Dacia Maraini, sei decenni di lavoro di una scrittrice popolare

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La militanza gentile

di Luisa Ricaldone

I termini “felicità” e “forza” contenuti nel titolo del colloquio internazionale che si tenne all’Università di Roma Tre il 3 marzo 2020 – Dacia Maraini la felicità della scrittura la forza della parola. Per un nuovo lessico della letteratura e del teatro, di cui Viella sta per editare gli interventi per la cura di Laura Fortini – sintetizzano gli elementi decisivi del pensiero degli almeno sei decenni di lavoro della scrittrice italiana, che è stata definita la “più popolare e studiata nel mondo”: così una classifica, ricavata da dipartimenti italiani e sparsi nei cinque continenti, elaborata da Enrico Malato. In Alfabeto quotidiano. Le parole di una vita (con Gioconda Marinelli, pp. 124, € 13,50, Marlin, Cava de’ Tirreni, SA 2021), la parola è forza, ritmo, qui piegata alla forma giocosa del ping pong di una quasi intervista, è volo, possibile “intrusione nel mistero dell’arcana sfida al tempo”; e il pensiero dell’autrice va agli “Alfabeti” e agli “Abbecedari” di Mirò, dai quali noi apprendiamo dell’artista – scrive – “più di quanto ci dicano le sue biografie”. Nel dialogo serrato con Gioconda Marinelli, leggibile dall’inizio alla fine o ad apertura del libro, si sfoglia un intero percorso esistenziale, a contatto con leggerezza di suggestioni e autorevolezza di enunciati. Una sorta di zibaldone, di abbecedario della vita (quello della differenza è stato l’Omaggio ad Alice Ceresa edito nel 2020 da nottetempo per la cura di Laura Fortini e Alessandra Pigliaru) in rapida e affabile scrittura, rivolta a tutti e a tutte, perché questo è lo stile di Maraini e insieme una delle chiavi del suo successo: il saper esprimere concetti e idee complesse in modo cordiale e fermo insieme, accattivante e rigoroso. A imporsi è il senso della giustizia (una delle voci più ampie, insieme a cibo e sua mancanza, e donna, e capiremo il perché), l’indignazione per i soprusi e le violenze della nostra contemporaneità, compresi inquinamento e pandemia; lo sguardo privilegia le donne, quell’universo femminile dolente ma sempre combattivo che è stato e ancora è fondamento di riflessione, narrazione, poesia, denuncia e impegno in prima persona della indomita scrittrice.

L’altro volume uscito da poco (Una rivoluzione gentile. Riflessioni su un Paese che cambia, pp. 137, € 15, Rizzoli, Milano 2021) raccoglie una scelta di articoli scritti negli ultimi sei anni per il “Corriere della Sera” (la maggior parte) e per “La Stampa”: la rivoluzione gentile cui il titolo si riferisce riguarda “un cambiamento basilare del comune sentire e del comune agire” che avvenga pacificamente – il femminismo, unica rivoluzione del secolo scorso effettuata senza spargimento di sangue né violenze collettive, ne è esempio luminoso – dal momento che “tutte le grandi metamorfosi sociali partono da conquiste di nuove visioni che pretendono nuovi valori e nuove regole”. Le guerre, che contrastano quelle conquiste, si possono abolire, come storicamente fu abolita la schiavitù; a questo fine occorre guardare oltre la storia raccontata dai vincitori e dare spazio alla conoscenza dei “sommovimenti utopistici che hanno preceduto le trasformazioni (…) e i valori che piano piano hanno interessato il comune sentire di intere popolazioni”. Capace di intuire le direzioni e le derive della nostra società, di vagliarne le componenti e analizzarne il senso, Maraini ci consegna in queste pagine l’invito, che tutti e tutte dovremmo accogliere, ad amplificare le voci pubbliche che esprimono idee. Un pensiero che nella odierna povertà intellettuale della politica sembra latitare; come anche del tutto trascurato è il settore scolastico, al quale Maraini, quasi vox clamans in deserto, dedica il volume La scuola ci salverà (pp. 224, € 15, Solferino, Milano 2021): “le scuole sono abbandonate a loro stesse” – dice nell’intervista rilasciata a Laura Marzi per l’inserto di “il Manifesto”, Il sesso forte (29 dicembre 2021). “Le ultime riforme si sono basate su tagli e semplificazioni”; la scuola va “risacralizzata, presentata da chi governa come la sola speranza per un futuro migliore”.

Ma è al “Meridiano” (Romanzi e racconti, a cura di Paolo Di Paolo ed Eugenio Murrali, pp. 1856, € 80, Mondadori, Milano 2021) che occorre guardare, per avere la misura, attraverso le pagine della Cronologia, dell’ininterrotto e multiforme impegno letterario dell’autrice, della frequentazione e talora della riscrittura dei generi del romanzo (epistolare, storico, biografico, autobiografico, diaristico, odeporico, di ricostruzione di fatti di cronaca), ancora della poesia e della forma breve del racconto, un volume che corona la sua “militanza gentile”, titolo che bene esprime la postura intellettuale e politica dell’autrice e che Paolo Di Paolo attribuisce opportunamente alla propria Introduzione. La quale si apre con riflessioni e notizie sul teatro di Maraini autrice di testi e fondatrice di compagnie e luoghi memorabili. L’inesausta capacità di lavorare, “un’etica quasi calvinista del fare”, versatilità e talento, portano la scrittrice a sperimentare altri ambiti dell’espressione artistico-culturale, dalla regia alla sceneggiatura, agli adattamenti cinematografici, ai documentari. Il suo è pensiero privo di cedimenti, sorretto da duratura e inflessibile coerenza etica e da un posizionamento che si richiama a una precisa genealogia di madri letterarie (Deledda, Banti, Romano, Morante, Ortese, Ginzburg), che la rende erede e componente prestigiosa della storia letteraria delle donne scrittrici. Dotata della forte capacità di indagare le pieghe dell’agire del patriarcato negli atti di sopraffazione e violenza nei quali si manifesta, sia che si tratti di fatti di cronaca destinati ai giornali o riproposti nelle pièce teatrali (per esempio in Dialogo di una prostituta con un suo cliente, Mastrogiacomo-Images 70, 1978) o nei romanzi (da Memorie di una ladra La lunga vita di Marianna Ucrìa, a tanti tanti altri), sempre dalla parte delle donne, con una predilezione per coloro che escono da condizioni limitanti di sopraffazione e sofferenza e che conducono a effetto la trasformazione di sé in soggetti autodeterminati, ribaltando a proprio vantaggio condizioni sfavorevoli.

Tutto questo in romanzi che la critica attenta agli studi delle donne ha definito del divenire (più che di formazione). Sovente la miseria e l’indigenza attivano la forza delle donne e fanno germogliare i semi di quelle “piccole bellissime luci” che, proposte a definire l’altra faccia della storia del nostro paese “fatta di orribili ombre” (Sulla mafia. Piccole riflessioni personali, Perrone, 2009), ritengo si possano assumere come metafora della potenza femminile. Non vi è tenebra che non possa essere rischiarata da qualche sia pur tenue luce, accesa dalle donne. Sempre fiduciosa, Maraini, anche nel potere dell’immaginazione, che già fece superare a lei, bambina, i tormenti della fame durante la prigionia in Giappone, accompagnandola verso paesaggi interiori temporaneamente appaganti: in Bagheria racconta di sé piccolissima che mangiava serpentelli e topi mentre la sua mente trasformava le pietre in pane, pasticcio di carote, banane, a seconda della struttura. “È la carenza che fa galoppare i sensi e trottare la fantasia”, perché l’immaginazione non è solo attività consolatoria, essa è “il mio mestiere di scrittrice” (intervista a Nicola Mirenzi, su “HuffPost” del 13 maggio 2020), e tenerla desta è uno dei compiti degli e delle intellettuali. Senza immaginazione l’etica non ha corso, né si comprende il dolore altrui.

La scelta dei romanzi e dei racconti che compongono il “Meridiano” è diacronica: dagli esordi di La vacanza (Lerici, 1962) e di L’età del malessere (Einaudi, 1963), romanzi di matrice realistica nei quali la condizione adolescenziale femminile è fulcro narrativo, a Il treno dell’ultima notte (Rizzoli, 2008), “nato da una passione per la memoria storica” (intervista a Maria Serena Paglieri, “l’Unità”, 29 aprile 2008).

In mezzo, altre quattro opere: la sperimentazione in un’ottica femminista attuata in Memorie di una ladra (Bompiani, 1972), la cui protagonista, Teresa, è donna con la quale Maraini ha potuto dialogare in carcere durante un’inchiesta sugli istituti di detenzione (dal romanzo, l’anno successivo, il film con Monica Vitti); il romanzo-inchiesta Isolina (Mondadori, 1985), storia macabra e tragica dei primi del Novecento dei vari processi a carico di un giovane tenente dell’esercito sabaudo, reo di avere ucciso e fatto a pezzi una ragazza del popolo, Isolina, dopo averla costretta ad abortire. Seguono La lunga vita di Marianna Ucrìa (Rizzoli, 1990), che vendette più di un milione di copie solo in Italia, frutto di accurate ricerche storiche e grande metafora della condizione delle donne; e l’autobiografico Bagheria (Rizzoli, 1993), due opere che l’editoria ha continuato a rendere disponibili.

È la realtà di chi sta in silenzio che Maraini indaga, ed è alle donne che non hanno voce che dà la parola, attraverso la ricerca documentale cui l’immaginazione narrativa insuffla energia e vitalità. Ancora: sono le personagge fuori canone che attraggono l’autrice, le donne disobbedienti, che dissentono dal potere e lo combattono, con le armi della mitezza intransigente e irremovibile, come è stato il caso di Chiara d’Assisi, alla quale ha dedicato una biografia in forma epistolare (Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza, Rizzoli, 2013). Tornando, per concludere, al “Meridiano”: fra il 1957 e il 2017 si collocano i dodici racconti la cui opzione da parte dei curatori obbedisce al doppio criterio del recupero di racconti sparsi e dell’intento di “delineare i nuclei centrali delle raccolte”. Fa eccezione il racconto Fame: patita durante la prigionia, la fame non uccide tuttavia la pietas che la piccola Dacia prova nei confronti degli esseri ancora più indifesi di lei. Di quegli anni e dell’esperienza concentrazionaria propria e della sua famiglia attendiamo con impazienza il nuovo libro che l’autrice ha in cantiere.

luisaricaldone50@gmail.com

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