Adrián N. Bravi – Senza tessiture

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Piccola antologia della peste (Ronzani Editore, Dueville, Vicenza 2020) è un volume concepito da Francesco Permunian per testimoniare il terribile evento mondiale – ancora in atto, e destinato a condizionare a lungo la vita di tutti – attraverso la parola dei nostri scrittori. Corredato dai disegni di Roberto Abbiati, il libro raccoglie i testi di trentaquattro autori, tra poeti e narratori. Pubblichiamo qui il testo di Adrián N. Bravi, che ringraziamo per la gentile concessione. 

Adrián N. Bravi
Senza tessiture

All’inizio di Pedro Páramo di Juan Rulfo, Juan Preciado promette a sua madre moribonda di tornare a Comala per aggiustare i conti con suo padre, Pedro Páramo. Nei pressi del paese trova un mulattiere e gli chiede:

«Come dice che si chiama il paese che si vede là in basso?»

«Comala, signore».

«È sicuro che è già Comala?»

«Certo, signore».

«E perché è tutto così triste?»

«Sono i tempi, signore».

In questo periodo un po’ incerto e tormentato, ogni volta che esco da casa trovo una desolazione simile a quella di Comala; non si capisce se è un posto fatto per i vivi o per i morti, e mi viene sempre da pensare a questo dialogo e ripetere tra me e me: Sono i tempi, signore. Cammino tra gli angusti vicoli con le pareti scrostate ai lati, giro senza meta, nell’attesa d’incontrare un mulattiere a cui chiedere perché è tutto così triste. Arrivo fino alla piazza. Le rondini volteggiano indisturbate ripulendo l’aria (siamo fortunati che ci siano ancora). Entro in uno dei palazzi più antichi, attraverso il cortile con un grande pozzo di lato, sulle colonne osservo i capitelli che recano gli stemmi delle antiche famiglie, l’arco e il balcone che si affaccia sull’Adriatico sopra il quale campeggia un orologio con la scritta: Volat irreparabile tempus. Da quel balcone, a volte, durante l’alba, si scorge la costa dalmata. Qui il garrito delle rondini è ancora più intenso. Ritorno sui miei passi. Sono i tempi, signore, mi dico ancora, mentre il silenzio delle strade mi riporta a casa.

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Dopo aver vagato qua e là, fermandomi a leggere le lapidi sui muri, varco la soglia di casa ed entro nella solitudine della mia quarantena. Mi levo la maschera che in verità non portavo, mi lavo le mani anche se non ho toccato nulla e mi siedo davanti a un foglio per cercare di dare una sintesi più o meno letteraria a questa desolazione. Prima di cominciare, però, mi chiedo se, effettivamente, in una società così schizofrenica come la nostra, una pratica solitaria come lo scrivere abbia ancora un senso, ma provo ad andare avanti lo stesso.

All’inizio di Discorso dell’ombra e dello stemma Giorgio Manganelli sostiene di poter immaginare un mondo senza locomotive o senza bandiere o televisione, «ma non riesco a immaginare un mondo, un tempo, una serie, un rosario di generazioni senza letteratura». Ecco, neanche io riesco a pensare un’esistenza senza il racconto, perché il mondo, mi verrebbe da dire, trova un senso solo se riusciamo a raccontarlo e a rappresentarlo nelle sue varie sfaccettature. E mentre penso a questo mi viene in mente quella bella parabola riportata da Agamben in Il fuoco e il racconto, presa a sua volta dal libro di Scholem su Le grandi correnti della mistica ebraica, in cui si dice: Quando il Baal Schem, il fondatore dello chassidismo, doveva assolvere un compito difficile, andava in un certo posto nel bosco, accendeva un fuoco, diceva le preghiere e ciò che voleva si realizzava. Quando, una generazione dopo, il Maggid di Meseritsch si trovò di fronte allo stesso problema, si recò in quel posto nel bosco e disse: «Non sappiamo più accendere il fuoco, ma possiamo dire le preghiere» – e tutto avvenne secondo il suo desiderio. Ancora una generazione dopo, Rabbi Mosche Leib di Sassov si trovò nella stessa situazione, andò nel bosco e disse: «Non sappiamo più accendere il fuoco, non sappiamo più dire le preghiere, ma conosciamo il posto nel bosco, e questo deve bastare». E infatti bastò. Ma quando un’altra generazione trascorse e Rabbi Israel di Rischin dovette anch’egli misurarsi con la stessa difficoltà, restò nel suo castello, si mise a sedere sulla sua sedia dorata e disse: «Non sappiamo più accendere il fuoco, non siamo capaci di recitare le preghiere e non conosciamo nemmeno il posto nel bosco: ma di tutto questo possiamo raccontare la storia». E, ancora una volta, questo bastò.

Questa storia può essere letta come un’allegoria della letteratura, ci dice Agamben: per quanto l’umanità si allontani dall’origine delle cose, dalla propria tradizione o smarrisca l’insegnamento (il fuoco, il luogo e la formula), le resta il racconto e questo può bastare. Dunque, la realtà esiste nelle varie forme in cui può essere raccontata, anche di fronte alla perdita del fuoco, perché, come vuole Celati, il narrare è un’attività pratica che consiste nel tenersi sul filo della temporalità. E chissà se noi riusciremo, in questi giorni o in futuro, a raccontare questo momento storico che stiamo attraversando, non per riempire l’attualità, che di suo trabocca d’informazioni e novità, ma piuttosto per trasformare questo momento stesso in un fatto memorabile. Il narratore, dice ancora Celati, ha qualcosa del rabdomante che segue le vibrazioni del suo bacchetto per scoprire dov’è l’acqua; per farlo deve sapere orientare la sua sensibilità e seguire una specie di intuito primordiale. Il rabdomante non sa far sorgere l’acqua, ma sa dove si trova. Più o meno come il narratore che non sa più accendere un fuoco, ma può raccontare la storia.

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Non ho mai creduto ai fenomeni paranormali, anche se mi fanno un po’ paura e non capisco come possa spaventare qualcosa a cui non ci credo. Ma poi mi rendo conto che non ho paura del fatto in sé, ma del racconto che se ne fa. Appunto, il fatto paranormale esiste solo nel resoconto che ne scaturisce, con le varie implicazioni. Assistiamo ogni volta al racconto del fatto, mai al fatto in sé, per questo è importante l’intensità della sua narrazione.

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Alvaney Xirixana era un ragazzino yanomami di 15 anni. Abitava in Amazzonia, a nord del Brasile, in un villaggio di nome Rhebe, sulle rive del fiume Uraricoera. Il virus era arrivato in queste foreste pluviali attraverso alcuni garimpairos (i ricercatori illegali d’oro) e Alvaney è stato il primo indio a morire in Amazzonia di coronavirus. Nella loro lingua l’epidemia si chiama Xawarai, che loro immaginano come una specie di nebbia invisibile che si propaga per la foresta. Esce dalle case dei bianchi o dalle loro fabbriche e poi percorre la selva di notte per entrare di nascosto nelle capanne degli indios. Questo essere infelice, il Xawarai, si esprime in vari modi: attraverso la tosse, la dissenteria o la nausea. Lo sciamano Davi Kopenawa, in un testo dal titolo La caduta del cielo, riferendosi alla tubercolosi e al morbillo, sostiene che lo Xawarai è arrivato con i garimpairos e che a volte, per proteggere i più piccoli, li nascondevano nelle piroghe dello spirito tapiro, chiamato così perché i tapiri hanno l’abitudine di stare in acqua per sbarazzarsi dei parassiti e sfuggire ai predatori. Inoltre, racconta Davi Kopenawa, quando lo sciamano entrava in contatto con gli oggetti dei bianchi, tipo un machete o un coltello o un’ascia, per pura precauzione, prima lo immergevano nell’acqua dei ruscelli e poi lo sfregavano con la sabbia per togliere le scorie di Xawarai o di qualunque altra cosa provenisse dai bianchi, in particolar modo dai garimpairos.

Alvaney era arrivato all’ospedale di Boa Vista, vicino al fiume Branco, con il fiato corto, la febbre e mal di gola. Immagino che abbia dovuto viaggiare parecchio prima di arrivare in ospedale. Non so se ci siano foto o ritratti suoi, ma non è difficile immaginarlo a giocare sulla riva del fiume insieme a una sfilza di ragazzi come lui, confinati nella foresta, che nulla sanno delle nostre malattie e delle nostre inettitudini.

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La nona vittima per coronavirus in Uruguay è stato un uomo di 76 anni chiamato Juan José Noueched, ex sindacalista e militante tupamaro (il Movimiento de Liberación Nacional, organizzazione di ispirazione comunista, attiva tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta). Sembra che abbia contratto la malattia durante un viaggio in Svezia per partecipare a un documentario.

A metà del 1973, nel periodo della dittatura uruguayana, Eduardo Galeano racconta che Noueched aveva ricevuto una sanzione mentre era in prigione, in un tempo in cui – pertanto – non poteva ricevere visite né uscire per l’ora d’aria. Aveva violato il regolamento secondo il quale ogni prigioniero doveva camminare in cortile in fila indiana con entrambe le mani dietro la schiena, ma Noueched era monco, difatti lo chiamavano così, il monco, quindi era riuscito a mettere solo una, di mano, dietro la schiena, perché l’altra gliela avevano tagliata durante una retata. Questo handicap, però, non era bastato a giustificare la trasgressione, racconta Galeano; dunque, il capitano di turno lo aveva messo in gattabuia lo stesso, non accettava che durante l’ora d’aria in cortile un detenuto facesse la ronda con una sola mano dietro la schiena.

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Fin da piccolo ho sempre avuto problemi con i denti. Dei pochi molari che mi rimangono non c’è uno che non sia stato trattato, curato o devitalizzato e incapsulato. La mia bocca è stata sempre un tormento. Ho iniziato ad andare dal dentista a quattordici anni. Il dentista si chiamava Almeida, passava per essere uno dei migliori nel quartiere di Buenos Aires in cui abitavo. Aveva sempre delle belle assistenti che lo aiutavano. Spesso il mal di denti non mi faceva dormire la notte e mi imbottivo di analgesici o aprivo la grappa di mio padre, bevevo un sorso e senza ingoiarlo lo tenevo sul dente malato. Più di una volta ho pensato che l’ideale sarebbe stato svuotare la bocca dai denti, in particolar modo dai molari e sostituirli con una buona dentiera fatta a regola. Avrei evitato tante pene inutili. Per Almeida io ero un grande affare, sarà per questo che non ha mai consigliato ai miei genitori, che si fidavano troppo di lui, una cura radicale a base di ferro o qualsiasi altra cosa. I denti sono stati la mia croce, sarei stato un uomo diverso, sicuramente migliore, più rispettoso e cordiale, se non avessi sperimentato i mal di denti in età precoce e per tanto tempo. Questa sofferenza potrebbe portare alla rovina una persona, come la fobia o la ludopatia, non se ne vuole sentire ragione e poi, nel picco delle fitte, uno sarebbe capace di cedere la metà del suo patrimonio pur di porre un freno al dolore. Solo chi conosce il mal di denti acuto, quello che non ti fa dormire la notte, sa quello che dico. E la mia bocca, dai quattordici anni in poi, come ho già detto, è stata una fucina di barbarie e atrocità.

È da un po’ di tempo che non vado dal dentista, forse due o tre anni, e quando, a inizio della pandemia, mi è uscita la capsula del secondo molare, una capsula orrenda color argento, ho pensato che da lì a poco sarebbero arrivati i guai. Infatti, il molare protetto da quel cappuccio, subito dopo la caduta, ha iniziato a ballare, prima con piccoli movimenti, quasi impercettibili, poi potevo spostarlo con la lingua da destra a sinistra e alla fine si muoveva da tutte le parti come il dente di un bambino e non riuscivo a strapparmelo, perché avevo la gengiva intorno parecchio infiammata. Sembrava proteggerlo, come se lo volesse trattenere. E quando Francesco Permunian mi ha scritto per propormi di partecipare a quest’antologia, ho subito pensato: speriamo di farcela con questo dente malato, che se uno non sta bene con i denti non sta neanche bene con il mondo intorno. Certe volte ho pensato che il mondo esterno che vediamo e contempliamo sia un’espressione dei nostri denti, nel senso che se abbiamo il mal di denti, quello che appare fuori sarà sicuramente disastroso; con i denti a posto, invece, qualche lontana parvenza di felicità, volendo esagerare, potresti pure trovarla in questo grande caos.

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Un dente che sta lì, senza capsula, nella sua nuda vita, è un dente che si espone al rischio e affronta di petto l’esistenza, come un descamisado. Di punto in bianco decide di denudarsi e di andare incontro a tutte le incombenze; rivendica, per così dire, di essere considerato per quello che è, senza ambagi. È un dente vecchio, marrone, si fa fatica a pensare che sta lì, in bocca, a maciullare le cose. Dunque, ha deciso di sfidare le avversità senza protezione (come chi oggi si espone al rischio privo di mascherina e di guanti).

Senza un’avvisaglia, una mattina, il dente in questione, ovvero, il secondo molare inferiore destro, ha rivendicato la sua autonomia, nel senso che non accetta più di essere trattenuto o imprigionato. Per quanto non fossi d’accordo ho accettato la sua indipendenza (lungi da me costringerlo a indossare una capsula, tra l’altro d’argento), anche perché, faccio questa considerazione, ha deciso di disfarsi dell’involucro proprio quando tutti i dentisti e gli odontotecnici sono chiusi e sarebbe impensabile andare in un pronto soccorso, sapendo che ci sono decine e centinaia di persone intubate che fan fatica a respirare. Ebbene, in questo momento, il secondo molare, che per comodità chiamiamo dente, dopo la caduta del rivestimento che lo conteneva, a pochi giorni, ha iniziato a muoversi. Per punirlo lo stuzzicavo con la lingua, lo spostavo di qua e di là; ero quasi deciso a estirparlo, ma lui, pur muovendosi, non voleva staccarsi. Fino a quando ieri ho preso un pezzo di filo interdentale, l’ho avvolto come se lo volessi impiccare e ho iniziato a tirarlo più che potevo. Alla fine è venuto su, non tutto il dente, come mi sarei aspettato, ma solo un pezzo di osso marcio. La base è rimasta in piedi ed è probabile che resti così per sempre, senza muoversi, anzi, salda nella sua gengiva. Oltre alla base ha resistito, all’angolo interiore, anche una specie di stalagmite appuntita che mi ferisce la lingua quando mangio o vado a verificare il vuoto che si è creato tra il primo e il terzo molare (conosciuto come dente del giudizio).

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Robert Walser, in una delle Sei piccole storie, racconta di un poeta talmente affezionato allo spazio della sua stanza che trascorreva l’intera giornata seduto nella sua poltrona a contemplare le pareti. Un giorno aveva tolto i quadri per guardare meglio le macchie. Non era né triste né allegro, fantasticava. Aveva trascorso tre mesi in quella chiusura e quando stava per cominciare il quarto mese non era più capace di alzarsi. Un giorno un suo amico, anche lui poeta, era andato a trovarlo, ma varcata la soglia era rimasto anche lui intrappolato in quella stanza. Poi era arrivato un altro scrittore e anche lui era rimasto intrappolato, poi un altro ancora e così via. Non si trattava di un contagio, ma chiunque arrivava per chiedere notizie del primo poeta, rimaneva bloccato in quella stanza. Ora, racconta Walser, sono sette gli scrittori chiusi lì dentro. Fuori nevica e loro stanno lì, al chiuso, incollati ai loro sedili.

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Una bambina nasce senza l’abbraccio della madre e senza il sostegno del padre. Una donna muore senza un funerale e non è chiaro dove sia andata a finire la salma. Alla televisione c’è un concerto senza pubblico. Un’infermiera si addormenta su una tastiera dopo molte ore di lavoro. Un netturbino solitario si aggira con una mascherina in bocca. Abbracciarsi sarà un problema. Un operaio fa il turno di notte. Un corridoio pieno di malati di Covid-19 in quarantena. Non si capisce se bisogna chiamarla guerra o no. Un virologo dice la sua, una virologa dice anche lei la sua. Sui balconi la gente canta e si riprende con le telecamere dei telefonini. Due migranti giocano a tirarsi il pallone, uno lontano dall’altro. Molti fanno ginnastica. Un piccolo orso prova a scavalcare un balcone. Sul Lungotevere deserto una mamma anatra e i suoi anatroccoli camminano come se niente fosse. Un signore con gli occhi a mandorla si becca un pugno sul naso in un supermercato, perché scambiato per un cinese. Io mi alzo presto, anche il vicino di casa si alza presto, sento quando apre le finestre. Alcuni dicono che passata la pestilenza verrà un tempo migliore. Mio figlio sale e scende centinaia di volte le scale per tenersi in forma. Covid e Corona, così sono stati chiamati due gemelli nati in questo periodo; a un altro nascituro, invece, l’hanno chiamato Sanitiser, ossia Disinfettante. Mi dà molto fastidio un dente, ne ho già parlato. Mia madre anziana sta bene, mio padre, invece, è morto venti anni fa. Esiste l’ordine naturale delle cose? E gli angeli, i cherubini e tutti i volatili che non vediamo, esistono? Il digiuno esiste e anche la finzione. Avere tutto questo tempo a disposizione, piombatoci addosso da un giorno all’altro, non so mica se ci fa bene, a me disorienta parecchio. Una nonnetta viene portata via da un ricovero. In televisione è pieno di infermieri con gli scafandri. C’è un provvedimento della Protezione Civile e un’altra nonnetta (o forse è un nonnetto?) che la Croce Rossa porta via da un altro ricovero. Distanziamento fisico, non sociale, sottolineano alla radio. Tra un po’ arriverà un altro decreto. Il primo italiano morto di coronavirus si chiama Adriano Trevisan. Tutti parlano e hanno opinioni su tutto. Viviamo, senza renderci conto, narcotizzati d’informazioni. Ho un amico balbuziente, chissà come se la passa in questo periodo. Sembra che il primo morto di coronavirus, Adriano Trevisan, non sia morto per coronavirus. Io in questo periodo non mi sono mai misurato la febbre. Un mio amico, mi racconta, se la misura tutti i giorni, la febbre. Sta arrivando la fase due, anzi, siamo sulla soglia. Tolstoj è stato uno dei primi a usare la macchina da scrivere.

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