L’interesse editoriale per Amalia Guglielminetti

L’istrice di velluto

di Valter Boggione

Amalia Guglielminetti, spesso solo Amalia (fin dal titolo del bel libro che le ha dedicato, ormai nel 1987, il cugino Marziano): un mito, nella letteratura italiana di primo Novecento, nota più per gli amori e i ritratti – e autoritratti – che per i suoi libri. La rediviva “Saffo dalle chiome di viola” di Borgese; il “buon compagno” dai “gran caschi piumati”, di Gozzano, che ne respinse, intimorito, le profferte amorose, riducendola a caso di studio; l’“istrice di velluto” di Pitigrilli, con cui ebbe una tormentata relazione finita in tribunale. Soprattutto “Quella che va sola”, come si presenta nelle Seduzioni.

A colmare la lacuna, sembra essere intervenuto un rinnovato interesse da parte dell’editoria. Dopo il monumentale Lady Medusa, uscito da Bietti nel 2012 per merito di due fedelissimi di Amalia, Silvio Raffo e Grazia Bianchi, con quasi l’intera produzione poetica e il carteggio con Gozzano, le uscite si sono succedute. Per limitarmi agli ultimi anni, ricordo Il pigiama del moralista (Ecra, 2018), Tipi bizzarri (Rina, 2018), Quando avevo un amante (Papero, 2,20), La porta della gioia (Cinque Terre, 2021). La tendenza ha raggiunto il culmine nel 2022, con ben tre nuove uscite: La rivincita del maschio (pp. 320, € 19, 8tto Edizioni), con saggio di Maria Vittoria Vittori; L’insonne, Fiabe in versi e altri scritti (pp. 272, € 18, Bertoni), a cura di Maria Grazia Amati; Beffe del destino (pp. 88, € 4,99, Les Flâneurs), smilza antologia di racconti con prefazione di Irene Gianeselli. Molte le opere disponibili online (dieci solo su Liber Liber).

Due le linee di approccio prevalenti: l’interesse per i testi più legati a una stagione di gusto e di vita mondana, donde la predilezione per i racconti e i romanzi (curiosamente trascurata però la produzione giornalistica, che ne fa una delle figure più interessanti di quegli anni); e la volontà di recupero di “casi letterari colpevolmente trascurati” che si caratterizzano “per l’originalità che spesso devia dagli schemi tradizionali” (8tto Edizioni), con l’insistenza di volta in volta sulla matrice femminile o femminista, sull’anticonformismo e sulle tensioni anarchiche. Spesso il libro di Guglielminetti è il primo o il secondo di collane che si limitano a pochi titoli: “Novantapagine”, “Libertarie: voci di scrittrici italiane”, “Donne in poesia”.

Già questo, però, ci dice che l’interesse non è rivolto all’opera in sé, ma a ciò che Amalia ha rappresentato ed è chiamata a rappresentare: al personaggio, insomma, più che alla scrittrice. Il fatto che le nuove edizioni siano dovute a piccole case editrici, spesso caratterizzate sul piano ideologico, la dice lunga. Diversi dei libri, come quello di Papero, a distanza di un paio d’anni non sono già più disponibili. Non c’è fino a oggi un solo grande editore che abbia scelto di scommettere su Guglielminetti, che da grandi editori (Treves, Mondadori) è stata a suo tempo pubblicata; e rarissime sono anche le riproposte che attestino un interesse critico: basta leggere le note al testo, che – quando ci sono – documentano un appiattimento a volte imbarazzante sulla contemporaneità. Da quella alla Rivincita del maschio: “All’interno del romanzo capita di imbattersi in certi stereotipi che risultano discriminatori nei confronti di alcune minoranze e chiari segnali di un maschilismo ancora largamente dilagante. Abbiamo deciso di conservarli così come sono”. Come se si potessero correggere i libri che non sono d’accordo con noi: ed è significativo che nessuno abbia mai pensato, almeno in Italia, di scrivere la stessa cosa a proposito dei romanzi di d’Annunzio o di certe affermazioni di Gozzano. Insomma, c’è la tentazione di cancellare quello che di Guglielminetti non torna a proposito, e di trovarvi quello che non c’è. Gli Occhi cerchiati di azzurro (Graphofeel, 2015) è stato proposto come un romanzo lesbico, in virtù di poche righe, tutt’altro che esplicite, sul rapporto tra Stefania e Ilda. Mentre anche quando c’è, il lesbismo, è sempre assunto da una prospettiva maschile: lo dimostra la celebre orgia conclusiva della Rivincita. L’amoreggiare di Nora e Myra è tutto funzionale allo sguardo di Ugo di Sant’Agabio, non ci sarebbe senza quello.

È vero che Nora si ribella con l’omicidio: ma la morte di Ugo non mi pare sufficiente a giustificare quella “rivincita della femmina” che tante volte è stata evocata. La rivincita ci sarebbe se Nora se ne andasse, non quando è lei ad uccidere Ugo per evitare che se ne vada. I modelli femminili presenti in Amalia sono quelli prodotti dall’immaginario maschile: la moglie traditrice, Medusa, la demi-vierge, la belle dame sans merci… Nei romanzi come nelle novelle, ci sono sempre coppie di donne, qualche volta terzetti: mentre il maschio, il Signore, resta uno solo. Guglielminetti è stata letta ora come femminista (ed è la lettura prevalente nei libri qui ricordati) ora come antifemminista. A me pare che del femminismo poco le importasse. Voleva, lei donna, essere considerata alla pari degli uomini, in un mondo dominato dal modello maschile, avvertito come l’unico possibile.

Lo stesso vale per il rapporto con il contesto borghese e con d’Annunzio. È difficile trovare nelle sue opere il preteso “smascheramento superbo dei vizi e delle incoerenze della borghesia” fondato sulla “distanza tra sé e la materia” di cui narra (Gianeselli). Amalia è borghese fino al midollo, il mondo borghese è l’unico che conosce e concepisce. Nel momento in cui ne svela i difetti, ne assapora i personaggi, i riti, gli oggetti, persino il linguaggio. Senza essere un Andrea Sperelli in gonnella, come è stato detto, non sa rinunciare al modello estetizzante neppure quando è costretta a una vita senza luci, piccolo-borghese.

Perché leggerla, allora? Perché offre un ritratto perfetto di un’epoca e di un gusto, certo. Ma anche perché di essi ci dà un’interpretazione viva e originale. Il mondo di Amalia è il teatro di una guerra tra i sessi senza quartiere: “con l’uomo è sempre utile mentire”. Che altro non è, nel campo erotico, dalla darwiniana lotta per la vita e l’affermazione di sé. Come quella, non concede possibilità di sottrarvisi; come quella, si conclude con la sconfitta di tutti. Tutti i personaggi di Amalia sono dei vinti, dei falliti. Fallita si sente e si riconosce, ben prima che i guai giudiziari la portino in cella e al manicomio, quando è all’apice del successo. Finisce prigioniera delle autorappresentazioni che lei stessa, donna, ha dato di sé, in un’epoca in cui la rappresentazione della donna è prerogativa maschile. Nella sua volontà di tutto sperimentare, accosta l’antico e il moderno, il sublime e il prosaico; non per farli cozzare, come Gozzano, ma per cercare una coesistenza possibile soltanto a prezzo del kitsch: “L’appartamento a terreno (…) era qualche cosa di mezzo fra l’asta pubblica di oggetti d’arte antica e il moderno bazar”. Non è ingenua, e la citazione ironica del Piacere lo dimostra: ma quello è il suo mondo, al quale non sa e non vuole rinunciare. Anche Amalia, come la Marcella di un racconto, ama Il sacro anello indù che suscita il disgusto represso dell’amante e fa la gioia della sua fantesca: ma ne stigmatizza con l’ironia l’aspetto “un po’ inverecondo nella sua curiosa esoticità”. È la scrittrice dell’eccesso, non della misura.

La veste classica dei suoi versi – il sonetto, la terzina dantesca, il distico elegiaco – è in realtà disarticolata dall’interno, da una scansione antimelodica prodotta dall’accumulo delle figure metriche e dalla predilezione, quasi ossessiva, per gli sdruccioli. La predilezione sarà poi del primo Montale; e a lui fanno pensare certe situazioni e linguaggio: “Certo, qualcuno apparirà nell’arco / verde-cupo che intrecciano le piante / laggiù, ove s’apre nell’azzurro un varco”. Il distico, del resto, è in realtà un “gallico artifizio”: composto di versi doppi, formati a propria volta di un settenario e un novenario, con rima interna.

Accanto ai libri ricordati, il lettore alla ricerca dell’Amalia vera ha da poco a disposizione un prezioso strumento: è il saggio di Alessandro Ferraro singolarefemminile. Amalia Guglielminetti nel Novecento italiano (Sef, 2022). Correttamente, Ferraro rivendica nel suo lavoro la primazia dell’opera rispetto alla vita. E sulla scorta di Caproni, che di Guglielminetti si è professato più volte tra i “franchi ammiratori”, individua il nucleo centrale nel nesso sincerità-finzione. In virtù della sostanza in gran parte autobiografica dei testi, Guglielminetti esibisce in tutta sincerità sé stessa come personaggio artefatto e amante dell’artificio, in una società dominata dalla simulazione. Simile anche in questo a Marcella, che “si compiaceva spesso nel recitare simili frasi sonore da prima attrice isterica”, recita la propria parte: ma senza gioia, senza compiacimento, perché così vuole il mondo, con la nostalgia di un’autenticità sempre rincorsa e sempre avvertita come impossibile. Fa finta di non credere a nulla, su tutto ironizzando, e invece crede a tutto, nostalgica di una verità che le è negata. In questo, davvero la “sitibonda” è sorella di Gozzano: ma dove quello, esibendo la menzogna, finge di non mentire, Amalia è sincera fino in fondo nello svelare le proprie menzogne. Così, nei momenti in cui la rappresentazione di sé, la beffa, l’ironia vengono meno, resta solo il senso greve, fisicamente materiale, del disfacimento: “La pioggia insisteva ancora viscida e fredda sui marciapiedi mucillaginosi”. La scrittrice più mondana, più superficiale, è anche, e proprio per questo, quella che più a fondo conosce “il dolore, questo tremendo privilegio umano”. Non è la sola contraddizione di Amalia, che della contraddizione vive, nella vita e nell’arte: e ha ragione Ferraro quando addita nel sonetto Una finestra chiusa, tutto giocato sulle antinomie chiuso-aperto, rivelazione-mistero, pietas religiosa-abbandono erotico il risultato più alto della sua poesia.

Ma il contributo più importante del libro riguarda la vita, non l’opera. La lunga frequentazione degli archivi, spesso privati e non ordinati, il recupero dei documenti originali e degli atti giudiziari, la conoscenza delle fonti gli consentono di tracciare un ritratto di Amalia finalmente attendibile, almeno – e non è poco – dal punto di vista delle informazioni. Perché alla fine Amalia sfugge comunque, con la sua voracità e le sue contraddizioni; e nemmeno dieci anni di ricerche sul campo sono riusciti a dissipare alcuni tra i più appassionanti misteri letterari del nostro Novecento. Dov’è finito il carteggio Gozzano-Guglielminetti? quale era la sua veste autentica? Partendo dalle ricerche di Franco Contorbia, nella ricca Postfazione alle Lettere d’amore ripubblicate da Quodlibet nel 2019, Ferraro ricostruisce le tappe di questo giallo letterario, tentando per via indiretta e sulla scorta di trascrizioni frammentarie ipotesi, correzioni, integrazioni. Una chimera resta invece il diario di Amalia, con la sua versione della relazione con Guido. Che sia l’ultimo scherzo di una donna e di una scrittrice inafferrabile?

valter.boggione@unito.it

V. Boggione insegna letteratura italiana all’Università di Torino