Alberto Cellotto – Abbiamo fatto una gran perdita

Un personaggio alla ricerca della semplicità

di Franca Cavagnoli

Alberto Cellotto
ABBIAMO FATTO UNA GRAN PERDITA
pp. 102, 12,5 €
Oèdipus, Salerno 2018

In una lettera, se scritta a mano, si scorge meglio la distanza fra le parole, si vede se un vuoto fra i segni sulla pagina è irrequieto, nervoso, o se è il frutto una improvvisa pacificazione dentro di sé per ciò che si sta scrivendo. In una lettera poi si avverte meglio “il fastidio dei rapporti umani” e “il prurito della memoria”. È questo che spinge Martino Dossi, il protagonista di Abbiamo fatto una gran perdita di Alberto Cellotto, a leggere lettere ma anche a scriverne – una quarantina fra il 27 settembre e l’11 ottobre 2014 – quando, dopo aver perso il posto di lavoro, o dopo essersi forse lasciato licenziare, parte da Treviso per l’unica vera vacanza solitaria della sua vita, intraprendendo un viaggio in giro per l’Italia “per provare a capire se si può ritrovare il ricordo di un posto”. Tutte lettere che mai spedirà, perché gli è troppo d’intralcio comprare buste e cercare francobolli. Molto gli è d’intralcio, comunque, dal momento che Martino è insofferente, che manifesta ipersensibilità allergica nei confronti di varie sostanze: le email, “letterine che ingolfano le dita e il cuore a ogni ora del giorno” e tolgono ossigeno che può servire per occuparsi di altro; lo sfogo verbale, quel vuotare il sacco che lui considera come la forma ultima di malafede; i dialoghi, perché “chi l’ha detto che un dialogo produce dei cambiamenti tra i dialoganti?”. Portandosi in corpo tanti aguzzini, non è difficile immaginare come Martino possa non finire, a quarant’anni, a “essere attorcigliato tra dire e non voler dire più nulla”. L’epistola – strumento di comunicazione “uno a uno” – gli appare dunque come l’unico mezzo per riannodare rapporti via via che affiorano dal passato. Non essendo per nulla camaleontico, Martino riesce a essere se stesso con tutti e a non cambiare a seconda dell’interlocutore, e con tutti è generoso: ma se dà molto, molto anche esige, con quel suo pressante interrogarsi e interrogare, sulla vita e su questioni esistenziali, sia le amiche che gli amici, ma anche conoscenti e vicini di casa.

Nella Lettera del giovane lavoratore, che Cellotto sceglie come epigrafe del suo romanzo d’esordio, Rilke scrive: “Io non so cominciare”. Sebbene cominciare qualcosa sia a volte un atto di sconcertante violenza, questo breve romanzo epistolare è in realtà composto da una quarantina di inizi: inizi di storie che, nel volgere di pochissime pagine, raccontano molto – del destinatario di ciascuna lettera, e soprattutto di chi la scrive –, ma lo fanno per indizi, sottraendosi alla narrazione piana, a voce distesa. In una delle sue missive il protagonista dice apertamente che il suo desiderio nella vita è che non accada nulla: “Nessuna trama e nessun trauma, nessun personaggio, fatto o dialogo”. Martino non vuole avvincere né convincere, ma la sua storia, che si profila precisa lettera dopo lettera, tappa dopo tappa di questo giro dalla “sterminata pianura” agli Appennini e da lì al mare, non è priva di trama – fili di storie si intrecciano stretti se si va a guardare dietro, nell’ordito della sua vita – e senz’altro non è priva di trauma. È, anzi, singolarmente scandita da una successione di piccoli traumi quotidiani fatti di relazioni interrotte senza appello, che riaffiorano in superficie come fiumi di fastidio a distanza di anni – “un fastidio che si cementa e diventa mastodontico” – e finiscono tutti insieme ad avvelenare il cuore. Quello di Cellotto è un libro con al centro un personaggio allo stremo, su cui gravano stanchezze grandi e stanchezze minute. Stanco soprattutto di un mondo simile a un mazzo di carte, che più lo si mescola, più rimane lo stesso, in cui il rischio che si corre è che il mazzo, come riflette Martino, venga tagliato appena sopra o appena sotto di noi, non dal caso o dal destino, ma da “quella fissità ottundente che sono sicuro ci ha bloccati in queste vite, a ripetere una parte che abbiamo finto di improvvisare”. Un uomo che desidera soltanto la semplicità di una bici bianca con la dinamo, ma è rimasto invischiato in una vita in cui si è persa ogni autenticità. Un personaggio a cui viene la nausea a “sentir parlare del voi e del noi”, perché l’Umanesimo non fa più per noi negli anni Dieci del nuovo secolo: “Uno è uno e sempre uno” e quello che Martino può fare è afferrare quest’uno e sfregarlo come una pietra focaia “affinché incendi quel pezzo di prato già arido” dove resiste la volontà di vivere.

Abbiamo fatto una gran perdita è un libro in cui bisogna starci dentro per un po’. Limitarsi ad attraversarlo sarebbe davvero una gran perdita. Richiama una lettura assorta, dai tempi lenti, inframmezzata da lunghe pause, come si fa con la poesia. E la poesia è ciò a cui Cellotto più si è dedicato, a partire da Vicine scadenze (2004), Grave (2008) e Pertiche (2012) fino a Traviso (2014), le raccolte di liriche pubblicate prima di approdare al romanzo. È un’opera narrativa scarna – “perché la ridondanza non è certo un valore” – che ha la densità della poesia, scritta in una lingua che tra un salto di registro e un rigurgito di ombrosità raggiunge profondità inaspettate, che sfidano intellettualmente ed emotivamente chi legge. E dove la quiete di una riga è d’improvviso increspata da un verso, quando “le spie delle nuvole s’avviano verso ottobre” o dai finestrini interminabili dell’interregionale sotto un cavalcavia si vede di colpo “la mezza luna piena e la pena”. E tra una riga e l’altra si ha l’impressione di scorgere i segni di calco di penna delle lettere che Martino Dossi ha scelto di stracciare.