Bernardo Atxaga – Obabakoak

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recensione di Mauro Maraschi

Bernardo Atxaga
Obabakoak
pp. 442, € 19
21lettere, 2020

La prima informazione nella quale ci si imbatte parlando di Bernardo Atxaga è che si tratta del più importante autore basco vivente. E basta leggere le prime pagine di Obabakoak (1988), già dato alle stampe da Einaudi nel 1991 e appena riproposto da 21lettere, per avere la certezza di trovarsi di fronte a uno scrittore completo, con un immaginario originale e una prosa cesellata nella convinzione che “la prima regola di un linguaggio letterario sia quella di non infastidire”. Inevitabilmente, però, un attimo dopo, è necessario fare un passo indietro: cosa significa essere l’autore più importante tra quelli che scrivono in un idioma parlato come lingua madre da 500.000 persone? Significa tanto, soprattutto se quella lingua ha un forte valore identitario ed è stata oggetto di persecuzione da parte del regime di Franco per quasi quarant’anni. Ma ridurre Atxaga a un preservatore dell’euskera sarebbe un’ingiustizia. È vero che lui stesso (in due pezzi di Obabakoak) analizza l’atipicità della propria condizione, quella di un autore che ha potuto attingere a una magra tradizione letteraria: “Guardavamo nel nostro fagottino e non vi trovavamo che cinque o dieci libri scritti nella lingua in cui pretendevamo scrivere. […] a ventitré anni avevo già finito di leggere tutta la letteratura basca che il dittatore non era riuscito a bruciare”. Al contempo, queste e altre riflessioni linguistiche forniscono una chiave di lettura fondamentale dei contenuti: “Tutte le lingue e i linguaggi comuni esistenti nel mondo hanno fra loro rapporti e affinità. Ma il basco è unico e diverso da qualsiasi altra lingua. Da ciò dipende la sua solitudine”; ed ecco che in Obabakoak la solitudine della lingua è tutt’uno con la solitudine degli individui che ne popolano le pagine: nessuna delle due esiste soltanto per rappresentare l’altra, ma entrambe fanno parte di un discorso sull’isolamento nel quale lingua e identità sono la stessa cosa.

Già il protagonista del primo racconto, Esteban Werfell, è animato essenzialmente dal desiderio di appartarsi per ricordare: “quando i giovani parlavano del passato, in realtà parlavano del futuro, […] di quello che chiedevano alla vita. Inoltre, non lo facevano mai in solitudine, come lo faceva lui”. Quindi, in Lettera del canonico Lizardi, una voce narrante isolata racconta il magico e infausto destino di un giovane altrettanto ramingo: “v’è più d’una ragione per credere che, proprio allora, quando camminava in perfetta solitudine fra gli alberi e le felci, si sentisse finalmente felice”. E ancora, in Post tenebras spero lucem la costante dell’isolamento viene incarnata da una giovane insegnante che non riesce a integrarsi nella provincia in cui si è trasferita e finisce per cercare calore umano nel posto più sbagliato. E così anche dopo, in Hans Menscher ma quasi ovunque, ci imbatteremo in numerose variazioni sul tema.

Obabakoak (Spanish Edition) eBook: Atxaga, Bernardo: Amazon.it: Kindle StoreMa attenzione, perché se i primi tre episodi di Obabakoak sembrano racconti autonomi al confine tra realismo magico e mistero alla Poe, conclusa la prima sezione (con due brevi pezzi gemellati e lievemente più sperimentali) Atxaga cambia le regole del gioco, svelando la vera natura della sua raccolta, ovvero quella di un tributo alla forma racconto, e giocando sempre di più con la sospensione dell’incredulità. Non a caso, già a metà dell’opera, l’autore sente il bisogno di ricorrere a un espediente che controbilanci i giochi metaletterari e tenga ancorate le sue storie alla realtà: “non rientra nelle consuetudini di uno scrittore l’essere partecipe o testimone di storie degne di venir raccontate, ed è forse per questo motivo che chi scrive deve ingegnarsi tanto per inventarle. Ciononostante, una volta tanto la legge non verrà rispettata. L’autore ricaverà i materiali narrativi proprio dalla sua realtà. Non si comporterà, dunque, come scrittore, ma unicamente — rima a parte, è diverso — come trascrittore”.
A questa riflessione su limiti e legittimità della voce narrante, e sul racconto inteso come apoteosi dell’artificio, si contrappone però una giocosa dichiarazione poetica che sposta di nuovo l’ago della bilancia: “E la metaletteratura?” / “Si tratta di questo: noi scrittori non creiamo nulla di nuovo, tutti scriviamo una stessa storia. Come si suol dire, tutte le belle storie sono già state scritte, e se non sono state scritte, vuol dire che erano brutte […]”. / “Allora, perché scrivere? Se tutte le belle storie sono già state scritte…” / “Perché, come dice qualcuno che non ricordo, l’uomo dimentica. E noi, i nuovi scrittori, glielo ricordiamo. E questo è tutto”.

Atxaga, insomma, non si stanca mai di confondere le acque. Eppure, lungi dall’essere un distruttore di storie (quale si considerava Bernhard), mira piuttosto a divertire il lettore tenendolo in bilico tra coinvolgimento e astrazione, anche grazie a una buona costruzione delle storie e a una serie di intuizioni semplici quanto ben collocate. Inoltre, Axtaga eccelle nella caratterizzazione dei personaggi, come dimostra il vivido confronto tra la strana coppia di Post tenebras spero lucem, una maestra e un alunno dalle voci ben distinte e coinvolti in un dialogo più che verosimile. Per questo e altri motivi non si fatica a immaginare Atxaga come un moderno e abile cantastorie, né stupisce venire a conoscenza della forte componente orale della letteratura basca. Per la cronaca, Obabakoak significa “le storie di Obaba”, la località di fantasia che dovrebbe ospitare tutte le vicende raccontate (anche se altrettanto ricorrente è la città di Amburgo, dove l’autore ha vissuto): Obaba si presenta fedele a quello stereotipo del villaggio chiuso e superstizioso tipico di tanta letteratura ispanofona, con personaggi che danno fin troppa importanza alla normalità (“Non mi preoccupa che ti frullino in capo delle stramberie, quello che mi preoccupa è che siano sempre le stesse”) e alla reputazione (“ormai non osava tornare a casa da scuola per la solita strada, ma — per evitare gli sguardi della gente — copriva quella distanza facendo un largo giro”). E Obabakoak, in tal senso, si pone come un campionario di mitologie e memorie che potrebbero dar vita a un romanzo collettivo e frammentato. Ma nonostante nel 2020 «The Guardian» l’abbia inserito tra i dieci migliori “romanzi” ambientati in Spagna, e nonostante sia stato definito un “romanzo di racconti”, Obabakoak non è un romanzo. Certo, non è nemmeno una comune raccolta di racconti autoconclusivi, dal momento che a partire dalla terza sezione rivela la sua natura di collazione operata da un personaggio, ma non si può comunque considerare un romanzo.

Come osservato da Giorgia Esposito, uno degli intenti di Atxaga sembra essere quello di “fondare il canone della letteratura basca” e di farlo a tutti costi, anche basandosi sul plagio, “non in virtù di un disegno machiavellico di nazionalistica ispirazione, bensì come atto d’amore diretto ai giovani scrittori baschi affinché possano attingere ‘a un numero di libri sufficiente a creare un costume, un linguaggio letterario’”. E in effetti Obabakoak è un luogo di frequenti déjà-vù letterari, che però mai, in nessun momento, concorrono all’impressione di un approccio meramente epigonico: eludendo il ricorso alle citazioni esplicite, ma allo stesso tempo riportando le trame di racconti celebri, Atxaga crea un immaginario narrativo e linguistico coerente a sé stesso, sempre piacevole e misurato. Ma, di nuovo, l’intento principale di Atxaga rimane quello di intrattenere, come dichiara indirettamente lui stesso nel brillante Breve esposizione sul metodo per plagiare bene: “In altri termini, bisogna scegliere racconti o romanzi il cui soggetto possa riassumersi in un certo numero di fatti o di azioni. Per questo motivo, a un plagiario non converrà mai scegliere modelli come Robbe-Grillet o Faulkner, perché nelle opere di questi autori ciò che meno conta è la “storia”. Sono invece raccomandabili scrittori come Saki, Buzzati, o Hemingway. In genere, più antico sarà il modello scelto, meglio sarà per il plagiario; possono essere utili moltissimi racconti di una raccolta delle Mille e una notte, ma non uno solo di un’antologia d’avanguardia”. E infatti le Mille e una notte appare presto come un modello strutturale di riferimento, nonostante venga presto contaminato da un piglio postmodernista; un amore, quello per i racconti di Sherazade, condiviso con Borges, che genera tributi come Il servo del ricco mercante e la versione alternativa Dayoub, il servo del ricco mercante.

In tutto questo, per quanto sia importante dal punto di vista storicopolitico, e per l’esperienza personale dell’autore, la questione linguistica dell’euskera passa in secondo piano di fronte alla bellezza del testo, che leggiamo nell’ispirata e pulsante traduzione di Sonia Piloto Di Castri. Lascia invece spaesati l’insolito destino editoriale riservato a certi autori di indubbio valore, eppure presenti a intermittenza sugli scaffali delle librerie italiane: dopo l’apparizione di Obabakoak presso Einaudi nel 1991, Atxaga era stato infatti nuovamente ospitato dall’editore torinese con Il libro di mio fratello (Soinujolearen semea, 2003, vincitore tra l’altro del premio Mondello) nonché pubblicato nel corso degli anni da Giunti, nottetempo, Passigli e Salani, eppure a oggi è quasi tutto fuori catalogo. Un plauso, allora, alla giovane e promettente casa editrice 21lettere per aver riproposto quello è considerato uno dei suoi capolavori e per essersi impegnata affinché Atxaga ritrovasse la meritata visibilità.

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