Ercole Patti – Tutte le opere | Classici

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Odori, suoni e sapori

di Monica Bardi

Ercole Patti
TUTTE LE OPERE
a cura di Sarah Zappulla Muscarà ed Enzo Zappulla,
pp. CXLIV- 3211, € 60,
La nave di Teseo, Milano 2019

L’edizione delle Opere è un invito a rileggere (dopo anni di colpevole oblio) un autore atipico nel quadro della letteratura italiana: narratore, commediografo, critico cinematografico, sceneggiatore e giornalista, Ercole Patti vive in oscillazione perenne fra Sicilia e Roma e attraversa da protagonista la storia italiana dagli anni venti a quelli del boom economico e della “dolce vita”. Il suo stile nasce dalla tradizione siciliana del realismo, ma si nutre di registri satirici e urticanti in cui, come hanno fatto notare i curatori, è sempre in agguato il sentimento della fine: “Un alito di morte che spira dalla lussureggiante campagna siciliana come dall’accesa sensualità dei suoi personaggi e che, talora appena percettibile, ne segna la scrittura impegnata a trasferire nel passato la realtà, nel tentativo di sottrarre il vissuto al fluire devastante del tempo, alla dissipazione emozionale, e a perseguire, con accanimento esclusivo, la ‘ricerca della felicità’”. L’opera di Patti prende avvio da un serbatoio apparentemente inesauribile di memorie autobiografiche che prendono la forma di una prosa d’arte colorata, estrosa e a tratti stravagante fin dagli inizi degli anni trenta, nei resoconti di viaggio, come inviato della “Gazzetta del Popolo” in India, Cina e Giappone. La notorietà arriva nel 1940 con Quartieri alti, la prima ricognizione sui costumi della società borghese che ispirerà a Mario Soldati il film omonimo uscito nel 1945.  Il romanzo successivo, Giovannino (1954), recupera le memorie giovanili attraverso le vicende di un figlio della borghesia siciliana. Con lirismo malinconico e a tratti grottesco, Patti compone il ritratto di una generazione nell’epoca dell’avvento del fascismo, fra disordini sociali, confusioni ideologiche e  malessere. La vera protagonista del romanzo è Catania (come poi sarà Roma nel romanzo successivo), città provinciale, indifferente e altera, che invita all’isolamento e al disimpegno, mentre la vita si riprende (dopo la parentesi del soggiorno nella capitale) il suo diritto a un contatto sensibile, aperto, primitivo con la natura, secondo il gusto spiccato per odori, suoni, sapori che sarà la cifra di tutta la produzione dello scrittore.

Ma il romanzo con cui Patti attira l’attenzione della critica (e anche il lusinghiero apprezzamento di Montale che ne sottolinea “la sorprendente freschezza d’immagini e d’impressioni”)  è Un amore a Roma (1956): la storia fra il giornalista Marcello e l’attrice Anna si snoda in un dedalo di strade trasteverine, popolate di pseudoartisti e altoborghesi ripresi in caricature efficaci. Seguono Cronache romane (1962) e La cugina (1965), la storia dell’amore fra  Agata ed Enzo, durata una vita intera, che Soldati definì “un piccolo capolavoro dove come in certe pitture di Matisse e de Pisis tutto un mondo vive appena sfiorato dai pennelli”. Esce due anni più tardi Un bellissimo novembre (1967), da molti considerato il capolavoro dello scrittore: si tratta ancora di una  storia di amore proibito fra un adolescente e la zia che  ha conseguenze tragiche. Romanzi, racconti, elzeviri, diari sono tutti percorsi da un intento parodico della società borghese, del conformismo fascista, del fatuo mondo del cinema. Sul fascismo Patti (che dopo l’occupazione tedesca di Roma viene arrestato e resta in carcere da ottobre a dicembre del’43) scrive frasi che restano incise nella memoria come quelle dell’incipit delle Cronache romane: “Il fascismo ha coinciso con i più begli anni della mia giovinezza e mi ha amareggiato non poco il gusto di vivere“. E ancora ne La figlia del federale: “Era il tempo della uggiosa e avvilente Roma del fascismo dove tutto filava liscio e non accadeva mai nulla che non fosse voluto e ordinato dalle superiori gerarchie. I giornali si stampavano sotto le rigorose direttive del Ministero della Cultura Popolare (…). Direttori e redattori capi ligi a questi ordini li eseguivano puntualmente spesso andando al di là nel servilismo più di quanto lo stesso Ministero non pretendesse”.   

Con grande attenzione i curatori segnalano la vicinanza a Brancati e la diversità fra i due scrittori, “siciliani della generazione inquieta” che sognavano una fuga dall’isola per sfuggire ai vincoli della grande tradizione del movimento realista. Nel 1974, due anni prima della morte, esce Gli ospiti di quel Castello, ultimo romanzo tragico in cui i motivi di tutta l’opera di Patti e le tessere della memoria – gli “ospiti”, appunto – assumono l’aspetto delirante di un sogno. Nel volume, accanto ai testi teatrali e a quelli radiofonici, le bellissime recensioni cinematografiche mai prima d’ora raccolte in volume e che investono un luogo tratto della storia del cinema internazionale, dagli anni quaranta ai settanta, dal neorealismo ai film d’inchiesta, dai western alle opere di impegno civile. Con divertimento e intelligenza, Patti legge i film tentando spesso un collegamento con la letteratura, il contesto storico, il costume e il suo personalissimo gusto estetico. Fra le pagine di grande interesse per gli amanti della storia del cinema quelle dedicate a Totò, “un attore che aspetta ancora il suo regista”, che si distingue “per la sua leggera e aerea follia, le sue evasioni dalla realtà che si esplicano in certi giri dell’occhio, in certi suoi improvvisi silenziosi fervorini durante i quali l’attore sembra uscire dal mondo e navigare nell’etere”.

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