Eugenio De Signoribus – Stazioni

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di Giorgio Luzzi

Eugenio De Signoribus
STAZIONI
1994-2017
pp. 121, € 14,
Manni, San Cesario, 2018

Oramai tra i pochi editori a credere nella diffusione della poesia e a coglierne contemporaneamente l’aria più fine nel panorama circostante, Manni ci propone ora il lavoro di una delle voci più stabili della generazione matura nel panorama italiano. Eugenio De Signoribus ha assegnato a questa sua nuova fatica in versi una serie di poemetti e “quasi poemetti” già in parte pubblicati in edizioni rare, talvolta accompagnati da immagini di artisti visivi, secondo una collaudata vocazione dell’autore alla cooperazione documentata tra le arti e la parola.

Conoscendo la qualità del poeta marchigiano, la sua infaticabile attitudine all’approdo autoriale, non ci meraviglia apprendere dalle soglie del libro che i testi qui approdati sono portatori di una vicenda editoriale vivace e vitale, al cui interno la “schermaglia” delle varianti renderebbe felice ogni lettore almeno lontanamente definibile come neocontiniano: scrupolosamente documentate dall’autore stesso nei propri rispettivi tragitti editoriali, le numerose prove costruite in vista dell’approdo al libro interessano un arco cronologico che va dal 1994 alla recente data di consegna all’editore. In questo senso, sia detto per inciso, l’arcata temporale coincide con il periodo più fertile della produzione del poeta marchigiano, anche per via della vitalità strutturale del progetto: il poemetto, il verso libero con pluralità strofiche, il testo monostrofico titolato. Le forme metriche si presentano a propria volta come impalcature che definirei “plastiche”, e cioè non cogenti, ma certamente rinvianti a un ordine comunque delle tradizioni; ed è questo, tra gli altri, uno degli aspetti identitari che il lettore esperto riconosce immediatamente alla lettura di questo nostro contemporaneo, ormai stimato non soltanto nel panorama italiano, non identificabile con l’area che si definisce “neometricistica” e contemporaneamente istruttore vigile e esperto di campiture che non sono né versoliberistiche, né, d’altro canto, strettamente sequenziali; e che non sono sempre strettamente monotematiche, ma neppure slegate dall’etica di un progetto e non semplicemente dal volo appagante della intuizione.

Il panorama etico-storico di Stazioni risulterà, per gli studiosi e gli ammiratori dell’autore, particolarmente prezioso anche per la stabilizzazione, per così dire autobiografica, della mappa prestigiosa dei dedicatari, come dire dei padri: quattro in particolare, e si tratta di Luzi e Volponi, di Caproni e di Giudici. Dediche e memorie, in un globo intergenerazionale che rappresenta già per se stesso l’impalcatura in un certo senso fuori testo dell’opera. Si pensi per tutti a questo incipit di “Memoria di Giorgio Caproni” (e si legga poi l’explicit biografico che informa dell’incontro tra l’autore e il vecchio maestro, a Parma nel giugno dell’89): “la tua aguzza voce scuce / la tela dell’immobile meriggio… / estivo è il raggio risorgente, / ciò che era morente vive / come l’appello accorato / verso l’ascolto apparente”.

Il tutto in questo suo inconfondibile idioma, che sa modellare il verso incontro a un indefinibile andamento narrativo e, viceversa, che sa far lievitare le strutture testimoniali in un gioco sottile, quasi inavvertibile, di autoreferenzialità linguistica, acuta e vaporosa. Non estraneo alle grandi tendenze del Novecento. Non strettamente affiliato ad alcuna.

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