Elizabeth Strout – Olive, ancora lei

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di Paolo Bertinetti

Elizabeth Strout
Olive, ancora lei
€ 19.50, pp. 272
Einaudi, Torino, 2020

Olive, ancora lei arriva una decina di anni dopo Olive Kitteridge, il volume di racconti che valse a Elizabeth Strout il Premio Pulitzer nel 2009. Anche questo libro, che l’editore annuncia come “romanzo” è fatto di una serie di racconti. Tuttavia ha ragione l’editore. Diverse sono le caratteristiche che la forma romanzesca ha assunto nel corsi dei secoli: per quanto riguarda la figura e il ruolo del narratore soprattutto, ma anche per quanto riguarda i modi della comunicazione del materiale narrativo. Olive, ancora lei è un romanzo che, per episodi, segue la vita di Olive da quando, nel primo episodio (in cui appena compare) ha 74 anni, fino a quando, nell’ultimo, ne ha 86. Tra i vari episodi non c’è un legame diretto, come tra i capitoli successivi di un tradizionale romanzo. Sono momenti successivi in cui vengono racchiuse la varie fasi della “vita di Olive da vecchia”. Joyce, Woolf, Lowry, sceglievano la vicende di un certo giorno per rivelare una vita intera. Strout seleziona vari momenti, ciascuno dei quali è di per sé epifanico, che, uno dopo l’altro, costruiscono la parte finale di una vita. Il pregio maggiore del libro non sta comunque nella forma, ma nel ritratto di Olive, che due anni dopo al morte del marito, Henry, si risposa con Jack e che, dopo la morte di Jack, accetta di andare a vivere in una residenza per anziani. E’ una donna scontrosa, dura, aggressiva (“credo che tu non abbia mai chiesto scusa, neanche una sola volta, in tutta la tua vita”, le aveva detto il primo marito) ma anche  brillantemente ironica; e in fondo generosa, persino di buon cuore – e lo diventa di più man mano che invecchia. Ma la corazza che ricopre la sua bontà non è soltanto un dato del suo carattere. E’ anche il frutto di una mentalità, di una cultura, di una filosofia di vita ereditata dai Padri Pellegrini puritani che sbarcarono in America non molto a sud della cittadina del Maine in cui Olive vive. Su quella base si costruì un modo di essere diffuso che della durezza ha fatto una virtù. Pagando il prezzo di una fredda superficialità di rapporti che (al di là dei comportamenti formalmente civilissimi) rende difficile aprirsi e costringe a tenere dentro di sé traumi, dolori, delusioni. Ad essere drammaticamente soli. E soltanto in momenti speciali (questo accade a Olive, ma ancor di più ad altri personaggi) ciò che è stato nascosto e represso riesce a venire fuori con un effetto consolatorio e liberatorio.

Questo vale per i rapporti con i figli – di Olive con suo figlio, di una ragazzina sua allieva con sua madre – ma anche tra conoscenti, anche tra marito e moglie. C’è sempre un’esperienza decisiva, magari traumatica, che viene tenuta nascosta, come, ad esempio, il fatto che Jack era stato licenziato da Harvard in seguito alla denuncia per delle pretestuose ragioni #metoo della sua collega Elaine. Nella cittadina abbondano omicidi, truffe, soprusi, pedofilia, tradimenti (una vera galleria di tradimenti); ma tutto rimane nascosto, coperto da una superficie di apparente rispetto della vita privata altrui che è in realtà indifferenza. Spesso è il non detto a contare di più di ciò viene comunicato; per questo aspetto certe “sfacciate” uscite di Olive sono benvenute eccezioni. Ma anche lei, non solo nel rapporto con il marito e con il figlio, ma persino con i nipoti è, diciamo così, vittima del non detto. Ed è magistrale il modo in cui Strout, con l’economicità cristallina della sua prosa, riesce spesso in una sola frase a racchiudere le sensazioni che si accavallano nell’animo dei personaggi. C’è anche però il momento di apertura, di solidarietà umana, ancora più prezioso dato che i rapporti sociali sono così superficiali, esteriori, racchiusi nell’ambito della buona educazione (che Olive, per l’appunto, non pratica spesso). Come quando Olive parla a lungo con Cindy, malata di cancro, trovando il modo nella sua rudezza di darle un po’ di serenità. E nelle frasi finali dell’episodio in questione, intitolato “Luce”, leggiamo che “la cosa che per il resto della vita  Cindy non avrebbe mai dimenticato” era stato semplicemente il fatto che Olive, in quel giorno di febbraio, le aveva fatto notare la bellezza della luce che brillava attraverso i rami nudi degli alberi sul calare del giorno. Oppure come quando Betty, una sua ex-allieva a lei antipatica, va a trovarla per dirle che è morto il preside, di cui da ragazza era innamorata, e scoppia in lacrime. E le racconta “lo schifo” della sua vita, trovando in Olive chi sa ascoltarla e capirla: le è bastato darle un kleenex e chiederle “Com’è la tua vita?”.

Molti dei personaggi sono vecchi, come Olive. C’è una frase, detta da Olive en passant, che dichiara qual è la condizione dei vecchi. “Pensi di essere qualcosa. E poi invece ti accorgi che non sei più niente. Sei diventata invisibile”. Questo sono i vecchi. Invisibili, come ben diceva John Sutherland in un suo libretto di qualche anno fa, The War on the Old. Invisibili, anche nel conteggio dei morti di Covid-19.

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