Abraham B. Yehoshua – La figlia unica

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Uno speciale legame con l’Italia

di Dario Miccoli

Abraham B. Yehoshua
La figlia unica

ed. orig. 2021, trad. dall’ebraico di Alessandra Shomroni,
pp. 168, € 18,
Einaudi, Torino 2021

Ormai da tempo – dalla traduzione di L’amante (1990) e qualche anno più tardi di Viaggio alla fine del millennio (1998) e La sposa liberata (2002) , tutti per Einaudi – l’uscita di ogni nuovo romanzo dello scrittore israeliano Abraham B. Yehoshua è, in Italia, un evento atteso da numerosi lettori. Nel caso di La figlia unica l’attesa era motivata anche dal fatto che la novella – come l’ha definita l’autore – è ambientata in Italia sul finire del XX secolo e ha per protagonista una ragazza ebrea italiana, Rachele Luzzatto. Oltre a ciò, in La figlia unica gioca un ruolo centrale l’opera che più di altre rappresenta nel mondo la letteratura italiana per l’infanzia, Cuore di Edmondo De Amicis.

La storia che Yehoshua racconta parte da un episodio apparentemente minore, accaduto alla protagonista poco prima della recita di Natale, organizzata come ogni anno nella scuola che frequenta in una città dell’Italia settentrionale: il padre, avvocato ammalato di cancro, non vuole che Rachele reciti il ruolo della Madonna assegnatole dalle insegnanti: “Il signor Luzzatto è stato irremovibile: ‘Avete già fatto fuori abbastanza ebrei, evitate di portarci via anche quei pochi rimasti’”. A complicare ulteriormente le cose è il fatto che il padre di Rachele proviene da una famiglia ebraica, mentre la madre è nata in una famiglia cattolica: Rachele, dunque, ha un’identità ebraica complessa e in continuo confronto con una società circostante di matrice cattolica. La figlia unica segue la giovane tra la sua città natale nell’entroterra, una città di mare dove vive la nonna paterna e che dovrebbe essere Venezia – per quanto, a differenza dell’originale in ebraico, i nomi di luogo non vengano esplicitamente menzionati nella versione italiana per scelta dell’autore – e le montagne innevate dove trascorre le vacanze di Natale con la famiglia.

Per la sua ambientazione, La figlia unica potrebbe apparire come una sorta di divertissement, una storia inusuale per l’autore e ispirata all’incontro – reale – tra Yehoshua e una giovane dottoranda italiana. La novella aggiunge tuttavia un ulteriore tassello all’opera letteraria di quello che è oggi il più grande scrittore israeliano vivente. Pur in tono minore rispetto a grandi opere quali Il signor Mani ((Einaudi, 1994) o il già citato L’amante, anche qui Yehoshua torna a temi che gli sono cari: l’identità ebraica, le relazioni famigliari, la malattia. La figlia unica è un libro che parla poi del legame complesso che lega l’Europa e la sua diaspora ebraica a Israele, punto di riferimento di Rachele e personificato dal rabbino israeliano che sta preparando lei e altre ragazze alla cerimonia religiosa di bat mitzvah. Vista dalla prospettiva di uno scrittore ormai anziano, la novella diviene dunque una riflessione trasognata e malinconica su cosa significhi vivere a contatto con due religioni, due famiglie, due lingue – l’italiano e l’ebraico, lingua di preghiera e non solo, alla quale Rachele si sente profondamente legata – tra salute e malattia, senza per questo dimenticare quel che si è, come l’autista di famiglia Paolo dice a Rachele: “L’Italia è la tua patria, che tu lo voglia o no, e l’italiano è la tua lingua madre. Hai il privilegio di essere nata in una terra che affascina il mondo intero e quindi devi serbarla dentro di te, anche se te ne andrai”. A sua volta, Cuore – a detta di Yehoshua il romanzo che da bambino più l’aveva commosso e gli aveva fatto capire che avrebbe voluto diventare uno scrittore – viene letto da Rachele come una guida su come “essere più umani” , su come superare la malattia del padre e forse anche gli interrogativi che la ragazza prova nei confronti delle sue origini.

La figlia unica è una novella costellata di oggetti e personaggi misteriosi: un’automobile con il volante a sinistra e il cruscotto a destra, silenziosi domestici etiopi che lavorano a casa di nonna Leah Luzzatto, maschere di carnevale, un anziano medico sudtirolese dalle simpatie naziste che ha fatto nascere il padre di Rachele durante la seconda guerra mondiale, quando i genitori erano nascosti tra le montagne. In un’opera breve e dalla trama semplice, Yehoshua inserisce temi ed eventi cruciali – pur in modo diverso – sia nella società israeliana che in quella italiana quali la Shoah, il rapporto con il passato, le relazioni tra identità di minoranza e maggioranza. Anche da questo si comprende non soltanto il legame speciale che ha con l’Italia, ma anche quanto egli sia capace di scrivere storie nelle quali tutti possono rispecchiarsi e trovare motivi di riflessione. Il finale di La figlia unica sembra lasciare in sospeso la storia di Rachele e, benché Yehoshua abbia dichiarato che questo sarebbe stato il suo ultimo libro, c’è da sperare che non sia così e che continueremo ancora a leggerlo e a seguire le vicende di questa ragazza.

dario.miccoli@unive.it

D. Miccoli insegna lingua e letteratura ebraica moderna all’Università Ca’ Foscari di Venezia

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