Domenico Rea – Spaccanapoli

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recensione di Dario Gattiglia

Domenico Rea
Spaccanapoli
pp. 169, € 11
Bompiani, Milano 2021
Prima edizione: Mondadori, Milano 1947

«Neorealisti veri o presunti» è il titolo di un paragrafo della Storia della letteratura italiana Garzanti; Geno Pampaloni apre la rassegna di questi fantasmi partendo dal «caso più clamoroso», quello di Domenico Rea. Rea che però non figura tra i «veri» del titolo, poiché egli «neorealista non era proprio». Paradossi piccini, spie di quanto il secolo scorso continui a dover essere digerito. A spostare Rea a lato di quest’etichetta sarà stata, tra le altre cose, la formazione da ragazzo infermo condivisa con Moravia, un altro ribelle istituzionale restio al buonumore; formazione condotta, però, con la schiena piegata soprattutto sui classici, a differenza del romano gran carnefice e vittima della borghesia. Da parte sua, il campano voleva trovare un posto di timone tra il popolo e l’aristocrazia, almeno quella dello spirito; desiderio allora più che comprensibile, che oggi potrà però remargli contro nel ritrovare un pubblico. Il «quinto stato» da lui sostenuto aveva comunque diritto a un vate, per quanto discutibile e volontaristico come molti vati. L’ambiguità già presente nel primo Rea – fra le vittime della crisi del ’56 – emerge bene in un’intervista di vent’anni dopo, dove è «la plebe come ricordo» a «sollecitare all’infinito l’immaginazione di uno scrittore». Così l’«antichità» di fonti e stile in Rea è stato il primo passe-partout per salvarlo dalle riduzioni ideologiche: basta aprire il Meridiano delle Opere, e leggersi la brutta prefazione di Ruggero Guarini come la bella introduzione di Francesco Durante per testare sul campo la noia verso le etichette che tanta critica ha preso a rivendicare.

Questo fortissimamente volere è già chiaro dall’indice di Spaccanapoli, l’esordio di Rea appena ristampato. L’ordine dei racconti è qui logicamente, rigidamente cronologico: con La figlia di Casimiro Clarus – saggio anche impressionante della vaghezza stilistica e vitale a cui fu costretta la gioventù del ventennio – posto all’inizio (nella prima edizione stava in appendice) per mostrare «qual era il mio modo di scrivere […]. Poi avvenne qualcosa, la guerra». Un orgoglioso andar contro se stessi, per rivendicare l’avvenuta evoluzione, ma rischiando di giocarsi subito il lettore che, ingenuo, si aspetta il meglio da un libro a ogni pagina. Il concittadino La Capria farà qualcosa di simile nei suoi Tre romanzi di una giornata, relegando però un proprio brutto racconto giovanile all’introduzione. Libro spinto fino ai limiti del gioco metatestuale con la sola forza della serietà: questo fa di Spaccanapoli anche un corpo straniante.

Ma non è detto che tutto questo ci restituisca il senso di un percorso lanciato verso il futuro. Se non un futuro immediato, già dietro alle spalle. C’è molto odore di zolfo e di chiuso, qui, come a trovarsi evasi nella stanza a fianco: pure, all’epoca dovette sembrare un movimento più che sufficiente, dopo appunto vent’anni di immobilismo nero. Sì, come ha detto Giacinto Spagnoletti, questo fu «un libro di rotture» che ebbe un «effetto esplosivo», ma a quale grado di intensità – e utilità – può arrivare, oggi, la catarsi populista? Detto senza polemica, senza mancare di rispetto alla letteratura come la sognava e praticava il più vero o presunto dei neorealisti, Vittorini: ossia letteratura ad altissima deperibilità, da bruciarsi subito per mandare avanti la macchina. Il futuro immediato resta comunque futuro. Ma tutto, qui, pare davvero svolgersi sotto il segno del prima: dalla guerra «conosciuta per fama» – letteraria in senso lato – alle epigrafi “pesanti” che non possono appartenere se non a grandi classici. Col sospetto di qualcosa da dimostrare nell’autore, come nei villani arricchiti odiosamati: dopo Cellini Rea non vuole spingersi. Forse non a caso il suo primo sostenitore e prefatore illustre fu un decano come Francesco Flora, autore di un’altra Storia della letteratura italiana molto istituzionale. Esclusi i classici, sappiamo anche che molte passioni più contemporanee di Rea andavano a rondisti, ermetici e prosatori d’arte: penne con la testa voltata all’indietro. 

Come detto, in queste pagine si vive nel prima o nel tra: fa fede il periodo scelto, l’Interregno del racconto omonimo ambientato nel solco dell’emergenza, ma anche il toponimo del libro intero, che pare piantar da subito chi legge dentro la spaccatura appena creata. La forma breve rovescia in imploso ciò che avrebbe dovuto essere proiettato all’infuori. Nel 1960 lo stesso Rea avrebbe scritto sugli effetti di questa sua prima esplosione: «Oggi restano sparsi fuochi su vaste zone coperte di cenere». Ma lo si può dire di tutto quello che è stato scritto; la domanda da porre è sempre una: sapendo la fertilità della cenere, resta possibile coltivare? Questa difficoltà nell’afferrare un futuro più ampio si coglie anche da quelle brusche accelerazioni temporali che portano spesso il lettore spaesato in luoghi e tempi non subito connotati del tutto.

Quanto un altro violento fedele al Trecento, Federigo Tozzi, il primo Rea è comunque di quei rari autori locali pregevolmente vuoti di civetterie paesaggistiche, astratti e assieme espressionisti, forse fin troppo preoccupati nel trovare un valore universale e non lirico a partire da un universo piccino, a misura di corpo umano. Con il peso di questo engagement (come si diceva all’epoca), non stupisce che il grosso della ricerca di Rea appaia oggi aver dato frutti prettamente ritmici, musicali. Altro sospetto: che come tutti gli italiani con la penna in mano, Rea si sognasse un soprattutto poeta; e il suo bel mazzo di poesie lo conosciamo, ma ha dovuto attendere il 1976 per mostrarsi in pubblico. Chissà se un Rea sordo alla chiamata neorealista – e al suo confuso bisogno di più prosa – sarebbe stato un altro Gatto, per citare un uomo del Sud altrettanto melico e iroso. 

La “segnorina”, specialmente, giuoca col suo popolo “cantante”: primo personaggio nominato è «Menichella / vecchia zita / accecata dalle rughe», mentre a poche righe di distanza «”Bella roba! / Bella roba!” / mormorò due volte il prete»; si arriva poi a vere e proprie rime: la dama del titolo «com’era elegante. / Come s’era civilizzata. / Profumata e sfrusciante». Ha detto bene Walter Pedullà: ci troviamo di fronte a «forse uno dei più stupefacenti spettacoli di oralità della nostra narrativa»; ma ci si concentri su spettacoli. Niente di più, ma anche niente di meno. E resta difficile non ammirare un corpo a corpo con la propria materia così tenuto, e gestito. Impegnato a tutto tondo: per trent’anni Rea fu soprattutto un revisore, variantista e rieditore professionista  della propria opera: guardando al passato o del presente, dunque?

Certo, il sogno di una lingua nuova non poteva coincidere, al massimo, che con un risveglio temporaneo. Ma noi chiudiamo a cerchio, riaprendo il Pampaloni che scriveva, con l’autore ancora in vita: «Così da tempo è uscito di scena dall’attualità. Ma sarebbe ingiusto dimenticarlo». Come tutto il Neorealismo, «non vuol dire che non sia stato reale, e non vuol dire neanche che non sia stato necessario».

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