Giuseppe Berto – Guerra in camicia nera

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Per un’idea di sostanza umana comune

di Matteo Fontanone

Giuseppe Berto
Guerra in camicia nera
ed. orig. 1955, introd. di Domenico Scarpa,
pp. 281, € 17,
Neri Pozza, Vicenza 2020

Scrivere di sé è come deformare la propria memoria: nell’esatto momento in cui lo si fa, e facendolo si dà un ordine al passato, questo diventa inevitabilmente inautentico e artefatto, privo della naturale componente di caos che segna lo scarto tra la vita vissuta e quella scritta. Chi ha studiato la letteratura dell’io e ha masticato un po’ di Lejeune lo sa, l’autobiografia non è mai sincera, parte sempre da una sfumatura. Giuseppe Berto, nel panorama delle lettere italiane, è ancora oggi un nome ostico, o almeno poco esplorato. Autore di romanzi, racconti brevi e di due scritture autobiografiche, i più lo conoscono per il suo capolavoro, quel Male oscuro celebrato come primo, vero romanzo psicoanalitico pubblicato in Italia. Uscito per Rizzoli nel 1964, il Male oscuro ha funzionato per lui come una terapia, un tentativo di elaborare la sua depressione nonostante la certezza che guarire fosse impossibile: se la nevrosi è paura di tutto, anche di scrivere, assumere la postura dello scrittore diventa per Berto il senso profondo della sua psicanalisi. Un modo efficace per combattere la malattia attraverso pagine dove la componente autobiografica è dominante ma mai esclusiva: “ho confuso un po’ tutto, quasi non ricordo le parti che ho inventato”. Lo stesso discorso su autenticità e punto di vista vale anche per l’altro suo libro scritto in prima persona, Guerra in camicia nera, il romanzo in forma diaristica degli anni di Berto da ufficiale fascista sul fronte africano, pubblicato nel 1955 dopo una faticosa trafila editoriale. Come nel Male oscuro, pure qui Berto conserva una grande consapevolezza della potenzialità distorcente della letteratura, una carica ironica che gli consente di raccontare i fatti per come si presume siano andati e subito dopo di ritrarsi nuovamente nella speculazione narrativa, di schermare un capitolo spigoloso della propria vita riscrivendolo, a tratti reiventandolo. Nell’Introduzione all’edizione di recente ripubblicata da Neri Pozza, l’editore vicentino che si è assicurato la cura dell’opera omnia di Berto, Domenico Scarpa definisce Guerra in camicia nera un  “finto diario”, assemblato a partire da bloc-notes, taccuini e ricordi in prima persona dell’autore ma mai del tutto aderente al vero.

Esaurita la questione di metodo sull’autobiografia, viene quella politica e strettamente intrecciata alla biografia. Durante il ventennio, infatti, Berto la camicia nera l’ha indossata con convinzione, arruolandosi da volontario addirittura due volte: la prima, nel 1939, verso l’Abissinia; la seconda, decisamente meno gloriosa, in Cirenaica nel 1942, durante l’affannosa ritirata delle truppe italiane dopo l’ecatombe di El Alamein: ed è proprio questa l’esperienza al centro di Guerra in camicia nera. Quando poi viene internato in quanto ufficiale fascista nel campo texano di Hereford vive la reclusione da prigioniero politico, e alla fine, nel momento in cui si tratta di decidere se collaborare con gli americani rientrando in Italia da ex ufficiale ormai ravveduto, insieme ai suoi compagni di baracca sceglie di no, difendendo la sua presa di posizione non come un’adesione a oltranza al fascismo ma come una sorta di estrema, testarda coerenza.

Un rifiuto che sembra prefigurare ciò che lo aspetta una volta tornato a casa: Berto trascorrerà la sua esistenza nel panorama intellettuale italiano da incompreso. La sua letteratura si scontra inevitabilmente con lo spirito del tempo. La guerra è il cardine e insieme la maledizione di tutta la sua opera; comprensibile, ecco, che non godesse di grande prestigio tra l’intellighenzia di quel periodo. Ottiene anche dei riconoscimenti importanti, e soprattutto un discreto successo presso i lettori, ma in fondo fa quello che Debenedetti attribuiva agli antieroi sveviani: collabora con la sua stessa sfortuna inanellando una serie di atteggiamenti e pubblicazioni che gli inimicano la critica. Guerra in camicia nera, amato dagli einaudiani Calvino e Ginzburg eppure atteso al varco come un libro ai limiti della pubblicabilità, costituisce probabilmente il momento apicale della sua direzione ostinata e contraria. A tutto questo, senza scivolare troppo nel gossip letterario, bisogna per forza aggiungere l’errore degli errori, il durissimo scontro con Moravia, a quell’altezza il nume tutelare della cultura italiana, colpevole secondo Berto di aver favorito l’assegnazione di un premio minore a Dacia Maraini.

E dire che, malgrado uno come lui sia difficile da definire antifascista, dopo il 1945 Berto si è sempre detto “non-fascista”, finalmente affrancato da tutto il portato di atteggiamenti riconducibili alla dittatura: “intolleranza, violenza, prepotenza, retorica nazionalista e non nazionalista”. Nella prefazione alle Opere di Dio, un romanzo pubblicato nel 1948 presso il piccolo editore Macchia, sostiene che la guerra fosse una crudeltà capace di travolgere e annientare tutti, ma in particolar modo quelli che lui chiama “gli incolpevoli”. Dando voce a loro, Berto mette in discussione la responsabilità e l’abbrutimento di chi la guerra l’aveva causata, i fascisti, di cui gli interessa soprattutto indagare il senso di colpa, compreso il suo: basti pensare che il titolo originale scelto da Berto era I nostri peccati – poi respinto forse perché troppo divisivo.

Chiarita la posizione ideologico-esistenziale di Berto dalla fine del ventennio in avanti, resta da capire che cosa lascia in eredità a noi contemporanei un libro come Guerra in camicia nera. A tutti gli effetti, dando credito alla coltissima Introduzione di Domenico Scarpa, questo racconto a posteriori suona credibile fino a un certo punto, in continua oscillazione tra l’umorismo colpevole di chi sa di essere stato vinto dalla storia – che tuttavia lo ha risparmiato – e la rivendicazione di un sentimento di complessa umanità, a volte persino di piccolo eroismo, tra le fila del battaglione di cui faceva parte. Intanto, però, possiamo apprezzare il diario romanzesco di Berto come un resoconto ora descrittivo ora caustico, ma sempre molto dettagliato, della vita delle truppe italiane in Libia. A volte, se non si trattasse di materiale storico incandescente, alcuni passaggi di Guerra in camicia nera sarebbero al limite del comico, altri hanno il passo martellante del romanzo d’avventura. Della guerra Berto testimonia l’assenza, e quindi il senso del ridicolo; il lassismo dei soldati, i continui spostamenti da una linea all’altra, le sottili meccaniche con cui una macchina gigantesca come l’esercito va avanti per inerzia, il tempo sospeso e infine l’agonizzante disfatta. Ci rende partecipi del suo pensiero di allora ridigerito da dieci anni di scarto temporale che lo separano dagli eventi, la partecipazione un po’ sbiadita al fascismo e allo stesso tempo l’umiliazione per il ripiegamento costante di fronte all’offensiva inglese, che avanza senza tregua e non dà scampo.

È una cronaca asciutta, secca nella scrittura e senza appello nella descrizione di sé: quando la morsa del nemico si fa sempre più stretta, Berto mette in piazza la vigliaccheria, la paura, l’inadeguatezza provata di fronte a uno scenario compromesso come quello, fino al limite ultimo della cattura e della prigionia, nel maggio del 1943, accolta con un senso di torbido sollievo: “ad ogni modo, ora è finita”. Sbaglia, però, chi cerca in questo romanzo una semplice abiura: la “vergogna dei vinti” maturata da Berto non prevede una sconfessione totale degli ideali da cui era animato; voleva essere, nell’Italia della ricostruzione, una testimonianza che consentisse a chi quella guerra non l’aveva combattuta – o a chi stava dall’altra parte – di recuperare attraverso il suo libro un’idea di “sostanza umana comune” e finalmente, in tempo di pace, trovare la forza di perdonare quel gigantesco errore. 

matteo.fontanone@gmail.com

M. Fontanone è italianista e consulente editoriale

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