Storture gridate per sbalordire il pubblico: i freaks di Flannery O’Connor

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Il drago in agguato sul ciglio della strada

di Alessandro Clericuzio

Ogni volta che leggiamo o rileggiamo la narrativa di Flannery O’Connor dovremmo tenere a mente le affermazioni poste da Mark Twain come avvertenza prima del suo romanzo Le avventure di Huckleberry Finn: “Chiunque tenti di trovare un fine a questa narrazione sarà perseguito per legge…” e, prima dell’inizio del racconto, la postilla dell’autore (così si firma) che spiega nel dettaglio tutti i vari dialetti usati nelle pagine successive. In poche righe di assoluta autoconsapevolezza e rigore autoriale, elenca e distingue tra loro dialetti del Missouri, del Sudovest, nonché quattro varianti dell’area linguistica della contea di Pike. “Le sfumature tra l’uno e l’altro non sono buttate lì a casaccio, né ho tirato a indovinare – scrive – esse sono state individuate con grande scrupolo e fedeltà grazie alla mia familiarità con queste diverse forme di linguaggio orale”.

È un esercizio che senza dubbio ha fatto anche Flannery O’Connor, non solo nei casi più espliciti, come quando introduce Hazel Motes, il protagonista di La saggezza nel sangue, che parla “con voce nasale, acuta e stridula, tipica del Tennessee”. Tutti i suoi personaggi, nei romanzi e nei racconti, hanno voce, tono e registro inconfondibilmente riconducibili a quegli stati del Sud che vanno sotto il nome di Bible Belt, con prevalenza della Georgia (dove l’autrice nacque e morì) e del Tennessee. All’enorme ricchezza di dialoghi, con tutte le sfumature regionali, si contrappone la voce narrante fredda, oggettiva, priva di qualsiasi introspezione psicologica o di elaborazione dei dati del reale. Uno degli indiscutibili punti di forza di questi racconti e romanzi sta proprio nello scarto straniante tra le voci compiaciute, arroganti o banalmente vuote – ma sempre colorite – dei personaggi e l’impassibile scansione dei fatti e dell’ambiente a opera dello sguardo lucido di chi narra. L’effetto dirompente è quello di una atmosfera surreale, in cui regnano il contrasto, la sorpresa, lo stravolgimento, o, come ribadiva Flannery O’Connor, il mistero.

Il cielo è dei violenti - Flannery O'Connor - copertinaEra questo, infatti, l’ingrediente a suo avviso essenziale per la letteratura. E a volerla leggere in chiave strettamente religiosa, la sua voce cattolica nel Sud protestante si impone con una unicità assoluta, difficilmente avvicinabile alle scuole estetiche a lei contemporanee o conterranee, come il Southern gothic (Poe, Faulkner), che le stava stretto o la School of Southern degeneracy (Capote, McCullers), che la faceva infuriare. Questo non vuol dire che la sua narrativa non possa essere letta anche come espressione di un grottesco regionale, frutto di contrasti tra un mondo di tradizioni sociali e spirituali e la loro contemporanea disgregazione. Il problema per i lettori meno attenti, lamentava l’autrice, era che quelli che apparivano come scherzi della natura, freaks usciti più da un racconto del terrore che non da placidi resoconti della vita del Sud, erano in realtà mezzi per l’arrivo della grazia divinaNon c’è miglior soggetto narrativo, per O’Connor, di chi ritiene di avere tutte le risposte necessarie nel campo della fede, e, sentendosi al sicuro nelle proprie futili certezze, non vede i segni della presenza del divino nella vita di tutti i giorni. Per questo motivo affolla le sue pagine di colpi di scena in cui irrompe, nelle forme più insolite e spiazzanti, la violenza della rivelazione. Che può arrivare per mano di un brutale assassino quando, con la sua banda, stermina un’intera famiglia (Un brav’uomo è difficile da trovare) o di un truffatore che ruba la gamba di legno a una solitaria ragazza studiosa di filosofia (Brava gente di campagna). Ma dalla sua penna escono anche uno storpio che sposa una ragazza disabile solo per rubarle la macchina e poi abbandonarla in un diner (La vita che salvi può essere la tua), o la signora borghese e devota che muore di crepacuore nel momento in cui scopre che una donna di colore ha lo stesso cappello che ha lei e al quale aveva pensato di affidare la propria elegante unicità (Punto Omega). Descritte così, le sue trame sembrano pescare a piene mani nel sensazionalismo, ma la stessa autrice si pronunciò molto chiaramente su questo punto: “Il romanziere di impegno cristiano – dichiarò – troverà nella vita moderna storture che lo disgustano e il suo problema sarà di farle apparire come storture a un pubblico abituato a considerarle naturali”. Se il pubblico condivide le convinzioni dello scrittore, allora questi potrà “rilassarsi”. Diversamente, dovrà “sbalordirlo per rendere manifesta questa visione: ai duri d’orecchio si grida, per chi è mezzo cieco sei costretto a disegnare figure enormi e spaventose” (Flannery O’Connor, Nel territorio del diavolo. Sul mistero di scrivere, minimum fax, 2003).

Un brav'uomo è difficile da trovare - Flannery O'Connor - copertinaPer catalogare queste figure ipertrofiche, veri e propri agenti di trauma per gli altri personaggi e per il lettore sprovveduto, sono state scomodate le più inquietanti e sofisticate immagini di varie culture, dalle garguglie medievali ai coboldi, ma non c’è dubbio che l’autrice avesse in mente quel “drago in agguato sul ciglio della strada” di cui scriveva san Cirillo di Gerusalemme nell’istruire i catecumeni. Nel percorso verso il Padre delle anime, bisogna passare accanto al drago, rischiando di finire nelle sue fauci. Nell’America del secondo dopoguerra, ubriaca di consumismo e materialismo, il problema della visione è per O’Connor al centro dell’esistenza e della sua ispirazione letteraria. Vedere la realtà e distinguere i falsi miti dai veri punti saldi è essenziale: per questo motivo tutti i suoi protagonisti sono in movimento, in automobile, in autobus, a piedi, a replicare quel percorso verso la redenzione, costellato però da minacce. Identificare e interpretare correttamente sia il proprio itinerario, sia le tante sembianze assunte dal drago lungo il percorso, è l’impegno che l’autrice richiede al suo lettore ideale. Non è un caso, quindi, che la sua narrativa pulluli di segnali, siano essi frutto del mondo naturale (i solchi sul terreno, i movimenti di un toro, l’astronomia) o quella infinità di insegne che punteggiano i viali delle cittadine americane in cui si svolgono romanzi e racconti: cinema, alberghi, croci al neon, poster, negozi di ogni tipo, ma anche scritte sui muri e finanche sui sassi, come accade in La saggezza nel sangue, tanto per non dimenticare il Vangelo di Luca, in cui viene profetizzato che anche le pietre parleranno. E in quest’America profana e mercantesca non manca mai un’automobile, mezzo indispensabile allo spostamento, ma paradossalmente segno dell’immobilità spirituale dei protagonisti, come nel racconto Il profugo e nel già citato Un brav’uomo è difficile da trovare, nonché vero oggetto del desiderio in La vita che salvi può essere la tua. Anche Hazel Motes, in La saggezza nel sangue, non può fare a meno di avere un’automobile, tanto che la trasformerà nel proprio pulpito da cui predicare la sua assurda Chiesa di Cristo senza Cristo. Il Sud degli Stati Uniti non è “Christ-centered” – scriveva O’Connor – è Christ-haunted”. Non ha veramente Cristo al proprio centro: piuttosto, ne è ossessionato. Da qui la costante presenza di sedicenti profeti e falsi predicatori, che non hanno altro ruolo se non quello di confermare la confusione di coloro che lei definiva “mezzi ciechi”, facilmente rintracciabili tra la brava gente di campagna che popola i suoi testi, per i quali si sentiva in dovere di tracciare segni ingigantiti, capaci di scuotere la coscienza.

Questo originale amalgama di sacro e profano, di materiale e spirituale, di volgare e divino, in cui la realtà appare sempre costituita da una serie di strati significanti, che rivelano verità multiple come strati di una cipolla, nonché la sua innegabile capacità di identificare un personaggio con pochi, taglienti tratti descrittivi, hanno reso Flannery O’Connor una delle autrici più amate del Novecento americano, gradualmente (come se la comunità di lettori avesse dovuto metabolizzarla con i tempi giusti) annoverata tra gli scrittori di culto. Oggetto di documentari (il più recente è il pluripremiato Flannery. The Storied Life of the Writer from Georgia, di Elizabeth Coffman e Mark Bosco, 2020), fonte di ispirazione per uno dei film più enigmatici di John Huston, La saggezza nel sangue, tratto dall’omonimo romanzo nel 1979, considerata come modello di riferimento da scrittori del calibro di Raymond Carver, O’Connor non è scampata, però, alle critiche dell’attuale prospettiva del politicamente corretto, che l’ha ripetutamente accusata di razzismo. Negli ultimi inediti da poco pubblicati col titolo di Good Things Out of Nazareth: The Uncollected Letters of Flannery O’Connor and Friends (Random House USA Inc, 2019) sono state rintracciate osservazioni che avallerebbero questa accusa, specialmente in lettere che inviava a casa quando da ragazza aveva visitato New York. L’argomento è – per una scrittrice del Sud – estremamente delicato e ampio al tempo stesso, ed è stato egregiamente affrontato da una studiosa che la conosce molto bene, Angela Alaimo O’Donnell, nel suo recentissimo Radical Ambivalence: Race in Flannery O’Connor (Fordham UP, 2020). Dal canto nostro, visto che l’autrice non può più controbattere, suggeriamo di affidarci alle sue parole con il racconto Il negro artificiale, un piccolo, intramontabile capolavoro che racconta l’iniziazione di un bambino (bianco) al razzismo.

alessandro.clericuzio@unipg.it

A. Clericuzio insegna lingua e letteratura angloamericana all’Università di Perugia

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