Francesca Giommi – La figlia del Maharaja

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Viaggio nell’India contemporanea 

Francesca Giommi
La figlia del Maharaja
Viaggio in India
postfazione di Patrizio Roversi,
pp. 165, € 15,
Aras, Fano 2021
 

In un periodo in cui anche i viaggi brevi si sono fatti difficili a causa della pandemia di Covid-19, leggere un libro come La figlia del Maharaja – che narra di una meta remota e ricca di fascino quale il subcontinente indiano – è un’esperienza che permette al lettore di dimenticare per un istante le restrizioni vigenti e riscoprire il piacere di viaggiare. Il volume si collega al precedente libro di Francesca Giommi, Il tesoro degli Ashanti. Viaggio in Ghana (Aras Edizioni, 2017) che condivide con La figlia del Maharaja lo status di “librido” secondo la definizione fornita da Patrizio Roversi nella postfazione: al contempo romanzo, guida di viaggio e saggio antropologico. Il rapporto tra i due libri è tracciato dalla stessa Bea, protagonista del libro e alter-ego dell’autrice, quando osserva che il trait d’union tra i due viaggi è l’apprendere a gestire le incertezze legate alla condizione di viaggiatore: “aveva iniziato già da qualche annetto e da quel suo incomparabile viaggio in Ghana… ad apprezzare la fatalità del tragitto di per sé, che si fa interessante proprio con i suoi percorsi inattesi e insegna sempre qualcosa di nuovo a chi sa viverli e accoglierli appieno.”  

L’amore per il viaggio, da una parte, e per l’India dall’altra, traspaiono in ogni pagina, ma la formazione in studi postcoloniali dell’autrice le consente di trattare di questa terra e delle persone che vi abitano in maniera scevra da ogni orientalismo, tentazione che spesso caratterizza i racconti aventi l’India come protagonista, in quanto meta del viaggio spirituale per eccellenza per molti viaggiatori occidentali. È proprio un gruppo di viaggiatori occidentali, italiani per la precisione, ad essere al centro della narrazione, guidati da Bea e dalla guida locale Raji che li accompagnano in un emozionante viaggio attraverso il Rajasthan alla scoperta di architettura, storia e usanze locali toccando luoghi quali il tempio di Karni Mata a Deshnok, Jaisalmer o la “città d’oro”, la “città bianca” Udaipur fino al Taj Mahal e Varanasi, luoghi simbolo dell’India. 

Si tratta di un viaggio organizzato che –  per quanto riesca a far toccare con mano alcuni aspetti dell’India contemporanea evidenziandone, allo stesso tempo, il ricco retaggio culturale – è pur sempre espressione di rapporti di potere tra viaggiatori e abitanti del luogo, come osserva Bea riguardo alle banchine delle stazioni ferroviarie indiane che hanno “un che di dantesco, rievocando la bolgia infernale e costringendo ad un contatto di forte impatto emotivo con una umanità varia, da cui i nostri erano stati tenuti sinora in gran parte separati, nel confort dei loro resort quattro stelle, ristoranti selezionati e visite convenzionate. Lì lungo i binari invece, intravidero tra i passeggeri in corsa, storpi e mendicanti che rievocavano prepotentemente l’altro volto dell’India, quello che i Marvelous tour cercano di nascondere per questioni di immagine e decenza pubblica.” 

La figlia del Maharaja ci conduce in un luogo che non è univoco, ma molteplice perché percorso da molteplici coordinate temporali: il tempo del mito di divinità quali Vishnu e la dea Kali, il tempo dei viaggiatori, il tempo di quella “umanità varia” che popola le strade al di fuori degli hotel in cui i protagonisti si trovano a soggiornare. Bea, di tanto in tanto, si discosta dalla compagnia non solo per assaporare qualche momento di solitudine e osservare quello che la circonda con più calma, ma anche per far sì che queste temporalità possano entrare in relazione tra loro. Come osservato dall’antropologo Johannes Fabian in Il tempo e gli altri: La politica del tempo in antropologia (Meltemi, 2021), nella ricerca di campo è stato spesso negato all’ ‘altro’ antropologico una presenza nella contemporaneità dell’osservatore e questo ha riprodotto, dal punto di vista culturale, diseguaglianze già presenti in ambito sociale.  

Giommi riesce, invece, a tessere insieme queste temporalità per parlare dell’India del nuovo millennio in tutte le sue sfaccettature, con particolare attenzione alle “questioni di tolleranza e di multiculturalismo” che complicano il rapporto tra politica e spiritualità. Una sfida importante è anche quella della questione femminile: senza sminuire il ruolo limitante che, anche al giorno d’oggi, la religione e il sistema delle caste possono avere nella vita di donne e ragazze, il libro destabilizza gli stereotipi sulla presunta sottomissione delle donne mussulmane con il racconto della libertà di cui godevano le mogli degli imperatori moghul del XVII secolo. Ed è anche un inno alla mobilità femminile, alle donne viaggiatrici e alle esploratrici come Bea e le numerose donne che l’accompagnano in questo viaggio. 

 

S. Volpi insegna inglese all’Università di Roma Tre e antropologia presso LdM (Firenze)
serena.volpi@gmail.com 

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