Franco Fortini – Tutte le poesie

Non è vero che non siamo stati felici

recensione di Davide Dalmas

Franco Fortini
TUTTE LE POESIE
a cura di Luca Lenzini, pp. 858, € 22
Mondadori, Milano 2014

Partiamo subito da cosa questo libro non è: né un’edizione critica né commentata. Non offre la possibilità di valutare da vicino le trasformazioni nel tempo dei singoli componimenti, ma nemmeno la ricostruzione della compagine strutturale delle prime raccolte nella versione in cui apparvero originariamente; non ci sono note esplicative né introduzioni ai singoli libri, se non quelle che l’autore stesso volle inserire nelle diverse edizioni; e nemmeno ripescaggi di versi dispersi o dimenticati. Eppure, anche senza tutto questo, abbiamo in mano oltre ottocento pagine di poesia, e una sessantina di utili paratesti. Insomma, non sarebbero bastate mille pagine per avere un’edizione commentata, nemmeno confidando nella capacità di sintesi e di selezione che il curatore, Luca Lenzini, avrebbe potuto con sapienza esercitare sulla base della sua lunga e sostanziosa frequentazione dell’opera di Fortini, alla quale ha dedicato di recente un secondo volume di saggi (Un’antica promessa. Studi su Fortini, Quodlibet, 2013) quasi quindici anni dopo un primo interamente dedicato alla poesia (Il poeta di nome Fortini. Saggi e proposte di lettura, Manni, 1999).

Non si tratta quindi, principalmente, di uno strumento di lavoro nuovo per chi vuole studiare la poesia di Fortini, ma è innanzi tutto un libro per chi vuole leggerla. Una proposta certamente opportuna, visto che da tempo latitavano dalle librerie anche gli ultimi frammenti del naufragio: l’ultima raccolta Composita solvantur (1994) e le Poesie inedite, curate da Pier Vincenzo Mengaldo (1997), talvolta ancora qua e là rintracciabili grazie alla tenuta commerciale della “bianca” Einaudi, non potevano dare che una visione del tutto parziale di un percorso ampio e complesso. È vero che coloro che s’interessano alla figura di Fortini (esistono…) aspettavano da anni un secondo “Meridiano”, poetico, dopo i Saggi ed epigrammi, curati sempre da Lenzini nel 2003 (e per avere davvero Tutte le poesie, in un certo senso, bisogna aprire anche quel volume, dove ­compaiono appunto epigrammi e altri testi in versi dell’Ospite ingrato), però questo grosso “Oscar poesia” è un benvenuto invito alla sfida della lettura diretta, che si accosta felicemente agli altri che stanno ricomponendo il corpo della maggiore poesia italiana del secondo Novecento (Vittorio Sereni, Andrea Zanzotto, Giovanni Giudici…) e, in realtà, serve anche a chi Fortini lo studia, grazie all’importante introduzione di Lenzini, alla preziosa nota biografica e agli spunti bibliografici.

Fortini non è un autore che sembra parlare dall’eternità dei tempi, ma uno scrittore impastato di tutte le speranze, le tragedie, le stanchezze e le tensioni del Novecento, eppure con questo volume la sua voce tornerà a parlare, in modi inattesi, al presente. I suoi testi poetici, i suoi rovelli, le sue scelte e le sue antipatie continuano a conquistare, nel passare delle generazioni, nuove orecchie che intendono, altre menti che ascoltano, valutano, interpretano e traducono, accettano e rifiutano. Fortini non è mai stato uno scrittore che parlava a tutti: i suoi scritti hanno sempre postulato l’esistenza di un lettore disposto a riempire i vuoti e a lasciarsi sfidare. Ad esempio, nei primi anni sessanta del miracolo economico e delle speranze del centro-sinistra si lanciava contro il “Progressismo Generalizzato e Riformista” al punto da voler apparire il più astratto, il meno impegnato e impiegabile, il più reazionario degli scrittori: “Vorrei che a leggere una mia poesia sulle rose si ritraesse la mano come al viscido di un rettile”. Ma nella stessa occasione poteva indicare tra i compiti dello scrittore: “Non negare mai la propria parola, dove ci sia possibilità vera di recare offesa salutare agli offensori e giusta ingiustizia agli ingiusti”.

Di qui una poesia spesso non cordiale, che annovera tra i suoi protagonisti la verità e la speranza, ma anche la negazione e la violenza. La continua correzione, la contesa (interna ed esterna) senza riposo sono la sua vera cifra, che trova sfogo stilistico nei “ma” e nei “non” della sua poesia. Lo mostra ad esempio un testo eloquente fin dal titolo: Prima lettera da Babilonia, dove la capacità di costruire versi al futuro, di promessa e di speranza, rielaborando la postura del profeta, sperimentata in altri casi, viene negata puntualmente, senza tregua, con l’abbattimento di tutti i messaggi profetici di liberazione, per mezzo di un’ossessiva ripetizione: “non è vero”. Eppure (potenza del “non”) nemmeno il dovere di guardare in faccia, senza fughe consolatorie, la sofferenza e lo sfruttamento della storia è tutta la verità. “Non è vero che non siamo stati felici” recita uno dei suoi incipit più folgoranti, che conduce infine all’immagine di un tempo non misurabile, senza confini certi, nemmeno quelli della morte, dove viventi che mai poterono incontrarsi fisicamente dialogano e costruiscono, nella “gioia”.

Perché è fondamentale il movimento della doppia negazione, ma anche il lavoro sul plurale: “Non è vero che non siamo stati felici”. La poesia di Fortini è stata anche un protratto esperimento di poesia al plurale: dagli esordi forse troppo ambiziosi (il primo Fortini memorabile, quello che secondo Calvino riusciva “a gridare senza schiudere i denti”, è, nella prima raccolta, nel Coro di deportati, nel Canto degli ultimi partigiani, nel “lamento dei profughi” di Basilea 1945;è nell’anafora pulsante di “Noi non crediamo più…” in Varsavia 1939)fino alla richiesta finale di proteggere le “nostre verità”; con ampie zone di ripiegamento e attraversando anche tutte le pieghe di un’imagery personale fortemente connotata. Poesia del noi, naturalmente (“Non abbiamo tempo / per disegnare le foglie e gli insetti / o sedere alla luce candida / lunghe ore a lavorare”); ma anche del voi, negli appelli a interlocutori possibili e sperati (“Non per l’onore degli antichi dèi / né per il nostro ma difendeteci!”), persino nelle forme di piccoli esseri (“Voi nei sistemi strani che le disperazioni / levano dentro il folto arduo del mondo / e ora nella stanza calma / dell’antenato che sono o divengo / immobili indifesi / ragni esili pendete”); per non parlare degli essi, da individuare chiaramente e combattere.

Attraverso queste e molte altre spie, questa raccolta complessiva offre un territorio da esplorare che si può esperire, nelle sue dialettiche e spire, come unitario. Ma va ricordato che è un’unità che mostra il percorso di Fortini attraverso le raccolte principali, quale lui stesso iniziò a ridisegnarlo dalla fine degli anni sessanta, attraverso la seconda edizione di Foglio di via (1967), e di Poesia e errore (1969), confermate in un volume, fino a quel momento riassuntivo, del 1978. La chiave di volta nell’autointerpretazione è quindi intorno ai quarantacinque anni, intorno a Una volta per sempre (1963), e alla sua eloquente sezione decisiva, Traducendo Brecht. Di lì in avanti lo scarto tra singoli libri e revisione successiva è minimo: si aggiungono a cadenza decennale Questo muro (1973), Paesaggio con serpente (1984), Composita solvantur (1994). Per la comprensione storica della prima parte dell’attività poetica è necessario guardare anche altrove, perché Fortini rifiutò in larga parte, salvo parziali e tardivi recuperi, quasi tutto il primo decennio di versi (la prima poesia pubblicata su rivista è del 1935), e risistemò, con aggiunte e tagli, sia l’esordio ufficiale sia soprattutto il secondo libro: nella seconda edizione si sottolineava la volontà di “mettere in evidenza alcuni aggregati di temi o motivi”.

Tuttavia Tutte le poesie non si chiude con l’ultima raccolta pubblicata nello stesso anno della morte: una sorta di ampia appendice prevede le traduzioni (anche in questo caso attraverso la scelta dell’autore stesso, Il ladro di ciliegie, 1982)e i due accennati recuperi (il proprio: Versi primi e distanti, 1987, e quello di Mengaldo, Poesie inedite). Il libro nel suo insieme permette non solo di leggere unitariamente la traiettoria poetica di Fortini, ma anche di valorizzare le direzioni diverse che esistono: il Fortini maturo e maggiore non cancella del tutto il ventaglio di possibili che aveva dispiegato a partire dai primi esperimenti fiorentini. D’altra parte, persino la raccolta testamentaria, dopo il testo più citato, che inizia riprendendo i primi versi della prima raccolta, che cita in sé il titolo più riassuntivo (“Di bene un attimo ci fu / una volta per sempre ci mosse”) e che conclude esortando alla protezione e al rilancio delle “verità”, prevedeva ancora un’appendice di “light verses e imitazioni”.

davide.dalmas@unito.it

D Dalmas insegna letteratura italiana all’Università di Torino