Emidio Clementi – Gli anni di Bruno

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recensione di Sandro Campani

Emidio Clementi
Gli anni di Bruno
pp. 176, € 16
Playground Libri 2022

«In fondo è vero quello che dice Nazzareno: i figli procurano così tanta angoscia che qualsiasi genitore sarebbe pronto a dare la vita pur di vederli crescere con un carattere docile e assennato, senza rendersi conto di come quei figli ideali siano proprio il tipo di persona con cui non andrebbe mai a cena».

Attorno a Bruno, bambino e poi adolescente, Emidio Clementi compone una storia familiare che scruta l’inquietudine connaturata ai nostri affetti più intimi: l’amore coniugale, l’amicizia, i legami di sangue. Cinque movimenti, legati a ricorrenze o a passaggi significativi: l’apertura spetta alla nonna, la chiusura al ragazzino che dà il titolo al libro. In mezzo, tre brani in terza persona, che riguardano i genitori di Bruno e spostano il fuoco ora sull’uno ora sull’altro, mostrando il loro rapporto anche attraverso quello con il figlio. Le nozze fra Nazzareno, che da giovane ha corteggiato il disastro, e Sonia, ragazza seria di buona famiglia, viste dalla madre di lui. La capriola, che Bruno tenta e il padre osserva, rievocando le sue paure. Un’ospite, a ricordare come ogni coppia stia in piedi con un equilibrio incerto. L’ago, strumento di iniziazione a un’adolescenza che, fatalmente, esce dal cono di comprensione dei genitori per entrare in quello del mistero. I figli degli altri: Sonia, una gita sul Po, il disincanto. Il compleanno, in cui Bruno si inoltra nell’esplorazione dei segreti dei genitori. Cinque movimenti che del racconto hanno la concentrazione e l’attenzione sintetica al dettaglio (sempre in scena a richiamare un mondo fuori) ma un respiro che li fa restare aperti; giustapposti, non susseguenti: le ellissi temporali fra i capitoli rafforzano, in assenza, la costruzione dei personaggi.

Sebbene il tono della nonna e quello di Bruno si distanzino dal corpo centrale del libro, Gli anni di Bruno non è un romanzo corale: non c’è l’intento di slabbrare i fatti simulando voci differenti. Clementi è più interessato, nel cambiare i punti di vista, a mostrarci come, irrimediabilmente, l’essere noi ci separa dagli altri, che ci diventano opachi. La nostra consuetudine familiare è insidiata da una corrente di paura (e quindi di fascino): per quanto intimo, l’altro non coincide con me; nell’intercapedine fra lui e me si insinuano il rischio e l’insicurezza. Questo tema, che Clementi sviluppava già nel libro precedente, L’amante imperfetto (e dallo studio di una coppia ora s’allarga al figlio), risalta nella sua poetica matura; ma lo si intuiva anche agli inizi: ciò che ai tempi, magari abbagliati dalla figura rock dell’autore, si poteva prendere per maledettismo, era un’indagine sulla solitudine e l’inadeguatezza, sulla paura e l’incoscienza: più l’autore inspessisce e raffina il suo sguardo, più l’indagine si allarga, e più cresce la sua consapevolezza che sarà impossibile esaurirla; in questo, Clementi è uno scrittore realista, come possono esserlo Cheever o Philip Roth – o Allan Gurganus (per restare fra i grandi del catalogo Playground). Non è questione di trame, né di evocare drammi: si tratta di avere uno sguardo limpido sull’ambiguità dell’esistenza.

«Nazzareno non ha mai fatto a pugni in tutta la sua vita. Da giovane ha visto gente picchiarsi allo stadio, qualche volta per strada, e si è sempre sentito esposto, come davanti a un precipizio o al ringhio di un cane».

La sensibilità da nascondere come una debolezza che mina la propria virilità, in ambienti fisici come quello della provincia balneare, della città ai margini, dei circuiti alternativi; il mondo in cui Nazzareno ha indugiato, lasciandosi coinvolgere da storie folli – il mondo vissuto e raccontato, ad esempio, ne La notte del Pratello – finisce gradualmente sullo sfondo, a motivare certi tratti dei personaggi, spiegandoci il loro agire guardingo. Quanto alla lingua: è sobria, piena di rispetto per il mistero a cui si accosta. Clementi non scrive bene per il gusto di scrivere bene; scrive tentando, con cura, di avvicinarsi il più possibile. Così l’effetto commovente che le sue pagine suscitano sembra avere come detonatore non tanto questo o quel trucco del mestiere ma la vita, ricreata con verosimiglianza. Ecco un bell’artificio. Passano le chiacchiere, i proclami letterari, i capolavori da fascetta, i casi pirotecnici. Intanto, la scrittura di Emidio Clementi diventa un classico. Sempre più efficace, e insieme più inafferrabile; più precisa e insieme più sfumata: come se il suo epicentro calasse sempre più in profondità, e le onde si propagassero a comprendere più mondo, con una pulsazione esattamente distinguibile.

Dallo slancio vitalistico dei primi anni ’90 alla maturità di oggi, dalla malinconia spaesata alla compassione, non c’è pagina che non sia sostenuta da quella incompromessa purezza di sguardo che rende impossibile non riconoscersi, come esseri umani, qualunque vita noi stiamo vivendo: per pacificata che sia, la nostra vita, cova una tensione che non si risolverà. Non saremo mai definitivamente al sicuro.

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