Vincenzo Rabito – Il romanzo della vita passata

Un continuo e cocciuto presente morale

di Benedetta Gallo

Vincenzo Rabito
Il romanzo della vita passata

pp. X-4494, € 25,
Einaudi, Torino 2022

I quaderni sono quindici, con la copertina di cartoncino sottile. La rilegatura a spirale tiene insieme un massimo di cento fogli a righe, formato A4, per un totale di 1486 pagine battute a macchina. Interlinea zero, niente margini. È il 1968 quando Vincenzo Rabito, ormai in pensione, comincia a scrivere la sua autobiografia. Spinto da una determinazione stupefacente data la poca dimestichezza con le regole dell’italiano scritto, batte sui tasti dell’Olivetti Lettera 22 di suo figlio Giovanni 1027 pagine con cui intende lasciare testimonianza della “bella vita” trascorsa, una vita “molta maletratata e molto travagliata”. La vita di un ragazzo del ’99, che abbraccia un secolo intero di storia d’Italia. Il resto, per chiunque abbia avuto la fortuna di scontrarsi con il muro di parole di Terra matta (Einaudi, 2007), è storia.

Ma quella che in molti hanno definito “lotta con la scrittura” non si esaurisce in queste prime 1027 pagine. Nel 1970 il figlio minore di Vincenzo Rabito si appropria dell’autobiografia di suo padre per portarla a Bologna, dove è convinto di riuscire a farla pubblicare. Vedendosi privato di un’abitudine che col passare degli anni era diventata qualcosa di più di un semplice passatempo, con l’ostinazione e la pazienza del carpentiere esperto, Rabito si rimette all’opera. Il risultato è un secondo dattiloscritto, più lungo del precedente, il cui soggetto è però sempre lo stesso. Domenico Scarpa definisce Vincenzo (la scrittura popolare ha questo, di straordinario: si finisce per affezionarsi alle persone, per considerarle conoscenti, amiche, chiamarle per nome) “una persona occupata da una storia unica e indivisibile; ogni volta che si è sentito premuto dalla necessità di darla per iscritto è stato costretto a riversarla per intero sulla pagina, dal principio alla fine”.

Anche chi arriva ad amare questo autore e le sue opere, davanti a uno sforzo così sovrumano non può che porsi una domanda, sempre la stessa: che cosa spinse un pensionato semianalfabeta a imbarcarsi in un’impresa tanto al di fuori della sua portata? Sebbene a prima vista straordinario, il “caso Rabito” va inserito in una prospettiva più articolata, che comprende molte scritture autobiografiche in un certo senso simili alla sua. Il dilagare di queste testimonianze va ricondotto a due esperienze di massa che l’Italia conobbe a cavallo tra Ottocento e Novecento: la grande emigrazione transoceanica e la Grande guerra. Emigranti e soldati erano in larga parte contadini, dunque appartenenti a una realtà storicamente estranea alla cultura scritta. Eppure furono in molti a scrivere: lettere a casa, per non perdere i contatti con il mondo, per continuare a sentirsi parte di una famiglia e di una comunità, ma anche pagine di diario o memorie, allo scopo di mantenere intatta la propria identità sociale. Vincenzo sperimenta sulla propria pelle la sensazione di rottura provocata da entrambi i fenomeni di massa: combatte in prima linea nella Grande guerra e per due volte si trasferisce all’estero in cerca di fortuna.

Di sventure, la vita di Vincenzo Rabito e le sue autobiografie ne sono piene. La malasorte diventa, nelle sue pagine, una forza che si accanisce contro di lui per punirlo delle scelte sbagliate: l’unico strumento utile a contrastare la sfortuna è l’astuzia, anche se implica un comportamento non sempre esemplare. Per difendersi dagli attacchi della malasorte, Vincenzo indossa i panni dell’antieroe solo contro tutti, cinicamente fiero delle tante peripezie che, se è vero che gli hanno complicato la vita, l’hanno allo stesso tempo resa degna di essere raccontata. Per due volte.

Giovanni Rabito, che dell’opera del padre si fa custode e fautore, tratteggia le sue fatiche, la straordinaria vividezza espressiva e l’intensità creativa delle sue pagine, usando un’immagine molto poetica: le profonde motivazioni psicologiche di Vincenzo, dice, coincidevano con quelle del pensionato che passa le sue giornate a costruire un veliero con degli stuzzicadenti. Per quanto evocativa, questa rappresentazione ha qualcosa di stonato. Alla silenziosa concentrazione dell’uomo che issa alberi maestri di otto centimetri per comporre imbarcazioni in miniatura che non solcheranno mai nessun mare, qui verrebbe da contrapporre il fermento vivo, accompagnato da un gran frastuono di tasti e fruscio di fogli, il trapestìo della memoria che da personale diventa collettiva. Quello che succede, insomma, è che il pensionato si trasforma in artista maturo. Nel passaggio dal primo dattiloscritto al secondo si avverte uno slittamento, sembra di riconoscere il tentativo di dare un’impostazione il più possibile “letteraria” al caos dell’esistenza. Una delle differenze principali tra le due autobiografie è che a un certo punto, nella seconda, il tempo della scrittura e quello della narrazione si avvicinano fin quasi a sfiorarsi, e il romanzo si trasforma in una sorta di diario; nonostante questo, l’autore si preoccupa più volte di ribadire che quella che racconta è la sua “vita passata”. Nessuno stupore, però, nessuna incoerenza: è sempre Scarpa a parlare di “un continuo e cocciuto presente morale”. Anche quando ricorre a tempi verbali diversi, è come se Vincenzo parlasse al presente, restituendoci “lo spessore tridimensionale di un’esperienza ricostruita sul momento”.

Ma il tempo passa, porta nuove gioie e vecchi rimpianti. Rispetto al primo libro, nel secondo si nota un maggiore intento apologetico dell’autore nei confronti della propria condotta. In generale, la scrittura è pervasa dal desiderio di “vivere impace”, accompagnato da una piccola ma significativa variazione del personaggio Vincenzo Rabito, che diventa più cauto e riflessivo, come se, nel passaggio tra una stesura e l’altra, fosse invecchiato e maturato anche lui. Leggendo le pagine conclusive di Il romanzo della vita passata si ha la sensazione che l’autore della seconda autobiografia provi una sorta di beffarda nostalgia per il protagonista della prima: il suo più grande rimpianto è di non poter più essere l’eroe picaresco delle mille avventure raccontate in Terra matta. Eppure, al di là del rammarico, la senilità comporta anche dei vantaggi: è il bello del “campiamento di vita”, dell’assistere a un’epoca “che li povere sono deventate riche e li riche sono deventate povere”. La miseria, ben più che una condizione materiale, è uno stato mentale dal quale Rabito non riuscirà mai ad affrancarsi, nonostante il “manciare” non manchi più sulla tavola. Tuttavia nel secondo libro si avverte una trasformazione nell’atteggiamento con cui l’autore guarda alla storia, un cambiamento quasi impercettibile ma molto importante. Il fatalismo di cui è impregnato Terra matta si stempera in uno sguardo più critico e partecipe, meno succube ai capricci della malasorte. Ciò che non cambia è invece la determinazione di Vincenzo, che continua a scrivere fino a tre giorni prima della morte, avvenuta il 18 febbraio 1981.

La vicenda editoriale stessa del Romanzo della vita passata, rivisto e adattato da Giovanni Rabito, attesta un passaggio di testimone inevitabile, già presente nell’ultima parte dell’autobiografia. “Ma Ciovanne il signore non lo voleva fare, che voleva fare larbinturista, come Quarino il Meschino, che più pene vedeva più assaie la vita ci piaceva”. Guerrin Meschino è il personaggio principale del romanzo cavalleresco di Andrea da Barberino, uno dei tre libri che Vincenzo, in Terra matta, sostiene di aver letto. Là, l’autore dava una presentazione di sé stesso che lo accomunava per molti aspetti a un paladino dell’epopea carolingia. Ormai però è troppo vecchio, la forza che alimentava la lotta contro la sventura e le ingiustizie degli uomini lo sta abbandonando. Quando dice di voler consegnare la propria storia a Giovanni, dunque, lo fa in senso sia materiale che metaforico: sarà questo figlio a occuparsene dopo la sua morte, e sarà in lui che il senso della sua scrittura continuerà a restare vivo.

benedettagallo29@gmail.com

B. Gallo è traduttrice di narrativa e saggistica per adulti e ragazzi