Caleb Azumah Nelson – Mare aperto

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recensione di Maria Festa

Caleb Azumah Nelson
Mare aperto
ed. orig. 2021, trad. dall’inglese di Anna Mioni
pp. 198, € 16
Blu Atlantide, Roma 2021

Il britannico-ghanese Caleb Azumah Nelson è un giovane fotografo residente nel sud-est di Londra che si affaccia sulla scena letteraria con un romanzo dove riproduce i pilastri delle letterature postcoloniali: razzismo, identità, appartenenza, diaspora, trauma, rapporto con la Storia. Il racconto è affidato a strategie narrative che rispecchiano la condizione di trauma del protagonista principale senza nome. La narrazione, frammentata e senza un costante ordine cronologico, è affidata alla voce del protagonista autobiografico, un giovane fotografo londinese di origine ghanese, residente nel sud-est di Londra e che utilizza per lavoro una fotocamera analogica 35 mm: “Voglio documentare le persone, le persone Nere. Secondo me è importante costruire degli archivi.”

Il tempo della narrazione è la fine degli anni dieci del ventunesimo secolo. Il protagonista, in un dialogo con sé stesso che utilizza la seconda persona singolare, allude al passato coloniale (“A volte ti dimentichi che essere te stesso è essere un corpo Nero, e non molto altro”) oltre a menzionare fatti di cronaca che riportano gli atti di violenza perpetrati dalla polizia sui Neri. Le vittime, decedute in seguito al fermo o all’arresto, sono ricordate dal protagonista con il loro nome di battesimo: Stephen, Alton, Michael, Daniel, Walter, Edson e Rashan. Al contrario, i personaggi che interagiscono nella sua sfera privata sono citati con pronomi personali ad evidenziare la loro anonimia all’interno della società bianca occidentale in cui vivono: “Trova un posto che puoi chiamare casa. Questo non va bene. È difficile anche solo esistere, in questo posto […] Spesso non ti danno un nome […] Ma anche se non ti dai un nome o non lo dai alla tua esperienza, rimane lì. Sale in superficie, come il petrolio che galleggia sull’acqua.”

Le ripetizioni sono una peculiarità di Mare Aperto. Il titolo viene ripreso e ripetuto più volte all’interno della narrazione: “Ti sei interrogato sul rapporto che hai con il mare aperto. Ti sei interrogato sul trauma e sul fatto che riesce sempre ad affiorare in superficie, e a galleggiare sull’oceano.” Sintagmi o frasi sono ripetuti all’interno di un racconto frammentato oppure utilizzati in sequenza all’interno di una riflessione, quasi a voler conferire una sorta di ritmo musicale: “ti ricordi che avevate parlato della fede e di Dio e della bellezza (…) Ti ricordi che avevate parlato di religione e di potere e di Nerezza (…) Ti ricordi che il silenzio era gravido di tutto quello che non era stato detto, tutto quello che viene taciuto.”

Sin dal prologo il lettore è inondato da un susseguirsi di ricordi e considerazioni che riportano aneddoti personali, citazioni filosofiche e letterarie (Søren Kierkegaard, James Baldwin, Zadie Smith, Teju Cole, Saidiya Hartman, Chancellor Williams), titoli di film e canzoni (prodotti e scritte da autori di colore), allusioni a eventi storici, notizie di cronaca contemporanea. Ma il risultato finale lascia il lettore, soprattutto il neofita, disorientato e perplesso. È come se Nelson avesse usato il grandangolo per avere un campo di ampiezza maggiore ma avesse invertito la messa a fuoco al momento dello scatto, facendo uscire dalla camera oscura una fotografia sfocata e stipata di immagini/tematiche. 

maria.festa@unito.it

M. Festa è dottoranda in Letterature Anglofone 

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