Sara Fruner – L’istante largo

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recensione di Marta Rota Núñez

Sara Fruner
L’istante largo
pp. 288, € 15
Bollati Boringhieri, Torino, 2020

“Ho avuto tre madri e non ne ricordo nemmeno una”: è questo il pensiero che tormenta Macondo, il giovane protagonista dell’esordio da romanziera di Sara Fruner. Quindici anni, un quoziente intellettivo sopra la media, cresciuto dalla nonna Roçío, celebre arista di origine cilena trapiantata in Italia, Macondo ha una memoria straordinaria. Eppure, della sua prima infanzia non ricorda nulla. La storia delle tre madri per un po’ regge, “fino alla terza elementare ero convinto che una avesse partorito la mia testa, una la pancia, una le gambe, e che, in qualche modo, mi avessero cucito con ago e filo”, ma poi Macondo cresce. È un osservatore attento, un lettore vorace, uno studente modello, e impara molte cose. Tra queste, una particolarmente dolorosa, sputata a mo’ di accusa sulla nonna: non si possono avere tre mamme.

Macondo, scopriremo, un po’ si sbaglia e un po’ ha ragione. Si sbaglia, perché tre madri si possono avere eccome. Ha ragione, perché lui non he ha tre: ne ha molte di più. E al termine delle 270 pagine de L’istante largo, il lettore si sente invaso da una tenerezza profonda, dolcissima, sanguigna verso ciascuna di loro. Verso ciascun membro della tribù di Roçío Sanchez, il gruppo variopinto che frequenta la casa della pittrice, la sua famiglia acquisita; verso gli amici di Macondo, con la Bea in prima linea, presenza rassicurante e provocatoria, un porto sicuro in costante tempesta; verso i componenti dei Noise, una seconda tribù di un paio di generazioni più giovane; e, infine, verso i legami di sangue, quelli che vanno indietro nel tempo, fino ai nonni di Roçío, e quelli che si diramano nel mondo, dall’Italia alla California, e che nemmeno la distanza riesce a raffreddare.

Sara Fruner, nata a Riva del Garda e newyorkese d’adozione, traduttrice letteraria, insegnante e già autrice di due raccolte di poesie, ci racconta con una scrittura snella, immaginifica e zuccherina una vicenda frastagliata, che si muove tra passato e presente, approda in diversi angoli del globo – protagonista il triangolo Italia-Cile-Stati Uniti, ma anche la Somalia di Hasi, il Marocco di Zeus, l’India di Ravi, la Danimarca, la Slovenia, i Paesi Bassi – e s’insinua con lampi intensi e fugaci nelle vite della miriade di personaggi che tratteggia. L’espediente narrativo iniziale è semplice: il passato di Macondo è contenuto in una scatola che nonna Roçío tiene nel suo studio e che ha promesso di consegnargli il giorno del suo diciottesimo compleanno. Ma altri tre anni di attesa sono troppi, e dunque l’unica soluzione è cominciare a raccogliere indizi da solo per scoprire quale delle tre donne sia la sua vera madre, chi fossero le altre due e che ne sia stato di tutte loro. Eppure, mentre le indagini proseguono e il passato riaffiora lentamente sotto forma di lettere, fotografie, quadri, nomi e dettagli sparsi da ricomporre, la scatola nello studio passa in secondo piano. Da meta finale, contenitore di tutte le risposte, diventa solo uno dei tanti elementi del puzzle, e nemmeno il più imprescindibile. Perché, come Macondo scoprirà presto, il passato non si può inscatolare: ha confini molto meno netti di quel che crediamo, straborda, invade il presente, condiziona il futuro, è già dentro di noi e, allo stesso tempo, forse soltanto dentro di noi.

Se questo libro fosse un paesaggio, sarebbe senz’altro quello dei colli variopinti di Valparaíso, non a caso scelta dall’autrice come provincia natale di Roçío. Una città portuaria aperta sul mondo, principale punto di scambio con l’Europa già dal XVI secolo, celebre per i suoi murales e le pittoresche case colorate, rasa al suolo più volte da terremoti e incendi e sistematicamente ricostruita. Una città la cui essenza – storica, visiva, simbolica – sembra riversarsi in ogni pagina de L’istante largo. Perché quella di Macondo, che si chiama come un luogo inesistente eppure nevralgico dell’immaginario letterario, è una storia di migrazione, d’incontri e scontri culturali, come quello tra il take away di Ravi e l’opera lirica di Corinna, tra il silenzioso passato somalo di Hasi e le cartoline sboccate di Rubi da Lubiana. È una storia di radici, origini e identità, come quelle da cui Roçío è stata strappata ancora ragazzina, quelle che Bea rincorre irrequieta, ma anche quelle di Maitén, di Maia e del popolo Mapuche. È una storia di colori, quelli che Roçío, che ha perso la voce per un carcinoma orofaringeo, utilizza per comunicare con il mondo e con il nipote, ma anche quelli della vivace tavolozza composta da ogni personaggio di questo romanzo, tutti delineati con grande delicatezza e umanità. È una storia di terremoti, alcuni intimi e personali, altri collettivi, come quelli della storia del Cile o degli anni di piombo italiani. E infine, come no, è una storia di ri-costruzione, del passato e del futuro. Ma per farlo, per costruirli, il punto di partenza non può che essere il presente: il tempo presente, il luogo presente e, soprattutto, le persone presenti. Ecco, quindi, la vera scoperta di Macondo: il presente, l’istante largo.

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