Geografie e percorsi di Mario Soldati | Segnali

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di Dario Gattiglia

Mario Soldati
L’ATTORE
238, € 11
Bompiani, Milano 2017 (prima ed. 1970).

Mario Soldati
LE LETTERE DA CAPRI
304, € 14
Bompiani, Milano 2018, (prima ed. 1954).

Mario Soldati
LA MESSA DEI VILLEGGIANTI
256, € 13
Bompiani, Milano 2019 (prima ed. 1959)

Mario Soldati
VINO AL VINO (ALLA RICERCA DI VINI GENUINI)
826, € 23
Bompiani, Milano 2017, (prima ed. 1969-76).

Mario Soldati, medaglia d’argento al valor civile, nato nel primo decennio del XX secolo, morto alle soglie del successivo. Lettere da Capri, ma anche da Torino, Roma e Milano, dalle piccole Tellaro e Corconio, dall’Europa più a Nord e dalla cattolica Lourdes, a volte da oltreoceano. Al mare da bambino con Moravia, in vacanza con Noventa, in fuga al Sud con Steno e Longanesi, a cena col commendatore sulla pagina, con Winston Churchill nella realtà. In origine storico dell’arte, materia «non amata abbastanza», sposo fedifrago dell’America primo amore e per decenni fra le firme più in vista del piccolo e del grande schermo nostrani, «mai amando» davvero la regia. Approdato al narrare ampio solo sui cinquant’anni, questo esercitato trasformista indossò di lì in poi i panni del grande vecchio, capace, a più di settanta, di commuovere Attilio Bertolucci parlando d’amore, sempre d’amore. E sui risvolti dei suoi libri continuarono a succedersi vere e proprie recensioni in forma di epistola, firmate da affezionati colleghi scrittori: piacque infatti sempre più a loro che alla critica, forse perché non negava di sentirsi, da che ricordava, «schiavo dei soldi» e autore per vivere.

Le lettere da Capri, Le due città, La busta arancione, L’attore, Lo smeraldo, La sposa americana, L’incendio, L’architetto, El Paseo de Gracia: titoli da romance vecchia maniera, che non dissimulano una vena enciclopedica, né la massima finzione di ogni narratore: saper assegnare a ogni libro il suo centro preciso. Questo con il contrappunto di altri titoli e sottotitoli soldatiani: «fughe» e «viaggi», in Italia e in Francia, televisivi, alla ricerca dei cibi genuini, in Svezia, nella terra dei diamanti, a Lourdes, in Emilia Romagna, lungo la valle del Po, lungo le rive del Tirreno; in questo, Soldati ricorda il suo Henry James, emigrato di lusso e gran ritrattista di spettri borghesi, il modello che più gli ha insegnato a tenere il narratore reale e quello fittizio, sempre un po’ discosti dagli eventi, a spiare e riferire. E passano per molti luoghi spettrali e spettri di luogo i tre romanzi di Soldati e il volume di racconti che Bompiani ha riproposto nell’ultimo triennio, oltre a Lo smeraldo già segnalato dall’Indice. Graditissimo bonus, quasi una pausa per il rinfresco, sono inoltre disponibili in un unico volume i tre viaggi che il Soldati enologo, dilettante ed orgoglioso, intraprese per un’Italia stavolta vivissima, «alla ricerca dei vini genuini».

Nelle lettere da Capri un regista incrocia per strada un vecchio amico, un americano che desidera proporgli un soggetto: sarà il triste pretesto per sfogare una confessione nella confessione, un piccolo agone teologico, la cronaca di due tradimenti (più uno on the road) e il contenuto di sei fatidiche lettere, in parte censurate. Se Soldati rischia di giocarsi il lettore nel romanzo-litania del suo sposo americano – un «impotente morale» di cui è difficile immaginarsi la faccia, incapace di «amare senza duplice mediazione» – meglio allora ammirare dall’alto la geometria di un romanzo libertino condotto in luoghi e arie da neorealismo già consunto, forse dopo aver captato, fra i singulti della confessione, un sospetto di falsetto non raro nell’autore: high comedy si disse del libro in America, e il Cecchi, nientemeno, fece il nome di Waugh.

Nella nuova edizione riappaiono un capitolo e un amore in più, tagliati a loro tempo: ci si può allora divertire a sdoppiare ulteriormente il romanzo, mettendo alla prova la sua struttura così gestita. E perché non leggere tutto come la prova generale, un quarto di secolo prima, per il bellissimo La sposa americana? Lanciato verso il futuro, questo libro estenuato e crudele, scritto di notte e ispirato dal «diavolo», riacquista umanità, se non bellezza: di quest’ultima, l’autore non sembrava allora interessarsi.

Contorni consigliati: rilanciando ancora oltre, il tardo Architetto, un remake che è ultima possibilità.
Luoghi: via Margutta a Roma «mezza sole e mezza ombra», Parigi, Princeton, un bivio marchigiano, Capri, ovviamente.

Nuove lettere aprono e chiudono La messa dei villeggianti, ma l’eterno alter ego soldatiano, qui sempre in viaggio, non è mai stato più monologante, egotico. Al solito, viaggia e fugge, fugge anche nelle città (Fuga nella mia città titola subito), in escursioni replicate o desiderate da tempo, mai spontanee; e anche i «giovinastri» contro cui ama scagliarsi lo deludono in quanto «intellettuali» e «clerici vagantes». Il Soldati di queste pagine è homo montalianus piuttosto tipico, alla disperata ricerca di un evento: «Presto ho cinquant’anni, morirò senza sapere, delle stelle, niente di più» e «Siamo già morti, e non sappiamo ancora niente, proprio niente, di come andrà a finire» i toni medi su cui chiude la pagina. Se l’ala cattolica della critica accorse al titolo – ben due recensioni del Bo – non trovò soddisfazione: con l’occhio alla data, viene il dubbio che sorregga questo libro di mezza età la gran delusione trasversale che furono i nostri fiftiesEppure, l’autore trova intanto lo spazio per una memorabile esclamazione, degna di un concittadino crepuscolare: «Io sono un idillico egoista!». Ed eccolo di colpo riafferrare se stesso, ringiovanire e infilare in dirittura d’arrivo un mazzo memorabile di racconti, tutti apologhi di sveviana malafede: rassicurandoci che Soldati dà così spesso il suo meglio quando è al suo peggio.

Contorni consigliati: affiancare la Fuga all’ouverture di Addio diletta Amelia. Vent’anni esatti per affinare lo strumento: l’espediente della fuga onirica, già rodata nello Smeraldo, qui corre sull’aria.
Luoghi: molto oltre l’ipotetico cerchio «tra il lago d’Orta e il lago maggiore» evocato in quarta di copertina: è il periodo di un Soldati parigino per lavoro, incantato dalla Vecchia Europa.

Di nuovo un regista italiano narra L’attore: lo incontriamo mentre, in aeroporto, riconosce «dal passo, dal leggero scatto avanti» uno dei suoi divi. Di qui in poi saranno le figurine dello schermo o del palcoscenico a far da scenografia e filo conduttore di un giallo dove si investiga prima del delitto; ma il metodo di indagine è negativo: nessuno qui è in grado di inquadrare davvero chi è di scena; il colpo di genio è stato diffondere l’ambiguità del vero Silvestri a tutto un mondo: e dialoghi e personaggi non cambiano, se visti o riferiti da più parti. A coloro che ipotizzavano un passo pirandelliano, Montale a suo tempo aveva ricondotto di nuovo tutto al James. Come fantasmi, infatti, a rimanere in mente sono le silhouette dei personaggi: su tutte, quella di Giovanna, bellezza «fenicia» che scatena un adulterio non consumato, «stupendo, perché l’amore era tutto il resto, inondava il mondo». Sostenuto da una «felice tonalità grave» (ma la formula si può rovesciare) qui nulla è risolto, tranne l’unica cosa che conti: il finale, di perfezione fiammante. È la degna conclusione di uno dei romanzi soldatiani più apprezzati– piacque a Fortini! – e meglio orchestrati: in particolare, chi ama l’intrigo all’italiana sappia che Sciascia lodava la «tecnica» impeccabile di un grande mystery writer a cui era mancata solo la copertina gialla.

Contorni consigliati: Lo schermitore delle Novelle per l’inverno, per aggiungere alla collezione una figurina di pregio.
Luoghi: «tra una villetta liberty di Bordighera, i casinò della Costa Azzurra e la Roma delle classi abbienti e della burocrazia RAI», stanze e atri di albergo, il fondo del mare.

Per Vino al vino, invece, il discorso si fa più complesso. Se non è possibile raccontare tutte le ottocento pagine – purtroppo mutile delle fotografie originali di Wolfango e Giuliana Soldati – di questa colossale riproposta, diciamo subito le cose come devono stare prima di entrare nel libro, avvertenze per chi legge che sono le conclusioni di chi ha scritto: questo vino ideale, cercato in viaggio, «può paragonarsi soltanto a un essere umano e vivente immisurabile, inanalizzabile se non entro certi limiti, variabile per un’infinità di motivi, effimero, ineffabile, misterioso». «Prodigiosa, magica, estatica, semplice, liquida, trasparente, così limpida e cristallina”, “invisibile come l’acqua», hanno detto della scrittura soldatiana, rispettivamente, Cesare Garboli e Natalia Ginzburg: una prosa liquida al servizio del liquido con la maiuscola, buona soprattutto quando fa sentire «il sapore e l’odore eterno della vita di qui», vino al vino.

 

Contorni consigliati: per chi riesce a trovarlo, l’episodio finale della serie Chi legge?. È dove Soldati incontra, forse per caso, il santo bevitore del «posto più bello del mondo».
Luoghi: il Bel Paese.

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