David Szalay – Turbolenza

0

Provvisorietà emotiva

di Matteo Fontanone

David Szalay
TURBOLENZA
ed. orig, 2019, trad. dall’inglese di Anna Rusconi,
pp. 127, € 15
Adelphi, Milano 2019

Eravamo rimasti al suo sorprendente esordio italiano, Tutto quello che è un uomo (2016, Adelphi, 2017). Non solo ottimamente recensito dalla critica, ma addirittura portato come esempio della nuova letteratura europea: nove racconti lunghi con personaggi maschili impegnati, in varie fasi della vita, alla ricerca di sé in una nazione che non è la loro. Due anni più tardi ritroviamo David Szalay con un’altra raccolta, più breve rispetto alla precedente ma non meno temeraria. I racconti di Turbolenza sono dodici veloci frammenti di vita: dicono tanto con poche parole, in una manciata di pagine hanno la forza di arrivare al nucleo dei loro protagonisti e di svelarne la vera grana, le insicurezze ben nascoste, le bassezze di pensiero o le insospettabili virtù. Ancora una volta, tra l’altro, Szalay gioca con le strutture e con le potenzialità macrotestuali della forma-racconto: il protagonista di ognuna delle dodici vicende è sempre una figura marginale di quella precedente e così via, fino alla chiusura, in una sorta di staffetta scandita da continui passaggi del testimone.

Tutti gli episodi di Turbolenza partono con un volo, quindi con un piccolo sradicamento che è sintomo della provvisorietà emotiva dei personaggi di Szalay e manifesto di una delle sue cifre letterarie più spiccate, il passaggio da un luogo a un altro come base irrinunciabile della scrittura. Non sarebbe esatto, tuttavia, incasellare questo libro nel filone – peraltro abbastanza sparuto – della narrativa d’alta quota: le storie di Szalay sono ben ancorate a terra, dipendono sempre da ciò che accade prima o dopo che il carrello d’atterraggio tocca la pista, i passeggeri recuperano i bagagli ed escono dalla sospensione dell’aria verso le incombenze delle loro vite. In alcuni casi, come nel racconto Madrid – Dakar, il protagonista intuisce che a casa è successo qualcosa di terribile e il tragitto dall’aeroporto diventa una bolla in cui prendono consistenza incubi, ipotesi, timori; in altri, come nel Toronto – Seattle, un’acclamata scrittrice raggiunge la figlia e scopre che il figlio da lei appena partorito è cieco. Piccoli drammi, questi, che si accordano bene con episodi più lievi, come il volo San Paolo – Toronto che segue una notte di sesso non esaltante tra due sconosciuti e mette a nudo l’imbarazzo della mattina dopo, o il Doha – Budapest che approfondisce le titubanze di una ricca signora messa di fronte alla relazione della figlia con un migrante.

Il grande merito di Szalay, oltretutto, è di non fermarsi alla società occidentale di Europa e Stati Uniti: in questi dodici racconti sono narrate le vicende di un giardiniere indiano che lavora negli Emirati e ha una storia clandestina con il collega del giardino a fianco, le incomprensioni tra due fratelli – indiani anche loro – durante un week-end di golf nel Vietnam, la crisi coniugale di una coppia matura di Hong Kong. Sono punti di vista inusuali per uno scrittore europeo, eppure verosimili: Szalay coltiva una vocazione internazionalista che permette a ciò che scrive di oltrepassare le specificità socioculturali che separano le tante letterature del mondo. Non è mai una grande idea, di solito, quando un autore si cala nelle dinamiche di un luogo che non è il suo e cerca di raccontarle dall’interno, come fosse nato e cresciuto lì. È uno sguardo mentitore, e i risultati solitamente sono inadeguati. Al contrario, Szalay modella dei personaggi universali, credibili in Africa come in Sud America, nell’estremo Oriente come a Londra. Forse li occidentalizza, forse il dato che gli interessa indagare non ha a che fare con gli usi, i costumi e le tradizioni delle società e di chi le abita. Per alcuni potrà suonare come un appiattimento, ma nell’epoca in cui persino la locuzione “villaggio globale” sembra polverosa i suoi racconti si rivolgono – almeno in potenza – al mondo intero.

Il romanzo europeo contemporaneo, per come viene raccontato dalla critica, sta prendendo tantissime direzioni. C’è la densa visionarietà di autori come Cărtărescu, Volodine o Krasznahorkai (e il recente Nobel a Olga Tokarczuk sembrerebbe confermare il primato di questa linea); in Inghilterra la quadrilogia stagionale di Ali Smith sta aprendo nuove vie al romanzo politico, mentre in Irlanda i dialoghi brillanti di Sally Rooney ci dicono che è ancora possibile parlare alla Generazione Z; dovunque, infine, è tutto un fiorire di scritture dell’io e testi di matrice non-finzionale. Poi arriva David Szalay, che si presenta al pubblico con una seconda raccolta di racconti brevissima e conferma quanto già si leggeva tra le pagine di Tutto quello che è un uomo: per fare letteratura, quella vera, a volte basta soltanto rappresentare la realtà così com’è, o almeno come la si vede, senza chissà quali scenari o acrobazie stilistiche. In una certa misura, si può dire senza rischiare di essere troppo enfatici che i bozzetti di Szalay siano un degno aggiornamento di quel minimalismo narrativo che proprio al racconto breve deve le sue fortune, una tendenza stilistica fatta di economia di parole e silenzi, di allusioni ricche di significato e lampi che ribaltano una storia nell’arco di un giro di frase. Szalay, con le sue strutture perfette e la sobria essenzialità della sua scrittura, sta provando a portare il minimalismo nel futuro.

matteo.fontanone@gmail.com

M. Fontanone è italianista e consulente editoriale

Condividi.