Diamo a Chiara quel che è di Chiara

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Carriera, cinema e fortune alterne di un grande dimenticato del secondo Novecento

di Renato Leoni

Ci voleva un anno incredibile come il 2020 per illuminare con una giusta luce una delle biografie e delle opere più incredibili degli ultimi cento anni. Sembrerà strano, ma così è la vicenda di Piero Chiara. Per molti fu autore di provincia, abile a raccontare vicende tra lo scabroso e il goliardico, al limite della pornografia; per altri eccezionale narratore dalla tecnica sopraffina. Un autore, per intenderci, il cui racconto Ti sento, Giuditta aveva un posto fisso sulla scrivania di Dino Buzzati al «Corriere». Si potrebbe dire, semplificando, che Chiara scrisse moltissimi racconti, ma non fu propriamente uno scrittore di racconti. «So di dire un’eresia, specialmente in un mondo letterario come il nostro che invoca e pretende da tutti romanzi e solo romanzi, e poi piange sulla morte del romanzo», usava ripetere a chi gli chiedeva come mai prediligesse una forma così sottostimata come quella breve, almeno all’epoca. Chiara rivendicava e cercava una struttura naturalmente “a misura d’uomo”, una poetica che gli è sempre valsa un buon successo di pubblico ma che alla lunga ebbe un prezzo in termini di critica. Benché considerato “narratore puro”, Chiara non arrivò nelle librerie che alle soglie dei cinquant’anni, una volta pensionato, quando i cosiddetti grandi di solito entrano nella propria maturità artistica.

Ma facciamo un po’ di ordine: prima di esordire ufficialmente come scrittore per Mondadori nel 1962 con Il piatto piange, Chiara visse una vita divisa tra la monotonia dell’impiego negli uffici della pretura e periodi burrascosi di viaggi, svariati mestieri, studi irregolari e non da ultimo una fuga in Svizzera negli anni della Repubblica Sociale come ricercato politico: aveva osato processare i busti del decaduto duce in tribunale con un’arringa farsesca. Al lavoro, e alla passione per le carte da gioco e il biliardo, Chiara alternò quella per le lettere e le arti, fu uno dei maggiori conoscitori dell’opera di Giacomo Casanova, e lavorò senza sosta come organizzatore culturale nella sua regione. All’altezza del suo esordio, insomma, Chiara era un piccolo nome noto nell’ambito della provincia lombarda, ma forse poteva sperare di più: nel 1959, per le prose di Dolore del tempo, ricevette da Gadda una lettera in cui l’ingegnere lodava le sue «nitidissime pagine di un racconto autobiografico così chiaramente vero e forte» e addirittura si professava commosso.

Dopo Gadda, ecco la spinta decisiva del compaesano Vittorio Sereni, da tempo affascinato dai racconti di una Luino mitica e lontana, e a stretto giro di posta anche di Carlo Bo, che pronosticò una lunghissima fortuna editoriale al Piatto. Ebbe ragione, forse anche troppo: a causa di un episodio in cui metteva in scena un’estrema unzione data alla tenutaria di un bordello sul posto di lavoro, Chiara non si fece mancare nemmeno qualche grattacapo con la Chiesa, scandalizzata dall’improvvisa blasfemia. Il suo mondo, però, era questo: vizi e virtù di una provincia ormai estinta, sempre evocata ma mai rimpianta. Una provincia dai tratti grotteschi, dietro alla quale si celava il ritratto di un’epoca catastrofica come il ventennio fascista: un regime volgare e pericoloso, ma allo stesso tempo – almeno a Luino e dintorni – ridicolo, distratto. È un mondo abitato da personaggi i cui nomi, da soli, sanno subito di provincia: Maldifassi, Bordigoni, Duodenale, Spreafico, Vanghetta, Migliavacca, Berlusconi, Tettamanzi, Rimediotti, Merdicchione. Un microcosmo dove la noia e la routine dettano legge, certo, ma dietro l’angolo è sempre in agguato la sciagura, lo scandalo, lo sconvolgimento di ogni ordine costituito.

E così, sull’onda del successo, Chiara sbarcò al cinema. Nel 1970 con Venga a prendere il caffè da noi, trasposizione del racconto lungo (o romanzo breve) La spartizione con un Ugo Tognazzi in stato di grazia diretto da Alberto Lattuada. Purtroppo non tutti gli adattamenti successivi furono all’altezza del primo, e ne furono consapevoli sia Chiara sia Sereni, che mosse le critiche più dure. Per spiegare come il cinema italiano sfruttò i soggetti di Chiara basterebbe citare il nome di un saggio dedicato al tema: Come il maiale, a cura di Roncoroni e Gervasini, edito da Mursia nel 2008. Più che l’utilizzo di strutture semplici, più che la ripetizione di temi e scenari, più che le rapide uscite in libreria, a nuocere all’immagine di Chiara furono infatti le altalenanti pellicole tra anni ’70 e ’80, quando il cinema di casa nostra era sempre più orientato verso la commedia sexy. Va detto, però, che Chiara non aveva nessun programma definito in quanto scrittore, e che nel corso degli anni non si sia mai preoccupato di costruire per sé una carriera ordinata. Il suo solo intento era di scrivere tutto il possibile, restituendo quel piccolo, esemplare mondo nel quale e per il quale aveva prodotto più di trentamila fascicoli giudiziari. Scrivere tutto fino alla fine e, soprattutto, non annoiare mai il lettore.

«Mi sono capitati sotto gli occhi dei piccoli capolavori di narrativa, dai quali ho imparato a raccontare vedendo nella mente i fatti come in un film e studiandomi di tradurli in parole semplici e precise», diceva Chiara degli anni passati nella cancelleria tribunalizia come trascrittore. Lì, soprattutto, poté ammirare quella specialissima «schiera di scrittori involontari» costituita dai carabinieri: in poche parole, recuperò più o meno ironicamente tutta una “tradizione” letteraria insita nella burocrazia italiana, un’operazione che potrebbe far venir la pelle d’oca ad autori e teorici vari delle belle lettere. Eppure un critico attento quale Giovanni Raboni intravedeva nello stile dell’autore luinese una «scrittura così esatta e aggraziata da risultare quasi invisibile», mentre Carlo Carena arrivava ad annoverarlo tra «gli scrittori più ricercati e letterati di oggi, al limite persino dell’erudizione, dell’intercalare colto». Siamo negli anni Settanta, il momento in cui Chiara avrebbe rimescolato abilmente le proprie carte spostandosi su narrazioni dal taglio più biografico: La Stanza del vescovo, Il cappotto di Astrakan, Una spina nel cuore e Vedrò Singapore?.

In questi ultimi due romanzi, oltretutto, l’attenzione si sposta dal mondo del lago Maggiore verso la Francia del dopoguerra e le Venezie del ventennio. Sono libri che mostrano una natura più dimessa, amara, e ambienti dove la spensieratezza del giovane protagonista si scontra sempre di più con la disillusione del vivere. Addirittura, in un inserto di Vedrò Singapore?, Chiara riprende Il canto della tenebra di Dino Campana: quasi duecento pagine sulla giustizia d’ante guerra e le peripezie di un picaresco avventizio tra Cividale e Trieste. Fu un successo clamoroso con quasi mezzo milione di copie vendute in due anni.

In queste ultime prove, dicevamo, Chiara sembra intingere sempre di più il pennino nel calamaio della mestizia ma, pur guardando al passato, non cede mai alla nostalgia. Se nella produzione che va dall’esordio al ’73 il lettore si trovava ben serviti i classici set di corna, personaggi strapaesani, convivialità e sarcasmo, in quest’ultima fase tutto sembra immerso in una luce sempre più cupa, dove i triangoli diventano mortali e aumenta il desiderio di fuga da scenari cadavericamente tedianti. Circa un anno fa il critico Scott Bradfield del «New York Times» ha accostato Chiara ad Hammett, Dürrenmatt e Highsmith parlando di The Bishop’s Bedroom. Bradfield va al di là delle attenzioni di Chiara, ma non gli sfugge quella nota amara di sottofondo che aleggia nelle sue ultime storie. Una fase malinconica, dove il paese sul lago Maggiore non significa assolutamente «non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti»: tutt’altro, è il caso di cercare la vera vita altrove.

«Benché il tempo “gli orrori suoi precipiti”, spero di poter lavorare ancora molti anni, fino a liberarmi di tutte le mie storie per restar vuoto e leggero come le carte degli amaretti che si accendono e si fanno colare in aria dopo i pranzi», confidò a Mimma Mondadori sulla soglia dei settant’anni. In realtà rimase ancora tempo per due raccolte di racconti, poi un’inesorabile malattia.
E se ci fu tempo per presentare lavori su Casanova, D’Annunzio, e proporre una riscrittura delle novelle del Boccaccio, non ce ne fu altrettanto per «un romanzo di un avvocato di Lecco, maniaco del Manzoni, che scopre un fascicolo processuale dei primi decenni del Seicento, e vi trova la storia che è servita da canovaccio al Manzoni: una storia brutale, violenta». Morì il 31 dicembre 1986, a settantatré anni come Casanova.

Di lì a poco sarebbe uscito postumo l’ultimo lavoro terminato: Saluti notturni dal Passo della Cisa. È un giallo asciutto, velocissimo, scritto lottando con il tempo e nel quale ogni elemento risibile è ormai soffocato dalla cupezza, dal dolore della natura umana più meschina. Non c’è soluzione, condanna, colpevolezza o innocenza valida ma solo ferite aperte. Non a caso quei saluti notturni sono sì un commiato per i lettori ma sono anche un riferimento ai versi del Sereni della maturità, ovvero l’amico che aveva permesso una carriera così inaspettata.
E forse, per concludere del Chiara scrittore tra i più amati e fraintesi del Novecento italiano, si potrebbe ricorrere alla vicenda del Bordigoni, eroe e protagonista de Il Balordo: e se del Chiara e della sua riapparizione «si tornava qualche volta a discorrere, era per parlare di lui come del più grande di tutti i balordi, vera o falsa che apparisse la sua storia, a seconda di chi la raccontava». O meglio: a seconda di chi la leggerà.

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