Luciano Bianciardi – Il cattivo profeta

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di Giovanna Lo Presti

Luciano Biancardi
IL CATTIVO PROFETA
pp. 1482, € 62
Il Saggiatore, Milano, 2018

Il Saggiatore ripropone, a cura di Luciana Bianciardi e con una prefazione di Matteo Marchesini, tutta l’opera narrativa e saggistica  di Luciano Bianciardi, alla quale si aggiungono i diari del periodo compreso tra il 1939 e il 1946. Il volume, formato dizionario (1482 pagine), se non soddisfa il senso estetico del lettore, dà però la possibilità di immergersi nel complesso universo di Bianciardi. Della produzione dello scrittore toscano mancano soltanto gli articoli di giornale, che, da soli, richiederebbero un altro volume di analoghe dimensioni; chi si si appassionasse all’ autore potrà comunque trovare le collaborazioni giornalistiche di Bianciardi nel secondo volume delle Opere complete, apparso nel 2008 per i tipi delle Edizioni ISBN, con la significativa dicitura “Antimeridiano”, quasi a ricordare l’impossibilità, per un ribelle della statura di Bianciardi, di essere canonizzato post mortem. Passiamo al titolo: “Il cattivo profeta”, una citazione tratta dal romanzo La battaglia soda, uno dei romanzi del filone risorgimentale, momento della storia patria che l’anarchico Bianciardi amava sopra tutti gli altri e che gli ispirò alcune delle sue pagine più sovversive: “Eccovi un piccolo esempio di ciò che l’Italia potrebbe essere [..] e non sarà. Voglia il cielo ch’io sia cattivo profeta…”. Sulla copertina campeggia la rielaborazione grafica di una famosa fotografia in cui Bianciardi appare con una benda sull’occhio – souvenir di un viaggio in Israele che Luciano fece nel 1967, al seguito dell’amico Gianni Corsolini, direttore sportivo di una squadra di pallacanestro. Di tale viaggio restano due testimonianze: la foto con la benda e l’articolo “Canestri in Terrasanta”, pubblicato nel maggio del 1969 sulla rivista Kent, una di quelle “riviste per uomini”, fatte di carta patinata, foto porno-soft e articoli di buona levatura, su cui Bianciardi non disdegnava di scrivere. Aveva invece rifiutato una collaborazione al Corriere offertagli da Montanelli in seguito al successo de La vita agra – remunerata, per giunta, a trecentomila lire al mese, che poco non era. Bene, lo stato di Israele non era piaciuto granché a Luciano – l’articolo su Kent è caustico, zeppo di provocazioni verbali: “Signor Luciano, perché lei cammina così piano?” – gli chiede Esther, la guida israeliana -”Ma perché siamo a Gerusalemme.” “E allora?” “A Gerusalemme si cammina lemme lemme. E anche a Betlemme. Sempre lemme lemme.” “Ma lei mi prende in giro!” “Non è vero. È contenta, cara Ester di vivere qui in Palestina?” “Vivere dove?” “In Palestina.” “Cosa è la Palestina?” “È qui dove siamo noi.” “Guardi che noi diciamo Israele.”  “Ma davvero? A scuola mi avevano insegnato in un altro modo.” “Cioè?” “A dire Palestina. O anche Terra Santa.” “Ma lei mi prende in giro!”

Insomma, dal viaggio in Terra Santa Bianciardi non era tornato convinto delle ragioni degli israeliani e così, a Rapallo dove in quel momento abitava, andò in giro per un po’ di tempo con la benda sull’occhio alla Moshe Dayan, a mo’ di sfottò. È una bella foto, quella con la benda sull’occhio, anche se non si conosce l’antecedente del viaggio in Palestina e si interpreta la benda come benda da pirata. Sulla copertina la si vede in una rielaborazione grafica, in cui l’immagine risulta composta da minuscoli quadretti-tasti, ciascuno con una lettera od un numero. Ciò  toglie bellezza ma aggiunge un dato di verità: ci ricorda la presenza ossessiva della macchina da scrivere nella vita di Bianciardi, infaticabile traduttore – venti pagine al giorno “volgarizzate” da Faulkner, Conrad, Huxley e tanti altri. Sopra tutti spicca l’amato Henry Miller, il “Molinari Enrico di New York” della Vita agra.
Alle opere di Bianciardi è anteposta un’introduzione di Matteo Marchesini, intitolata Gaddiano e classicista. Un ritratto di Luciano Bianciardi. Il cuore della prefazione di Marchesini sta appunto nel concetto ossimorico di “gaddismo classicista” applicato alla scrittura di Bianciardi: una scrittura limpida, che pure non rifugge da più d’una allusiva oscurità, colta ed insieme popolare, soprattutto iper-letteraria ed iper-concreta (una volta tanto vale la pena di usare i superlativi).

Bianciardi appartiene a quella felice schiera di scrittori in cui la citazione ed il rimando colto non sono mai gratuiti ma una parte di quella ideale “tastiera della sensibilità contemporanea” che lo scrittore suona per esprimere compiutamente l’indifferenza e la disubbidienza, lo spleen e il “rompimento di palle”. In una ben nota pagina della Vita agra Luciano afferma:  “Farò squillare come ottoni gli aoristi, zampognare come fagotti gli imperfetti, pagine e pagine di avoivoevo da far scendere il latte alle ginocchia, svariare i presenti dal gemito del flauto al trillo del violino alla pasta densa del violoncello, tuonar come grancasse e timpani i futuri pieni di speranza”.  È ben riconoscibile il Gadda del Castello di Udine: «Sarò il poeta del bene e della virtù, e il famiglio dell’ideale: ma farò sentirvi grugnire il porco nel braco: messi il grifo e le zampe dentro e sotto il cumulo della gianda, dirà la sua cupida e sensual fame con le vèntole balbe degli orecchi e immane gaudio di tutto il cilindro del corpo. […]  e tutto saravvi: pomposi fùnebri, orazioni bellissime, atti inimitabili, suspir, lacrime, intenerimenti e indurimenti alterni”.  Che il gaddismo di Bianciardi esista è confermato dallo scrittore stesso, che il 13 settembre del 1971 (morirà il 14 novembre dello stesso anno) rispondeva ad una lettera di Enzo Tortora sulle pagine de Il guerin sportivo. Tortora andava per le spicce: “Chi diavolo sei, Bianciardi Luciano? L’uomo della Vita agra o un cinico Tito Livio dei nostri lunedì?”. E poi: il calcio ti appassiona o fai finta? Per chi scrivi? Che maestri hai? E, per finire, di quale “sinistra” sei? Quanto alla posizione politica, la risposta di Bianciardi è laconica: tutti ormai sono di sinistra, dai cattolici agli extraparlamentari, infelice neologismo che sta quasi “a significare che si sono prenotati un posto in parlamento per l’indomani”. Ma lui, Luciano, è anarchico e vuole “una società basata sul consenso e non sull’autorità”.

Sui maestri Bianciardi Luciano risponde più diffusamente: “I miei maestri si chiamano così: Giovanni Verga, catanese. Seguo invano le sue tracce da quando avevo diciotto anni. Carlo Emilio Gadda, milanese come te e come me, (nota di chi scrive – Tortora era di Genova e Bianciardi di Grosseto) tuttora insuperato. Henry Miller, detto anche Enrico Molinari, da New York, che ebbi la fortuna di tradurre e di conoscere personalmente”. Ce n’è a sufficienza per accettare la definizione di “classicismo gaddiano”? Probabilmente sì: in primo luogo poiché trattasi di un ossimoro e l’ossimoro si addice a Luciano più d’ogni altra figura retorica. E poi: la linea di tensione che si crea tra i tre maestri riconosciuti non può che portare ad esiti stilistici estremi. Di per sé, Gadda è un interprete di quello che Ezio Raimondi ha definito “barocco moderno” e Gadda stesso pensava che il barocco non fosse soltanto stilistico ma ontologico: “il barocco e il grottesco albergano già nelle cose, nelle singole trovate di una fenomenologia a noi esterna”.  Qui, la parentela spirituale tra Gadda e Bianciardi si coglie immediatamente: lo sguardo di Bianciardi ha una capacità fuori dal comune nel cogliere il grottesco della Milano del boom economico, piena di “dattilografette vibratrici di gote” a causa dei tacchi a spillo, in cui trionfa il “quartario” (evoluzione malata del “terziario”) in cui l’unico modo per far carriera è quello di “muoversi, scarpinare, scattare e fare polvere, una nube di polvere possibilmente, e poi nascondercisi dentro”, in cui il crescente consumismo annuncia i disastri del mondo che verrà.

Ma in che modo si sovrappone il “classicismo” alla eccezionale capacità di cogliere una realtà disarmonica e proteiforme nella rete di una lingua dai molteplici registri stilistici? Dove rintracciare in Bianciardi la misura classica, dove trovare la via d’uscita da quel self che, come affermava Calvino nelle Lezioni americane è “una combinatoria di esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni” ed anche “un inventario d’oggetti, un campionario di stili”? La misura, il classico in Bianciardi è un’istanza etica fortissima, che sfonda la trama barocca ed approda al grido ribelle. “Io mi oppongo”, questa è la divisa del classicismo di Bianciardi. Un’affermazione netta, che nella Vita agra sancisce la condanna del “balordo” miracolo economico e riporta alla ferita originaria da cui tutto parte, ai quarantatré amici minatori morti nella tragedia della miniera di Ribolla, ed insieme alla impossibilità di far saltare in aria il “torracchione” della Montedison, l’impresa responsabile dell’esplosione nella miniera, alla consapevolezza tragica che “la vita è agra, lassù”, a Milano. C’è del marcio, a Milano, e la necessaria vendetta dei minatori uccisi dall’avidità di profitto si dimostra  impossibile da compiere e si tramuta nella “storia di una solenne incazzatura scritta in prima persona singolare”. L’esergo opportunamente premesso alla sua prefazione da Matteo Marchesini – “per me successo è participio passato del verbo succedere” che sono le parole con cui Bianciardi commentò alla figlia Luciana l’exploit de La vita agra  riporta il clamoroso successo del romanzo alla dimensione etimologica di accadimento e di ultima, paradossale ed insanabile ferita esistenziale per il ribelle. Lo scrittore dice  “L’aggettivo agro sta diventando di moda, lo usano giornalisti e architetti di fama nazionale. Finirà che mi daranno lo stipendio mensile solo per far la parte dell’arrabbiato italiano. Il mondo va così, cioè male. […]Anziché mandarmi via a calci nel culo, come meritavo, mi invitano a casa loro”.

Per Bianciardi il successo è l’inizio della fine, il trionfo della grande macchina capitalista che tutto depotenzia ed ingloba, lo scacco di ogni utopia “disattivistico-copulatoria”, in cui si pratica “un’economia di tipo nuovo, non del baratto ma del donativo”. Si rifugia prima in un romanzo di tema risorgimentale, La battaglia soda, che prepara la via all’ultimo romanzo di Bianciardi, Aprire il fuoco, il cui esordio “Tutto sommato io darei ragione al povero Ponzani…” riecheggia l’incipit de La vita agra: “Tutto sommato io darei ragione all’Adelung…”. Ma qui, nell’ultimo romanzo di Bianciardi, Nesci (nome di fantasia in cui si riconosce Rapallo, luogo in cui lo scrittore si rifugia, allontanandosi da Milano) si confonde con Milano, e le Cinque giornate milanesi del 1848 trasmigrano nel 1959, in una vertiginosa confusione di persone e di situazioni, in un caleidoscopio in cui affiorano, con la forza della profezia affermazioni apodittiche: “Un rivoluzionario adulto occupa innanzitutto […] la Handelsbank, la Kreditbank, persino la Volksbank. […] Lasciate perdere broletti, palazzi del governo e anche le università, ragazzi, pensate alle banche”. Dopo le banche, nel 1848/1959 il rivoluzionario si rivolgerà alla televisione. Niente occupazione delle sedi, però: “No, la televisione va spenta”. Punto e basta- cessare per sempre le trasmissioni. Ed è  nel suo ultimo romanzo ucronico, utopico, disperatamente autobiografico che Bianciardi dice del suo alter ego protagonista del romanzo che non ha l’orecchio assoluto. Invece Bianciardi l’orecchio assoluto ce l’ha, forse non per la musica (sebbene avesse per anni studiato il violoncello), ma per la lo stridore della società in cui vive, di cui percepisce, con precisione estrema, tutte le note false, tutta la banale trivialità di certe melodie,  l’inutile frenesia di certi ritmi. Se ce l’avesse fatta a sopravvivere al successo (agli accadimenti che gli toccarono in sorte) senz’altro, come il protagonista del suo ultimo romanzo, si sarebbe tenuto pronto ad aprire il fuoco. Ma Bianciardi sceglie la via dell’esilio a Nesci-Rapallo: da qui inizia il suo declino, discendente, verso il sonno, verso il sogno, verso la morte. A questo sono dedicate le ultime due pagine di Aprire il fuoco: alla descrizione di un incubo, che si conclude con la morte nel sogno. “E mi venne il sonno, per sempre. O meglio, fino alle sei del mattino…”. “Poi mi svegliai”: è la conclusione dell’articolo “Marines a Rapallo”, citato  da Marchesini nella chiusura della Prefazione. “Poi il sonno è già arrivato e per sei ore non ci sono più” – è l’ultima frase della Vita agra. E infine, andando a ritroso, nei Diari giovanili (luglio 1945): “Ho sempre avuto, a momenti, l’ossessione dell’Io, la noia angosciosa di essere sempre presente a me stesso. Lavoro, mangio, passeggio, mi diverto, ma solo sempre in compagnia di un me stesso che mi gurda, mi sorveglia, e non si stacca mai. Solo nel sonno senza fantasmi mi libero del secondo me stesso: e allora benedico quelle poche ore di vera solitudine”.

Un solitario desideroso di amici fraterni, un intellettuale che stava autenticamente bene con  i minatori, un rivoluzionario vero: questo è stato Luciano Bianciardi. Aveva iniziato la sua parabola intellettuale come direttore della Biblioteca Chelliana di Grosseto; sul “Bibliobus” Luciano, insieme con Carlo Cassola ed il custode della biblioteca (loro guidavano, lui no, perché non aveva la patente) portava i libri a contadini, operai, minatori diventati presto suoi amici. Scrive, con Carlo Cassola, un’inchiesta importante sul lavoro nelle miniere (I minatori della Maremma); quando il libro uscirà da Laterza, nel 1956, si è già concluso drammaticamente, con l’esplosione della miniera di Ribolla nel 1954, quello che Bianciardi considera il periodo migliore della sua vita. Dopo i funerali dei minatori suoi amici, non sa più che fare: “Rimasi quattro giorni nella piana sotto Montemassi, dallo scoppio fino ai funerali, e li vidi tirare su quarantatré morti, tanti fagotti dentro una coperta militare. […] Ai funerali ci saranno state cinquantamila persone  […] E quando le bare furono sotto terra, alla spicciolata se ne andarono via tutti […] Io mi ritrovai solo sugli scalini dello spaccio, che aveva già chiuso, e mi sembrò impossibile che fosse finita, che non ci fosse più niente da fare”. Non sapendo più che fare, lo scrittore abbandona Grosseto, gli amici, la famiglia e se ne va a Milano, per partecipare alla “grossa iniziativa” (il lavoro presso la Feltrinelli), per poter vivere con un nuovo amore, per vendicare, almeno con le parole, almeno con lo stile incendiario, i minatori di Ribolla. Tra il 1954 e il 1971 farà i conti con il “cattivo” miracolo economico e suonerà, articolo dopo articolo, romanzo dopo romanzo, traduzione dopo traduzione  tutta la “tastiera della sensibilità contemporanea”, approdando ai fuochi d’artificio stilistici e narrativi di Aprire il fuoco.

Ma l’uomo, ancorché sempre più triste e spaesato, resterà quello che scrive Nascita di uomini democratici o il racconto Adorno, contemporaneo a La vita agra ma davvero di misura classica, scritto in una lingua pulita, armoniosa, priva di dissonanze, aderente al suo semplice oggetto. E rispunta l’altro maestro, Giovanni Verga, che voleva il linguaggio dello scrittore aderente e come generato dall’oggetto della narrazione. Ma di un mondo inautentico, grottesco, ridicolo non si può parlare che seguendo le orme dell’altro maestro, Carlo Emilio Gadda, che stabiliva il grottesco essere nelle cose, non nello stile adottato per descriverle. Lasciatosi da anni alle spalle il Bibliobus, ritroviamo infine Bianciardi, nel luglio del 1971 (a pochi mesi dalla morte) su un milanese “Tram della cultura”. Il video fa parte degli archivi RAI e vale la pena di cercarlo in rete; intervistato da un giovane Romano Battaglia, Bianciardi sta in equilibrio precario su un tram affollato di intellettuali  (veri e presunti) ed “addobbato” con salami, prosciutti, damigiane. Risponde sarcasticamente al giornalista: “Questa gita in tram conclude una stagione culturale milanese veramente disastrosa, per cui noi non possiamo nemmeno più prendere l’automobile e siamo costretti ad andare in tram”. La parabola è conclusa: lo scrittore, costretto a partecipare ai riti dell’industria culturale, è ormai alla fine di quella “stagione all’inferno” che lo ha costretto a confrontarsi con un’esplosione ancor peggiore di quella avvenuta a Ribolla. Al boom economico, a quella società in cui è assicurata la carriera per chi pesta i piedi e “solleva il polverone”, al trionfo del consumismo l’ottimo profeta che è stato Luciano Bianciardi voleva rispondere con il rifiuto dei bisogni indotti, con il “disattivismo”, con l’immaginazione di  una vita finalmente umana. Per se stesso non ha trovato via diversa da quella dell’abuso di alcool e di barbiturici: ma ha lasciato a tutti l’eredità delle sue opere, scritte non per essere notomizzate dalla critica accademica ma per approdare a lettori sensibili che sappiano cogliere, nell’indubbia qualità della scrittura, il grido di fondo che l’ha generata, quell’ “Io mi oppongo” in cui si raggruma la necessità e l’urgenza del rifiuto di un mondo tanto grottesco quanto disumano.

giovannalp@hotmail.com

G Lo Presti è insegnante e saggista

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