Eva Cantarella – Gli inganni di Pandora

Nutrici di germi inseminati

di Valentina Pazé

Eva Cantarella
Gli inganni di Pandora
L’origine delle discriminazioni di genere nella Grecia antica
pp. 85, € 12,
Feltrinelli, Milano 2019

In questo breve saggio Eva Cantarella torna su uno dei suoi cavalli di battaglia: il tema della condizione della donna nell’antica Grecia, e in particolare nella società ateniese. Lo fa a partire dalla rivisitazione del mito esiodeo della “prima donna”, Pandora, che è stato spesso accostato a quello biblico della creazione di Eva, ma che esprime – in effetti – un tasso di misoginia ben maggiore di quello rinvenibile nel testo fondativo della tradizione ebraico-cristiana. Mentre Eva, nata da una costola di Adamo, viene creata per fargli compagnia, sia pure in una posizione subordinata, Pandora, frutto di un impasto di acqua e terra che nulla ha di umano, fa la sua comparsa per punire l’umanità dopo il furto del fuoco da parte di Prometeo. Dotata di aspetto piacevole, “mente sfrontata” e “cuore pieno di menzogne”, è destinata a soggiogare gli uomini col suo fascino e a renderli irrimediabilmente infelici. Le variazioni sul tema della donna “genere maledetto”, o comunque genere “a parte”, radicalmente altro rispetto a quello maschile, sono molteplici nella letteratura greca: da Semonide di Amorgo, con il suo bestiario di donne-scrofa, volpe, gatta, scimmia, ape – una più funesta dell’altra –, alle successive, più meditate, riflessioni di medici e filosofi, a confronto con una differenza immancabilmente interpretata in termini di manchevolezza e inferiorità. Sullo sfondo – osserva Cantarella – non è difficile intravedere una “grande paura” e una “grande invidia” maschile, derivanti entrambe dall’“indiscutibile constatazione che i figli nascevano dal corpo delle donne”. È, ancora, soprattutto il mito a rivelare questi sentimenti inconfessabili: Zeus che ingoia l’amante Metis insieme alla figlia che porta in grembo, Atena, che sarà poi “partorita” dalla sua testa; Zeus che – dopo avere folgorato Semele, incinta – raccoglie il feto tra le ceneri e lo inserisce in una delle proprie cosce, da cui nascerà Dioniso. Casi di “paternità surrogata” ante litteram – commenta Cantarella – in cui una figura maschile riesce con successo ad espropriare le donne del loro potere di procreare.

Quanto viene vagheggiato nel mito continua, nell’età classica, a far discutere gli intellettuali, che si interrogano sul ruolo svolto dalle donne nel processo generativo. Giungendo, in alcuni casi, a conclusioni paradossali (che suscitano qualche brivido in chi segue il dibattito odierno sulla maternità surrogata), come quella di chi riconosce alla donna esclusivamente la funzione di “contenitore” del seme maschile. Questa era l’opinione degli stoici, ma era probabilmente anche espressione di un sentire comune, se nelle Eumenidi di Eschilo l’areopago assolve il matricida Oreste con questa motivazione: “Non è la madre la generatrice di quello che è chiamato suo figlio”, “ella è nutrice del germe in lei inseminato. Il generatore è colui che feconda”. Una tesi che Aristotele riformulerà, precisando che la donna fornisce pur sempre la materia indispensabile alla procreazione (identificata con il sangue mestruale), ma che è il maschio a trasmettere la forma, come l’artigiano che plasma la cera. Cantarella non approfondisce qui le molteplici difficoltà che una simile teoria solleva, agli occhi dello stesso Aristotele: se è il padre, e solo il padre, ad imprimere la sua impronta sul nascituro, come si spiegano i casi in cui i figli assomigliano alla madre? E come si giustifica la nascita di figlie femmine? (Su questi temi è ancora fondamentale il volume curato da Silvia Campese, Paola Manuli e Giulia Sissa, Madre materia. Sociologia e biologia della donna greca, Boringhieri, 1983). Cantarella si sofferma invece sul contributo dei medici, alle prese con le “strane malattie” delle donne, alla conoscenza del corpo femminile, molto meno accessibile di quello dei maschi, i cui corpi squartati in battaglia offrivano per lo meno qualche occasione di osservazione. Ed ecco allora “uteri vaganti” e “vergini folli”, che i medici della scuola ippocratica suggeriscono di curare principalmente attraverso il matrimonio e la gravidanza.

Le ben note discriminazioni giuridiche e politiche nei confronti delle donne, di cui l’autrice si era già occupata in L’ambiguo malanno (Feltrinelli, 2013) e in altre pubblicazioni successive, vengono di conseguenza. Nel concludere il volume, Cantarella insiste soprattutto sull’esclusione di bambine e ragazze da ogni forma di educazione: la discriminazione forse più grave, perché apre la strada a tutte le altre. E non si può qui non ricordare come questa preoccupazione fosse al centro di un classico del pensiero femminista, come A vindication of the rights of women di Mary Wollstonecraft. A proposito di femminismo, l’autrice non risparmia qualche frecciatina – che sarebbe stato bello fosse maggiormente sviluppata – nei confronti di letture ingenue di “Platone femminista” e Bachofen “paladino del matriarcato”. Oltre che di concezioni essenzialistiche della differenza di genere, che proprio dalla cultura greca hanno avuto origine.

valentina.paze@unito.it

V. Pazé insegna filosofia politica all’Università di Torino