V. S. Naipaul – Il ritorno di Eva Perón | Libro del Mese

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L’autocreazione di una leggenda

di Silvia Albertazzi

V. S. Naipaul
Il ritorno di Eva Perón
ed. orig. 1980 , trad. dall’inglese di Valeria Gattei,
pp. 301, € 20,
Adelphi, Milano 2020

In un’avvertenza al volume Il ritorno di Eva Perón, V. S. Naipaul afferma di avere scritto i saggi in esso raccolti in un periodo di vuoto creativo – “dalla fine del 1970 alla fine del 1973 non mi si è offerto alcun romanzo”, sono le sue parole – e di non attribuire loro alcuna “unità più profonda” di una comune “natura ossessiva”. Scritti tra il 1972 e il 1975 e parzialmente ripresi intorno agli anni novanta del secolo scorso, i reportage Michael X e gli omicidi del Black Power a Trinidad: pace e potere (in precedenza pubblicato sul “Sunday Times”); Il ritorno di Eva Perón; Un nuovo re per il Congo: Mobutu e il nichilismo dell’Africa e La tenebra di Conrad, apparsi tutti, invece, sulla “New York Review of Books”, escono ora in Italia da Adelphi, nell’ottima traduzione di Valeria Gattei. Paradossalmente, ciò che colpisce chi li legge ora, a quasi mezzo secolo dalla prima stesura, è proprio come gli elementi, i modi di narrazione e  i temi ricorrenti che per Naipaul conferivano ossessività o intensità a questi testi, appaiano oggi una sorta di filo conduttore in grado di unificare le diverse storie sotto il comune denominatore di una riflessione sui pericoli della parola, i mali e gli inganni sottesi alla creazione di leggende e mondi immaginati (piuttosto che immaginari), i rischi che si corrono quando, nella costruzione del proprio personaggio – nella revisione del proprio passato – si perde il contatto con il reale. Non per caso, concludendo la breve nota cui già si faceva cenno, Naipaul scrive: “Va detto che, grazie a questi viaggi e a questi scritti, alla fine i romanzi arrivarono”.

In effetti, a chi legga questo libro con l’occhio del critico letterario piuttosto che dello storico o del politico, non può sfuggire come Naipaul torni, a più riprese, su problematiche che interessano il romanziere prima ancora che il giornalista, il cronista o il reporter. Che parli di Miguel de Freitas – meglio conosciuto come Michael X o Abdul Malik –, di Evita Perón e del suo consorte o di Mobutu, che si trovi a Trinidad, sua terra natale, in Argentina o in Congo, Naipaul riflette, in primo luogo, sullo stravolgimento della storia a vantaggio di una serie di finzioni che arrivano a inghiottire la realtà per chi le ha concepite. Così, tanto la vicenda di Michael X quanto la breve parabola di Eva Perón, quella ben più lunga del marito e l’ascesa e la gloria di Mobutu, partono da e si sostanziano nella (auto)creazione di una leggenda, dai proseliti accettata per verità, e destinata a sfociare in violenza nello scontro con il reale.

Miguel de Freitas, meticcio di Trinidad, autoproclamatosi leader del Black Power, giornalista di successo in Inghilterra, “paese provinciale, ricco e sicuro, (dove) le questioni razziali erano,  tanto per la destra quanto per la sinistra, puro intrattenimento”, si cuce addosso il ruolo di Michael X, attivista intrattenitore, rivoluzionario impegnato a sostegno di cause sempre più assurde o fantomatiche a favore della gente di colore, fintanto che, di menzogna in menzogna, resta intrappolato nei propri voli di fantasia. Tornato a Trinidad sotto vanagloriose spoglie di eroe politico, Abdul Malik termina i suoi giorni in un crescendo di violenza che Naipaul descrive in pagine quasi più vicine alla non fiction novel che non al reportage giornalistico e che certo nulla hanno da invidiare al realismo brutale di A sangue freddo di Capote. Eva Perón, attricetta proveniente da una misera provincia dell’Argentina settentrionale, si reinventa donna di potere sposando un dittatore: la sua politica è semplice, amore per la gente comune, odio per i ricchi. Una leggenda già in vita, una santa agli occhi del popolo, dopo la morte, a soli trentatrè anni. Commenta Naipaul: “Le memorie sono state rimaneggiate; la gente la loda in maniera esagerata o la odia (…) La storia di Eva Perón è andata perduta: ora resta solo la leggenda”. Allo stesso modo, figura di un mito, quello dell’“argentino per eccellenza”, creato nel periodo del primo governo, con Evita, e rinfocolato nei lunghi anni dell’esilio, è il marito, il colonnello Juan Domingo Perón. Da ultimo, nel Congo Zaire, Mobutu appare ugualmente a Naipaul un personaggio (auto)costruito, su una rimozione assoluta del passato, per governare un regno artificiale. In tutti i casi, il mito, la leggenda si reggono su un eccesso di parole, per arrivare a una (ri)costruzione fantastica di sé. Di Michael X, Naipaul dice che “con le parole ricreò il suo passato; grazie alle parole prese forma il futuro”; del peronismo, che “era fatto solo di parole”; di Mobutu che “parla sempre”.

Sono le inquietanti voci di paesi ancora profondamente coloniali. È proprio nella riflessione su Trinidad, l’Argentina e il Congo come “società incompiute del mondo (…) luoghi che si facevano e disfacevano continuamente, dove non c’era scopo” che risiede l’attualità di questi saggi scritti quasi cinquant’anni fa. Le parole di Michael X appaiono negli anni ‘70 a Trinidad come gergo, mistificazione sentimentale che “perpetua la politica di protesta, negativa, dell’epoca coloniale” significando, da ultimo, “il desiderio di essere esonerati dalle fatiche dello sviluppo, la certezza quasi religiosa che l’oppressione possa trasformarsi in una risorsa, la razza in denaro”. L’Argentina, per Naipaul, è una semplice società coloniale creata nella fase più rapace e decadente dell’imperialismo, un paese che non ha un’idea di sé, dove “c’è la leggenda, il fascino romanzesco del passato, ma non la storia reale”. La parabola del dittatore Perón e della sua bella moglie “potrebbe essere un racconto di Borges”, uno di quei suoi “scherzi” assurdi e grotteschi che la critica accademica incensa, e Naipaul, con la sua celebre cattiveria, considera al massimo “giochi intellettuali”. Simile a una colonia spagnola del Cinquecento, l’Argentina è vista da Naipaul come “un paese incompiuto, imperfetto fin dalla nascita” dove “la storia, più che un tentativo di registrare e capire, è la consuetudine di riordinare fatti scomodi; è un processo di oblio”. Ne consegue che, come confermano le tremende pagine sulla “guerra sporca” del governo militare contro i guerriglieri, in Argentina “non può esserci alcuna coscienza del passato, di una tradizione, di ideali condivisi, di una comunità di tutti gli argentini”. Anche lo Zaire, l’ex Congo belga, per Naipaul è un paese senza storia, un regno africano dal nome assurdo – una storpiatura portoghese del termine indigeno per “fiume” – dove “il passato è una pagina bianca” e la storia è fatta solo di ricordi – “l’infanzia al villaggio, la scuola e poi (…) lo shock dell’indipendenza”.

Nell’ultimo saggio del volume, scopriamo che proprio da Conrad, dai suoi racconti e non dai romanzi, sui quali esprime parecchie riserve, Naipaul ha imparato a riflettere sul mistero del mondo coloniale, sulla sua Trinidad, innanzitutto, ma anche su ogni altra realtà “frammentata, artificiale, resa inadeguata e fasulla dai suoi miti”. Non per caso, il saggio si chiude – e con esso l’intero volume – con una riflessione sullo scopo del romanzo. A Naipaul, nel vuoto creativo del luglio 1974, pare che i romanzieri non riconoscano più la propria funzione di interpreti e si lascino così passare sotto gli occhi, ignorato, il mondo, “banalizzato dalle telecamere, senza diventare oggetto di meditazione; e non c’è più nessuno che sappia risvegliare il senso del vero stupore”. L’osservazione e l’interpretazione del mondo, ma anche la meditazione su di esso sono invece alla base dei reportage di Il ritorno di Eva Perón: e non sono poche le pagine in cui Naipaul riesce a suscitare quel “vero stupore” che i lettori ritroveranno nei romanzi successivi, Guerillas (1975) e L’ansa del fiume (1979), chiaramente scaturiti da quelle esperienze di viaggio, incontro e riflessione.

silvia.albertazzi@unibo.it

S. Albertazzi insegna letteratura dei paesi di lingua inglese e storia della cultura inglese all’Università di Bologna

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