Giocoleria espressiva, stramparloni, spirito ribelle e ironia di Bohumil Hrabal

Dove finisce la birra, inizia il racconto

di Nicolò Moscatelli

Con poche eccezioni, la letteratura di lingua ceca non ha mai goduto in Italia (né altrove) dell’attenzione che merita. Già solo sfogliando Praga magica di Ripellino, pubblicato nel 1973, troveremmo citate dozzine di autori che non erano stati tradotti allora e non lo sono stati poi. Ed è un gran peccato: perché nell’ultimo secolo e mezzo o giù di lì gli scrittori di lingua ceca hanno costruito una Wunderkammer singolarissima che sempre sembra aver premiato la superba eccentricità di ogni suo esemplare – nell’opera e, assai di frequente, nella vita – ma rivela a un esame appena meno sbrigativo certi elementi ricorrenti e distinti, come nel suo robusto filone caratterizzato dalla propensione al grottesco e al bizzarro, alla giocoleria espressiva, all’epica popolare e frammentaria, all’umorismo balzano e insubordinato e sottilmente malinconico.

Bohumil Hrabal, del quale per fortuna le traduzioni non mancano, è di questa linea uno dei campioni; e il suo Compiti per casa. Riflessioni e interviste è stato appena pubblicato da Miraggi nella collana “NováVlna” (pp. 224, € 19) , intitolata alla nouvelle vague cecoslovacca che in appena dieci anni seppe regalare tante gemme alla storia del cinema. (E ci furono adattamenti di Hrabal girati dai registi di quella nouvelle vague: Menzel anzitutto ma anche Jiří Menzel, Věra Chytilová, Jan Němec, Evald Schorm, nonché uno Juraj Herz agli esordi – ancora giocoso, ma già impegnato a sviluppare le tecniche e le atmosfere perturbanti dei suoi film maturi). È meritorio il progetto di “NováVlna”, che è tutta dedicata alla letteratura ceca; e sarebbe bello se agli autori viventi finora pubblicati – e che, con l’eccezione di Hrabal e Čapek, ne compongono interamente il catalogo – la collana potesse affiancare in futuro anche i giganti del secolo passato, da Vítězslav Nezval a Jiří Karásek, da Ladislav Klíma a Vladislav Vančura.

Compiti per casa, curato da Alessandro Catalano e tradotto da Laura Angeloni, è una raccolta gustosa di testi miscellanei: riflessioni e interviste – come da sottotitolo – nonché brevi prove narrative, poemetti in prosa o allegorie politiche, interventi in convegni o considerazioni sulla pittura, sul cinema, sulla scrittura. I singoli testi non sono datati, ma la successione è chiaramente cronologica e si sviluppa nel pugno di anni prima, durante, e subito dopo la Primavera di Praga e l’invasione sovietica della Cecoslovacchia nell’agosto 1968, tema che si fa sempre più centrale man mano che il libro procede. (Negli anni cupi della “normalizzazione” le opere di Hrabal saranno poi pubblicate soltanto in samizdat, senza che questo gli abbia impedito di diventare uno tra gli scrittori più letti e amati nel suo paese).

E il titolo è Compiti per casa, ma è chiaro che Hrabal a casa ci stava poco: perché lì c’erano la moglie che voleva chiacchierare e il gatto che gli si sdraiava sulla macchina da scrivere, e il postino che suonava il campanello e gli amici e ammiratori che passavano a trovarlo – e allora lui se ne andava in birreria. Perciò, dice, i suoi libri sono tanto brevi (cfr. “L’Indice” 1986, n. 7). La birreria è naturalmente il luogo d’elezione della letteratura boema, dei suoi personaggi e dei suoi autori (nonché dei loro concittadini). Ma per Hrabal questo è ancora più vero: i narratori e personaggi dei suoi romanzi e racconti, i suoi celebrati “stramparloni”, sono tutti sempre pronti a divagare a capriccio in un bailamme di voci da osteria, ogni episodio ne ricorda un altro e apre a nuove digressioni imprevedibili e spesso assurde, ma tenute acrobaticamente insieme dal magistero affabulatorio di un contastorie alticcio che in qualche modo ritrova sempre il filo del discorso. E Compiti per casa contiene interviste concesse in birreria, elogi delle birrerie, lamentele perché in birreria si fa fatica a scrivere – peggio sarebbe però provarci a casa, perché allora verrebbe solo voglia di andare in birreria.

Ma questa era già stata domicilio, ufficio e sepoltura di Jaroslav Hašek, suo maestro dichiarato (insieme, tra gli altri, a Ladislav Klíma: autori per i quali, leggiamo qui, l’opera è “una glossa … alla vita”, e lo stesso vale almeno in parte per il loro successore). Tante tra le vecchie birrerie praghesi hanno ancora una targa che dice Hrabal, o Hašek, beveva qui. Il nonno di un caro mio amico era compagno di sbronze di quest’ultimo, e una sera decisero che in due non si era abbastanza. Suonarono il campanello a un terzo e gli chiesero di seguirli in birreria. Il malaugurato, già vittima di uno spietato doposbornia (kocovina, lo gnaulìo o lamento del gatto) dalla notte prima, accampò scuse; finché Hašek, reduce di guerra, non tirò fuori la rivoltella di tasca e gliela puntò alla testa dicendo “ora tu vieni con noi e bevi”. Lui si mise la giacca, andò con loro e bevve. Hrabal fu poi presidente della Praga d’Oro, società senza membri (non si poteva essere ammessi né cacciati, e la polizia non aveva perciò accesso alle liste; l’adesione era fatto intimo) il cui obiettivo era bere birra e godersela. E questo genere di associazioni più o meno goliardiche aveva una sua tradizione locale, della quale Hašek fu ancora una volta apripista col suo Partito per il Progresso Moderato Entro i Limiti della Legge fondato in una birreria di Vinohrady.

Più volte, in questi articoli, Hrabal tiene a precisare la propria genealogia letteraria, o almeno i grandi monumenti ai quali guarda. Ed è vero che da una parte le birrerie offrono un repertorio inesauribile di materiali a un autore che a più riprese e con troppa modestia (ma chiedendo anche di non essere preso alla lettera) si è definito un semplice trascrittore o montatore cinematografico, uno che come l’eccezionale fotografo Václav Chochola – al quale è dedicato uno dei brevi saggi – arriva dalla campagna con gli occhi sgranati e in ogni vicolo sa trovare bellezza, gioia, avventura e poesia. In birreria si ascoltano e si trascrivono aneddoti, battute, biografie intere, microracconti che bisognerà soltanto inanellare in una struttura più o meno coerente (i “ragionamenti sconnessi” dello zio Pepin costituirebbero “il manuale perfetto per il montaggio della narrazione”; ma le strutture narrative di Hrabal sono tutt’altro che ingenue o improvvisate, come confermano queste interviste). È lì che si ride e si piange dei nostri simili e insieme a loro, si ritrova la scintilla nobile di umanità in fondo agli animi incattiviti e intristiti dall’esistenza, estenuati dal lavoro, invigliacchiti dal potere. Del resto “Cos’è che preferiscono fare gli uomini di tutto il mondo una volta usciti dal lavoro?”, chiede Hrabal, e la risposta è presto data: “bere fino a raggiungere quell’euforia che li spinge a raccontare”. In birreria si vive un prolungamento della giovinezza e si brinda ai vecchi sogni incompiuti; ma in birreria lui poteva anche e soprattutto, grazie al suo leicastyl (stile Leica) e al suo orecchio finissimo di (anti)letterato, scattare “istantanee colloquiali” della lingua parlata.

Questo è in effetti uno dei debiti che più spesso riconosce a Hašek: alla democratizzazione, allo “scivolamento verso il basso” dei protagonisti letterari nella gerarchia della società rappresentata deve corrispondere sulla ruota di Virgilio la ricerca di uno stile diverso, poetico e antiletterario, fondato sui vernacoli e i gerghi e i guizzi d’inventiva linguistica e i mille giochi verbali e giri di frase colloquiali orecchiati tra i tavoli, come pure nelle officine, alle presse idrauliche, nelle stazioni dei treni e dietro le quinte teatrali. Hrabal fece mille lavori e di ciascuno ricorda gli squarci di insperata bellezza, anche se naturalmente la cosa migliore resta dire all’ingegnere che si va in archivio, dire all’archivista che si va dal direttore d’area e a quest’ultimo che si va in officina, e poi andare a fare il bagno al fiume. Sono gli “elementi non standard” creati e affinati come un’improvvisazione jazz da una comunità intera di anonimi inventori di genio sui quali, da Hašek in poi, può e deve fondarsi la letteratura contemporanea, gioielli stranianti che infrangono la convenzionalità della lingua, evidenziano la funzione poetica, deliziano chi ne veda l’icasticità, l’irriverenza, l’umorismo. Non per nulla Joyce è tra i grandi qui più volte ricordati, e Hrabal racconta in Un giorno di aver girato le case a Zurigo: senza trovare però targhe in memoria ma manifesti pubblicitari, slogan d’azienda, scritte al neon e locandine di giornali, dai quali crede tuttavia di poter imparare molto di più sul conto del maestro.

Gli ultimi testi della raccolta si fanno via via più apertamente politici, e sfogliandoli sembra anzi di assistere in diretta all’ampliamento dei limiti di quel che si può dire pubblicamente ed esplicitamente intorno al periodo del IV Congresso degli Scrittori Cecoslovacchi, nel 1967, e all’esperimento di Dubček col socialismo dal volto umano nel 1968. Hrabal non si atteggia mai a grillo parlante e anzi riconosce che egli stesso soffre spesso di una sorta di esprit de l’escalier etico: lamentandosi cioè non quando serve ma sulla strada di casa, e dicendo la verità (la stessa che figura nel motto – la verità trionfa – sulla bandiera o “enorme tovaglia” presidenziale, e che Hrabal s’immagina, in Il gioco per la verità, intenta a una lunga partita di ping pong che corrisponde alla storia delle idee) solo quando già sale le scale. C’è chi, tornando a Hašek, ha definito il tipico cittadino cecoslovacco degli anni sessanta “uno Švejk che abbia letto Kafka e Marx”, e credo che la definizione sia già stata applicata a Hrabal stesso, senza stonare. Švejk, il soldato che si finge stupido o forse lo è davvero, era già stato paradigma di un certo tipo di resistenza alla vanagloria del potere: quella, cioè, che lo ridicolizza prendendone le pretese alla lettera, e non sono pochi i narratori hrabaliani a esercitarne l’arte. E poi, nel giro di pochi mesi, quell’ampliamento del dicibile – del quale per la verità Hrabal, pur essendone naturalmente felice, temeva le possibili ripercussioni sulla qualità della produzione letteraria futura, a rischio secondo lui di sprofondare nella “confortante acquetta dell’opportunismo”; e vengono in mente certi commenti di Godard in Pravda – lo si vede interrompersi, i limiti arretrano, si chiudono. Il libro, in effetti, sarà stampato ma non distribuito. Ma la dimensione politica è inseparabile da una scrittura fondata sulla polifonia spontanea della società intera e soprattutto dei piccoli, ciascuno rappresentato con la propria voce e le proprie felicità, i propri dolori e le proprie monomanie stravaganti: ed è questa la ragione per cui Hrabal non può pensare di fuggire all’estero, abbandonando tutti gli stramparloni soltanto in collaborazione coi quali – così dichiara – ha potuto scrivere i suoi libri, e ai quali in cambio ha “cercato di insegnare un certo spirito ribelle, l’arte di non avere paura e di superare le situazioni che fanno gelare il sangue con umorismo e ironia”. E alla fine di Compiti per casa ci ricorda: in alto i cuori.

nicolo.moscatelli@gmail.com

N. Moscatelli è scrittore