Gian Luca Favetto – Attraverso persone e cose

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La diritta via è smarrimento  

di Alice Pisu 

Gian Luca Favetto
Attraverso persone e cose
ll racconto della poesia
pp. 256, € 13
Add, Torino 2020 

Indaga lo scarto Gian Luca Favetto, rivendica la propria inattualità per afferrare il proprio tempo senza coincidere con esso e adeguarsi alle sue pretese – come sostenuto da Giorgio Agamben – nell’intento di comporre con Attraverso persone e coseAdd, una storia fatta di ricordi, geografie e immaginario. Se l’interrogativo è cosa sia la poesia, la risposta è una circumnavigazione, incontri improvvisi capaci di generare continui cambi di rotta. L’invocazione degli ultimi versi di Gente spaesata sigla la partenza di Favetto, con la consapevolezza, giunta con Cesare Pavese e Guido Gozzano, di voler tracciare una personale cartografia del sentire dove sono le parole a sovrapporsi ai luoghi dell’infanzia e cadenzare le nuove stagioni dell’esistenza. L’opera rivendica la natura disubbidiente di una scrittura a tentoni costellata da digressioni, rievocazioni, fantasie: una ricerca inesausta che si fa testamento poetico. La definizione che sottende il titolo, “Il racconto della poesia”, comporta due vincoli: la profonda conoscenza della realtà prescelta e il desiderio di assegnare un taglio narrativo a tale ricognizione. Tra antologia e breviario, guida letteraria e diario, Attraverso persone e cose ambisce a organizzare la materia poetica identificando una prospettiva soggettiva, privata, per assegnare una voce storica e collettiva alle tappe di un percorso di reciproco riconoscimento tra il poeta e il lettore. Le partizioni della sua struttura ne suggeriscono il passo, tra liriche paradigmatiche, personali suggestioni, vagabondaggi e incontri. Se la forma cela la scelta di narrare l’incontro e l’identificazione tra individuo e poesia, è l’impronta linguistica, con una scrittura tersa, ad annunciare l’esito primario di un’avventura umana ancor prima che letteraria. Il viaggio che prende forma passa attraverso la tenerezza e la crudeltà della memoria, il significato del nome, il suono, le «radici che portano linfa alle fronde, quelle radici che tengono insieme il passato e il presente dando prospettiva al futuro».  

La brevità, il frammento dei lirici greci, esorta a fermarsi a osservare quel che rimane davanti allo smantellamento dell’inutile per investigare le ragioni del desiderio – “camminare per raccogliere e raggiungere” – e intrecciarle a quelle della scrittura: «Non si scrive di sé, si scrive da sé». La narrazione si nutre di ricordi, riapparizioni, corpi, vive di paesaggi rurali e metropolitani per coglierne il sentimento. Cadenzata da una costante alternanza di ritmo incalzata da nuove figurazioni, la prosa di Favetto si muove narrando solitudini: nell’indugiare sull’idea dell’immagine diventa il volto della ricerca e del racconto della poesia. Solo soffermandosi sul significato assegnato alla natura ibrida della forma adottata si può cogliere l’approccio esplorativo di Favetto. Tale costruzione impone di controbilanciare costantemente il peso del linguaggio e si risolve, tra incisi e confessioni, nella costante alternanza di accento sull’aspetto semantico della parola e su quello formale. Annotazioni e rilievi che anche quando fissano aspetti specifici di una particolare poetica non assumono mai valore oggettivo, in virtù della scelta dell’autore di attribuire una forma lirica a tali considerazioni per renderle condivise con il lettore e lasciargli schegge irregolari della propria biografia. Le folgorazioni della giovinezza, i libri del padre fatti propri, l’eredità di quella estraneità al resto resa verso, la capacità di sentire e osservare il mondo dalla propria solitudine come la nonna ruegliese, si fondono con gli insegnamenti di William Shakespeare sul tempo che va, di Charles Baudelaire sulla memoria che non serve al passato ma a «costruire un’idea di futuro», di Arthur Rimbaud sull’assoluto e di Paul Verlaine sulla dispersione di sé.  

Pagine che sollevano di rimando velati interrogativi sullo stato della poesia contemporanea, sul legame con la tradizione, sull’incarico assegnato al poeta. Ancor prima che nelle esperienze e nelle visioni che popolano le pagine, sono le innumerevoli partenze, gli approdi e i ritorni impossibili a imprimere a quel viaggio interiore l’intera parabola esistenziale del poeta. Una peregrinazione che delinea e ridefinisce costantemente personali baluardi interiori. Invece di dilatarsi, lo spazio geografico qui scava e solleva nuove istanze. È la casualità dell’incontro – poco importa se fisico o letterario – a rivelare secondo Favetto quel che di straniero è celato nell’individuo. Con questa urgenza di scoperta l’esplorazione consegna l’invenzione della montagna con le immagini di Francesco Petrarca nella salita al Mont Ventoux, gli interminati spazi e i sovrumani silenzi leopardiani, le orme lasciate da Edgar Lee Masters con le sue epigrafi, la percezione di incompiuto, le istantanee tra uomo e natura, le richieste di ascolto di Dante per condividere l’esperienza della selva oscura celata dentro di sé: «La diritta via è smarrimento. Per questo si agisce di poesia».  

L’inganno dell’incanto irrompe in tale immaginario: come sosteneva Aurélien Barrau, lontana da un’idea di bellezza, la parola poetica è anzitutto uno strumento politico per essere contro. In tale prospettiva gli interrogativi sulla poesia e sulla vita diventano il mezzo primario per comporre un mosaico in versi e rendere quell’autobiografia letteraria una guida ribelle capace di mutuare e fare propri il tratteggio delle inquietudini di George Byron e le frustrazioni narrate da Percy Shelley, le visioni di Costantinos Kavafis sulla nostalgia, e l’annientamento di sé che in John Keats rivela una poesia non scindibile dalla vita.  È Walt Whitman, definito come il discendente diretto di Omero, ad affollare pagine di riflessioni su quell’«unico immenso libro nutrito di metafisica cronaca quotidiana» che è Foglie d’erba che congiunge «un paese di poesie e prose, una sinfonia di canti, una moltitudine di genti». La solitudine come compagna, come mezzo per attuare la propria ribellione – insegna Emily Dickinson – permette di identificarsi in quella prigione per liberare l’immaginazione e perlustrare i propri abissi. Non emozione ma esperienza, la poesia, rivela Rainer Maria Rilke.  

Sono allora le ossessioni nell’incessante e vana ricerca di una collocazione, le investigazioni e le afflizioni perennemente sul confine tra disperazione e esaltazione a tradursi nella libertà del verso come esperienza che sottende un privato esilio. Scandagliare con Favetto le ignote profondità dell’individuo per cogliere l’incompiuto – da Lucrezio a René Char, Paul Celan, a Samuel T. Coleridge – induce a scrutare l’esistenza umana annullando lo scarto tra arte e vita. Se, come sosteneva Calvino in Leggerezza, solo il lettore può rendere vivo, personale e comunicabile ciò che un autore scrive, con Attraverso persone e cose egli è invitato a entrare nel gioco compositivo dell’autore contribuendo alle infinite possibilità di ricomposizione e riadattamento. Un inventario dell’identità che si rivela un originale compendio dove individuare i tratti essenziali della propria fisionomia poetica. «E questa è la poesia per come la intendo io, leoni che ruggiscono scritture, partenze che sono ritorni, sconfitte che rivelano il coraggio capace di giustificare una vita intera, fanciulle in bicicletta che non dicono una sola parola e una donna che si ferma con te, attacca discorso e insieme mangiate un po’ d’uva». 

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