Francesco Permunian – Giorni di collera e di annientamento

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Il contrario della letteratura è l’editoria

recensione di Alberto Ravasio

Francesco Permunian
Giorni di collera e di annientamento
pp. 176, € 15,90
Ponte alle Grazie, Roma, 2021

Giorni di collera e di annientamento - Francesco Permunian - copertinaIl contrario della letteratura è l’editoria, sembra dire Permunian a ogni riga del suo Giorni di collera e di annientamento (Ponte alle Grazie), magistrale diario cattivistico del covid, dove il covid è metafora di quella che Domenico Starnone ha spesso definito «eccezionalità di massa», ovvero la «bulimia scribacchina», quella «epidemia universale» per cui ormai ci sarebbero più scrittori che lettori. Nel libro di Permunian, ambientato in un grottesco ma credibile presente editoriale distopico, gli editor sono così indifferenti alla differenza che non sanno distinguere una merda d’artista da un artista di merda e quindi, nel dubbio, fanno scouting aprendo a caso l’elenco telefonico o fermando i passanti dalla finestra. Su e soprattutto contro l’editoria in questi ultimi anni stanno scrivendo non in molti, ma di sicuro in molti tra quei pochi che di editoria e di letteratura ci capiscono e che, con l’editoria, qualche volta riescono persino a mangiucchiarci. A parte Moresco, anche scrittori con percorsi editoriali molto meno donchisciotteschi, come Siti (col romanzo Bontà e col saggio Contro l’impegno) e Genna (con History) e persino Albinati (con il sottovalutato Desideri deviati) hanno scritto di editoria e ne hanno scritto o male o malissimo, denunciando l’ormai assoluta separazione tra editoria e letteratura, anche perché, e questo è un dato oggettivo, è quasi scomparsa la figura dello scrittore puro, indiscutibilmente letterario e in odore di canone, che è anche consulente delle grandi case editrici, alla Calvino per intenderci (ci sono editor che scrivono anche loro, ma non è proprio la stessa cosa). Sembra un argomento vecchiotto, così vecchiotto da rischiare di essere eterno. Anche Leopardi scriveva male della società letteraria del suo tempo, Kafka è morto praticamente inedito, Orwell denunciava i libroidi in Fiorirà l’aspidistra e Woolf riuscì a pubblicare solo perché la casa editrice gliela costruì il marito, ma se così tanti scrittori italiani affermati scrivono oggi di editoria e ne scrivono in questi termini, il dubbio che in fondo ci sia qualcosa di specifico nella nostra epoca editoriale, qualcosa che in epoche passate forse non c’era, è legittimo. E in questo ci viene in aiuto il caustico volumetto di Permunian. 

Permunian è un purissimo, uno coerente fino in fondo e quindi un glorioso disperato, e lo dimostra anche in questo suo libro, sorta di seguito sentimentale del Gabinetto del dottor Kafka. Permunian crede in quella che, restando in metafora pandemica, si potrebbe definire «teoria del contagio». Un po’ come Doninelli nel suo Una gratitudine senza debiti, quando da giovane va da Testori e Testori lo condanna alla letteratura, Permunian è convinto che per essere scrittore uno debba farselo dire da un altro scrittore, e a lui l’hanno detto in molti, da Roversi a Zanzotto a Maria Corti. Anche stavolta contro l’editoria l’autore schiera i suoi amati maestri: in questo caso il fantasma di Manganelli, che armato del martello prestatogli da Artaud, come una specie di divinità vichinga martella e abbatte e macella le infinite greggi di aspiranti scrittori. Permunian difende un’idea aristocratica, gerarchica della letteratura, per cui ci sarebbe la letteratura e poi il resto, contro un’editoria indifferenziata dove invece, causa sacrosanto inclusivismo politico e sociale e civile che diventa subdolamente inclusivismo artistico, tutti hanno il diritto di scrivere, e dunque anche il cantante neomelodico fallito protagonista del libro, Don Fifì, non solo vende e si vende, ma vince lo Strega. 

Per mettere in scena questa totale indifferenza alla differenza, questo carnevale delle lettere dove la pancia sta sopra la testa e le vendite sopra la qualità, Permunian non scrive un saggio, come Siti, o un romanzone massimalista e oracolare, come Genna, ma sceglie la via del comico, del vandalismo letterario, della zingarata colta, e nel farlo ci mette tutto e il contrario di tutto, e tutto questo è geniale e al tempo stesso osceno e insolentissimo. Si assiste a scambi di sputi, merda e pallottole tra Don Fifì in sidecar e il pullman di stagisti casinisti della Fondazione Mondadori. Ci sono poi le aspiranti scrittrici rosa, «che spesso suppliscono con la penna alla cronica mancanza del pene». Una in particolare, sedicente sosia di Woolf, si lascia noleggiare sessualmente da Don Fifì, con la falsa promessa della pubblicazione, e mentre lui è dentro di lei e continua a darle del lei, perché comunque il rispetto ci vuole, la manoscrittara, in estasi citazionistica, abbaia «Woolf, Woolf». Preso dall’autoaffabulazione, Permunian ci infila anche altri mostri del paesanesimo all’italiana: il prete omofobo, i sentinelli in piedi, i gay per dio, quelli che per fare prima s’innamorano delle bambole gonfiabili, i barboni intellettuali, le comitive sulla tomba di Mussolini e infine la Funebrera, maschia dominante e ultimo disperato rifugio d’amore di Don Fifì. 

Abolendo le regole del buon costume editoriale, ma non perdendo mai in letterarietà, l’autore chiama provocatoriamente le cose col loro nome più spiccio: la grassona grassona, la nana nana, la nana dentona nana dentona e, come Houellebecq, si dimostra un gerontofobo creativo, soprattutto nei confronti delle donne («Vedo soltanto volti di uomini segnati da eccessi alcolici, o maschere di donne sfigurate da stravizi alimentari e sessuali», e siamo solo alla riga quattro). Il libro di Permunian tradisce, in certi momenti, alcuni problemi di verosimiglianza, come ad esempio l’eccessiva, e perlopiù incongrua, convergenza mimetica tra autore e protagonista. Don Fifì dovrebbe essere un aspirante cantante neomelodico, e dunque, secondo lo stereotipo, un tinto in stile Casadei, con più ugola che cervello, un estroso per mancanza d’interiorità, mentre qui è un raffinatissimo intellettuale, identico al solito protagonista permunianiano: servo fedele delle dittatrici erotiche, ipercolto disilluso, amico intimo dei fantasmi letterari. Come se Busi, in un suo libro, si dichiarasse bidello analfabeta ma poi continuasse a dire e a fare le sue busate. Permunian, al pari di Busi, al pari di Siti, è davvero troppo riconoscibile, troppo onnicomprensivo nel suo punto di vista scrivente perché un suo protagonista, che parla di sé in prima persona, possa davvero essere un altro da lui, qualcuno che l’autore incarna e abita ma nel quale non si riconosce. 

Ovviamente questo scarto è pienamente giustificato dal carattere grottesco dell’intera opera, ma proprio lo stile «tra il visionario e il fanfaronesco» è il vero limite non tanto del libro, ma dell’invettiva che Permunian vuole lanciare. 

In totale regime di grottesco, all’inizio si assiste a una liberazione: i manoscrittari vengono derisi, e tutto ciò è molto piacevole per il tipico lettore permunianiano che tifa per un’altra idea di letteratura. Il grottesco però, tirato per le lunghe, rischia di diventare autolabirintico, perché rende tutto relativo, rende tutto incredibile e quindi poco credibile, tanto che chiunque, leggendo, potrebbe dire: «Sta solo scherzando, queste cose non le pensa veramente», o ancora peggio: «Non è proprio così, è tutto molto più complesso, meno manicheo di come la mette lui», quando invece Permunian dice cose più vere che false e, soprattutto, vuole essere creduto, quantomeno sul piano del messaggio intellettuale. Altra questione: Permunian dice che l’editoria fa schifo perché lui scrive bene e loro male, e lo dimostra scrivendo bene del fatto che loro scrivono male. Ma per combattere i mulini a vento dell’editoria Permunian si appoggia all’operetta, al volumetto minore, quasi d’occasione, un libro smagliante, ma a cui manca una vera struttura, un vero intreccio, dove c’è solo pars destruens, mai pars construens, e con pars construens non s’intende il passaggio edificante o tolstojano, ma il respiro più ampio della grande opera letteraria bastante a se stessa. 

Qualcuno ha scritto che Permunian sarebbe fieramente minore, cioè uno scrittore, come Landolfi, come Flaiano, che non ha mai scritto la tetralogia, la pentalogia, il capolavoro dopo il quale bisogna smettere tutti di scrivere e darsi all’ippica, ma forse Permunian, che ha in testa un’idea di letteratura purissima, assolutista, novecentesca, è come costretto a rifugiarsi nel comico, perché una prosa come la sua, nel mondo editoriale italiano, non può che essere derisa a priori. Anche se lui si prendesse sul serio, facendo il serioso, buona parte dell’editoria lo prenderebbe comunque per pazzo, con quelle sue perversioni polimorfe, con quegli eccessi scatologici, perciò tanto vale fare il pazzo fino in fondo, fare il pazzo per scelta, fare il pazzo e vedere cosa succede. Di certo, restaurando il Novecento, non come idea di letteratura ma come società letteraria, Permunian sarebbe uno scrittore diverso, uno scrittore molto più accolto, molto più integrato, e forse nel tempo avrebbe provato altri colori, altri modi d’intendere la pagina. E invece, dato che il Novecento è morto e sepolto, Permunian per essere pubblicato ha quasi sempre dovuto fare il giro delle sette chiese: Meridiano Zero, Quodlibet, Nutrimenti e ora Ponte alle Grazie, che non è male, ma non è certo quello che per D’Annunzio fu la Mondadori, da lui ribattezzata montagna d’oro.

In ultima analisi il libro di Permunian e la sua opera sollevano una questione ben più generale sul rapporto tra letteratura ed editoria. Lo scrittore dovrebbe scrivere e basta, senza occuparsi di editoria, il vero scrittore sarebbe tale sempre, in ogni sistema editoriale, basta che scriva, ma dal momento che siamo in un’epoca in cui le ucronie vanno tanto di moda, proviamo a farci una domanda scomoda. Cosa sarebbe successo se Permunian fosse nato al tempo di Pasolini, in un tempo dove c’era ancora differenza tra Moravia e la casalinga di Voghera? O ancora peggio, cosa sarebbe successo se Pasolini, altro intellettuale contro, fosse nato al tempo di Permunian, al nostro tempo, e si fosse visto esordire in faccia e senza merito i suoi ragazzi di vita, magari un Ninetto Davoli, fattosi scrittore grazie a Youtube? Forse, vedendo la letteratura ridotta a un gabinetto, al gabinetto del dottor Kafka, Pasolini non sarebbe stato Pasolini, ma un Permunian, non un autore esposto, savianesco, ma un incazzato, un inascoltato, uno scrittore costretto al teppismo, relegato alla provincia delle lettere, e quindi minore e pazzo, ma forse, si spera per noi, sempre libero e necessario e corsaro.

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