terreni non era più redditizio: chi decideva della vendita era fisicamente lontano dalla vita delle persone toccate dalle sue decisioni. È per questo che al centro dell’opera di Coates, più che alla violenza fisica, viene dato grande rilievo alle carte e ai documenti scritti, al potere degli atti formali e alla violenza della parola nella sua capacità di liberare, condannare, salvare, vendere esseri umani.

Il protagonista del romanzo, Hiram Walker (detto Hi), giovane narratore in prima persona delle vicende di Elm County, è un individuo eccezionale, dotato – come Frederick Douglass – sia di memoria infallibile che di notevoli capacità intellettuali e oratorie. L’unico evento della sua vita di cui non conservi un ricordo nitido è la scomparsa della madre, ballerina eccellente in grado di interpretare l’elegante danza dell’acqua tenendo una brocca sulla testa mentre muove passi di danza. Separato da lei in tenera età, Hiram è anche figlio del padrone della piantagione, che lo chiama al suo servizio quando è poco più che bambino, consentendogli di istruirsi. Il sogno di Hiram è diventare padrone di Lockless e farla risorgere, ma scopre presto che il suo è un sogno impossibile, dato che l’istruzione ricevuta è finalizzata ad assistere il più rozzo fratello Maynard, che il padre vede come unico erede legittimo.

Sarà proprio un incidente in carrozza con il fratello quando i ragazzi sono ormai grandi, a innescare il potere di conduzione di Hiram trasportandolo magicamente dal fondo del fiume al campo dove si trovano le lapidi degli antenati della famiglia Walker – anche se Hiram non si accorgerà di essere in grado di disporre di tale potere e della connessa capacità di diventare “conducente” della Sotterranea se non solo molto più avanti nel romanzo. In effetti, Il danzatore dell’acqua descrive il viaggio di Hiram alla scoperta dei suoi poteri e di come controllarli, da schiavo ad agente per la Sotterranea nel nord degli Stati Uniti passando attraverso diverse forme di schiavitù, sopraffazione e prigionia. Il superpotere della conduzione accomuna Hiram a Harriet Tubman (1822-1913), attivista africano-americana, mitica “conducente” della Underground Railroad il cui soprannome di Mosè le conferisce, nel romanzo, capacità soprannaturali. È proprio Harriet/Mosè a spiegare al giovane che la conduzione, il salto, “lo si fa grazie al potere del racconto. Un potere radicato nelle nostre storie, in tutti i nostri amori e tutte le nostre perdite. Tutti quei sentimenti vengono evocati e, grazie alla forza delle nostre reminiscenze, veniamo spostati” perché la “Conduzione è questo. I molti ponti. Le molte storie. La strada che attraversa il fiume.” Quello di Hiram è un percorso verso la libertà come scoperta della propria vulnerabilità in quanto fonte di forza e affermazione personale attraverso il racconto individuale e collettivo emerso dalla memoria. Condurre significa compiere un viaggio – molti viaggi – in cui liberare nella parola ricordi sepolti e immaginare un mondo nuovo, con nuove regole di convivenza imposte dal servizio della libertà: è solo la libertà di decidere chi e cosa servire a renderci liberi, addestrandoci in un esercizio di riconoscimento, elaborazione e assunzione di responsabilità la cui posta in gioco è nientemeno che la riscrittura della storia.

serena.volpi@gmail.com

S. Volpi insegna antropologia  all’Istituto Lorenzo de’ Medici di Firenze

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