Maurizio Gazzarri – I ragazzi che scalarono il futuro

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C’erano una volta gli imprenditori

di Mario Marchetti

Maurizio Gazzarri
I RAGAZZI CHE SCALARONO IL FUTURO
pp. 248, € 20,
ETS, Pisa 2018,

I ragazzi che scalarono il futuro, vincitore del “Premio della giuria dei lettori” del Premio Biella Letteratura e Industria 2019, è un romanzo di grande interesse, che si inserisce in un filone di ricostruzione della storia imprenditoriale italiana che ha visto recentemente altri pregevoli testi come Il grande Gualino di Giorgio Caponetti (Utet) e Giuseppe Borsalino. L’uomo che conquistò il mondo con un cappello di Rossana Balduzzi Gastini (Sperling & Kupfer). Nostalgia di uomini che resero l’Italia un paese in cui si coniugava industria e inventività, un paese insomma aperto al futuro? Un paese in cui c’erano individui creativi, ma dove anche, come nel caso della vicenda della prima calcolatrice elettronica italiana raccontata da Gazzarri, le ormai vituperate istituzioni pubbliche, come la Normale e gli enti locali di Pisa, sapevano investire in azzardi scientifici e tecnologici di grande respiro. Un’epoca in cui un’azienda animata da un uomo visionario come Adriano Olivetti sapeva agire in sinergia con le migliori risorse accademiche, sapeva muoversi nel mondo politico, sapeva proporre un progetto industriale coinvolgente, non unicamente mirato a un profitto di corta portata, concepito anche nei suoi risvolti culturali e sociali. Fu forse un miraggio, una fata morgana? Ma intanto produsse meravigliosi gioielli come la Lettera 22, arrivando, sul piano elettronico, a far concorrenza all’IBM e in taluni casi ad anticiparla. Poi, come sappiamo, si estinse per motivi ancora oscuri. Ma di questo Gazzarri non ci parla.

Ci parla di una fase eroica, nel secondo dopoguerra, tra la metà degli anni Cinquanta e i primissimi anni Sessanta, quella appunto dei ragazzi che scalarono il futuro, quando a Pisa convissero, collaborando, il CSCE (Centro Studi sulle Calcolatrici Elettroniche) sotto l’egida della Normale, nella sede dell’Istituto di Fisica di piazza Torricelli, e il Laboratorio di Ricerche Elettroniche della Olivetti con sede a Barbaricina, poco fuori del centro abitato, nei pressi di San Rossore. Fino all’inaugurazione del CEP (Calcolatore Elettronico Pisano) con finalità di utilizzazione scientifica in ambito universitario e alla messa a punto dei modelli Elea della Olivetti, nella bella veste disegnata da Sottsass, rivolti, invece, al mercato. La ricostruzione di Gazzarri è estremamente puntuale, chiara negli aspetti teorici (ci illumina anche sul sistema binario) e tecnici. Nel romanzo si mescolano in un riuscito amalgama personaggi reali (come gli Olivetti, i rettori e i professori della Normale, gli amministratori locali) e personaggi d’invenzione, come il protagonista, l’ingegnere Giorgio Fabbrini, e la sua amata Angela, combattiva operaia della Marzotto. L’inserimento di questa figura permette all’autore di introdurre interessanti notazioni sulla condizione femminile di quegli anni e sull’impegno sindacale e dell’UDI per migliorarla. Qualche rapida notazione sull’entrata dell’Italia nell’Onu nel 1955, sui trattati di Roma del 1957, sul lancio del primo satellite artificiale sovietico, su personaggi pubblici del tempo come Coppi e Magni per lo sport o Gronchi per l’empireo politico, e qualche originale puntata sui matti di Volterra o sugli studi della Tirrenia dove si giravano commediole musicali fanno da cornice alla vicenda principale, quella della creazione dei calcolatori elettronici italiani. Sembra che l’autore, col suo documentato libro, voglia invitarci a riprendere una strada abbandonata che fu ricca di frutti. Un sotteso auspicio che speriamo trovi orecchie per accoglierlo.

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