Antonio Scurati – M. L’uomo della provvidenza

Nell’alba livida di un mondo nuovo

di Matteo Fontanone

Antonio Scurati
M.
L’uomo della provvidenza
pp. 645, € 23,
Bompiani, Milano 2020

Con il primo capitolo del suo affresco in quattro puntate sul ventennio fascista, pubblicato tre anni fa e vincitore del Premio Strega nel 2019, Antonio Scurati si era preso un rischio non da poco. Certo, ormai dall’inizio della dittatura ci separa quasi un secolo, dalla sua conclusione più di settant’anni, ma il pensiero fascista è viscoso e proteiforme, è sopravvissuto senza affanni alla fine del regime e ancora oggi continua a inquinare la nostra vita civile. In un contesto come il nostro, dove il dibattito pubblico è polarizzato e il tempo che passa rischia di lasciare spazio a pericolosi revisionismi, annunciare l’uscita di una tetralogia di romanzi sul fascismo poteva rappresentare quantomeno una mossa delicata. Scurati, invece, era riuscito a raccontare l’ascesa del futuro Duce da un punto di vista inedito, quello di Mussolini, senza per questo attivare nel lettore meccanismi di immedesimazione o empatia. Non si assisteva quindi alla gloriosa epopea dei fasci di combattimento, quanto piuttosto al suo contrario: la tetra marcia funebre dello stato democratico, l’impotenza dei comunisti che poco prima sembravano a un passo dalla rivoluzione, la scarsa reattività dei socialisti e la mollezza dei parlamentari di fronte a quella violenza straripante e inedita. Rovesciando il trionfalismo nella tragedia, ogni scatto in avanti verso la dittatura veniva filtrato da un sentimento d’angoscia e soprattutto d’inevitabilità, quasi a suggerire un’interpretazione teleologica dei processi storici: la crescita del consenso di Mussolini, i primi successi elettorali, il progressivo e velocissimo smantellamento delle organizzazioni rosse nelle campagne, l’incistarsi del germe fascista negli ingranaggi statali e infine la conquista del potere. Se non era riuscita a fallire nemmeno una trovata farsesca come la marcia su Roma, pareva suggerire Scurati, allora non esisteva possibilità di salvezza.

Per il secondo tassello del suo ciclo narrativo, l’autore sembra aver scelto di semplificare le cose. Scurati mette da parte quell’anti-epica che scandiva il ritmo nel Figlio del secolo e abbandona la palette di toni cupi con cui ha raccontato l’avvento del fascismo: ormai non servono più. L’uomo della provvidenza attraversa il periodo dal 1925 al 1932, gli anni di stabilizzazione della dittatura. Ora il nemico è battuto, in fuga, persino ridicolo. Matteotti è morto e il suo assassinio perdonato dal re, le opposizioni sono sparite, gli ultimi irriducibili nemici del fascismo si nascondono in qualche soffitta parigina consapevoli dell’impossibilità di qualsiasi reazione. Certo, il Duce è vittima di continui attentati, ma sono azioni sporadiche messe in campo da cellule solitarie, e poi falliscono tutte: è la fase del pensiero magico, della santità, della divinizzazione del corpo, dell’uomo solo al comando guardato con ammirazione da tutto il mondo. A leggere adesso gli stralci enfatici, i titoli roboanti dei giornali stranieri e le dichiarazioni di personaggi insospettabili che Scurati riporta negli apparati di note a corredo di ogni capitolo, è impossibile non provare un certo imbarazzato stupore. All’alba livida di questo mondo nuovo, insomma, le ultime vestigia di una democrazia fasulla si possono picconare senza enfasi, nel torpore di una normale giornata di lavori parlamentari: dai banchi non si alza una sola voce di dissenso.

È per questo, forse, che rispetto al primo M Scurati ha ulteriormente sfrondato il linguaggio, spogliandolo di orpelli, curve e virtuosismi a favore di un incedere più piano e lineare. Ancora di più che nel primo libro, qui la scrittura è legata a doppio filo alle fonti, tanto che il romanzo ci si presenta quasi come una metabolizzazione letteraria dei moltissimi documenti su cui l’autore si è appoggiato per la ricerca storica: note riservate della polizia, carteggi privati tra gerarchi e tra Mussolini e i suoi uomini più vicini, relazioni, rapporti, interventi parlamentari, dispacci e verbali dettagliati di riunioni. Al di là della sempre apprezzata sensazione di spiare la stanza dei bottoni dal buco della serratura, è chiarissimo l’indirizzo dell’operazione di Scurati, che ricostruisce il primo spicchio dell’era fascista da una prospettiva filologicamente inappuntabile e allo stesso tempo interna al regime. Uno sguardo, questo, che gli permette di aggirare in automatico i giochi di specchi, il fumo negli occhi e le esaltazioni della propaganda di quegli anni, e insieme gli consente di mettere in luce le miserie, la mediocrità e il piccolo cabotaggio dell’apparato di vertice fascista senza ricorrere a prese di posizione o giudizi personali. A rivelare la bassezza del regime ci pensa il regime stesso, mostrandosi al lettore per quello che è stato davvero nel chiuso delle stanze dei palazzi, al riparo dal clamore della folla: uno scontro feroce tra gerarchi, una lotta tra uomini di bassa levatura che si accapigliano per conservare la propria influenza, una banalissima e squallida rissa tra correnti di partito. Poco più in là, sullo sfondo, il silenzio-assenso dei Savoia, la costruzione diplomatica dei Patti lateranensi e la battaglia a perdere contro l’inflazione della lira.

Una delle linee percorse più a fondo nell’Uomo della provvidenza è proprio la graduale repressione della dialettica interna al fascismo. Assistiamo quindi al faticoso impegno del Duce per svuotare gli organi di potere – e nella fattispecie il Gran consiglio del fascismo – dalle loro funzioni, affiancato dal fratello Arnaldo e dal fedele segretario del Pnf Augusto Turati. Nell’occhio del ciclone finiscono le ingerenze di Roberto Farinacci, il ras di Cremona che non riesce a moderare i propri vizi da squadrista nemmeno quando il fascismo ha la pretesa di istituzionalizzarsi, e soprattutto la “Tangentopoli” di Giampaoli e Belloni, rispettivamente podestà e segretario federale di Milano, che per anni si arricchiscono con un sistema di mazzette e appalti pubblici. In qualche modo Mussolini riesce ad addomesticare il primo e a insabbiare i secondi, ma la consapevolezza dell’inaffidabilità del materiale umano che lui stesso ha innalzato lo porta ad accelerare sempre di più il suo processo di accentramento ed esclusione: così come pochi anni prima era di troppo la democrazia, adesso è di troppo il partito.

L’altro fuoco del libro, ancora più centrale nell’ottica del rinnovato interesse per gli studi postcoloniali, è il consolidamento dei territori italiani in Libia, uno dei fiori all’occhiello della propaganda fascista e quindi, al contrario, uno dei momenti più atroci e disumani nella storia d’Italia. Il protagonista della riconquista del Fezzan e della Cirenaica è Rodolfo Graziani, i cui diari ci restituiscono un personaggio da feuilleton se solo non fosse capace delle peggiori barbarie. Dietro alla lente deformante dell’esotismo, la terra mitica raccontata dai giornali e dalla radio dell’epoca non è altro che un deserto roccioso e privo di vita, le magnificate oasi sahariane dei poveri villaggi in preda alla fame e alla malaria; i ribelli vengono piegati soltanto grazie all’uso di armi chimiche illegali, e nell’altopiano del Gebel la popolazione libica viene deportata, imprigionata nei campi di concentramento e lì abbandonata alla morte.

In molti hanno definito questo secondo capitolo della serie un romanzo storico fin troppo didascalico e dipendente dalle fonti, poco pirotecnico, privo di un’impronta autoriale alta. Come al solito, l’equivoco sta negli intenti: sembra evidente, ormai, che i libri di M non siano certo pensati per un sofisticato pubblico d’élite, ma al contrario ambiscano a raggiungere una platea varia e allargata. Non sempre orizzontalità è sinonimo di semplificazione, insomma, e non sempre un approccio informativo dev’essere visto come limitante: in un paese che ancora non conosce la sua storia, o che nel peggiore dei casi ha preferito dimenticarla in fretta, libri come questo conservano intatta una delle funzioni primarie e più ingiustamente sottovalutate della letteratura, l’utilità.

matteo.fontanone@gmail.com

M. Fontanone è italianista e consulente editoriale