Giuseppe Nibali – Animale

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recensione di Alfredo Palomba

Giuseppe Nibali
Animale
pp. 152, € 15.20
Italo Svevo, Roma, 2022

L’atto di tornare indietro assume quasi sempre i connotati della sconfitta. Non si torna indietro per conquistare ma per recuperare qualcosa, riparare un torto, fare ammenda. Non il desiderio, ma la sopraffazione e la colpa ci fanno tornare nei luoghi da cui eravamo andati via. Il protagonista, omonimo dell’autore, di Animale (Italosvevo, 2022), esordio di Giuseppe Nibali, si vede costretto ad abbandonare temporaneamente Bologna, dove è vissuto fin da bambino, per tornare in Sicilia, sua terra d’origine. Il padre Sergio, stimato professore di filosofia, è stato colpito da un ictus e Giuseppe è il suo unico familiare, il solo che, nonostante un passato traumatico svelato poco a poco dal racconto, può e sente di dovergli stare vicino. L’animalità del titolo è anzitutto questo: un attaccamento ancestrale alla terra e al sangue, che prescinde da sovrastrutture, non conosce proteste e mette in comunicazione ma può, paradossalmente, isolare. Accade a Giuseppe – che, fin da bambino, coltiva “un’ossessione per le specie animali” – e Sergio il quale, nel frequente spaesamento dovuto alla sofferenza cerebrale, “ricorda un animale ferito che viene soccorso, sempre incerto tra la fuga e l’aggressione”.

Padre e figlio sono legati a doppio filo a un mondo, quello siciliano, tanto reale quanto mitico: con una lingua netta, sorvegliata e già matura, in grado di raccontare il contemporaneo afasico di internet e il retroterra leggendario, più ferino e quindi più umano, delle storie antiche tramandate oralmente da Sergio a Giuseppe, Nibali intesse un intreccio in cui il tempo pare oscillare come un pendolo, laddove da un lato ‘succede’ pochissimo, dall’altro si dipana l’intera vita emotiva di due uomini lontani da anni, separati dal buio dell’abbandono materno ma incapaci, alla fine, di restare divisi e divorati dal bisogno di esplorarlo insieme, quel buio. La vergogna fa parte del viaggio e passa dalla delusione, dal crollo del corpo: “Ha vergogna di suo padre. Quel corpo che sembra imploso, un viso scemo che sorride e che fa smorfie”. Resa della carne e, si diceva, del tornare; sconfitta quale premessa alla storia familiare di Sergio e Giuseppe e legge del mondo naturale, giacché “bisogna impararla fin da piccoli, e bene, la sconfitta”, per metabolizzarla e sopportarla.

Animale di Giuseppe Nibali è una telemachia moderna, racconto del presente intessuto di mito greco e siculo, allegoria dell’indissolubilità bestiale, sanguigna, di certi legami. Di recente chiacchieravo con un mio antico professore su come la letteratura, anche ultracontemporanea, anche quella dei “giovani”, non debba temere di confrontarsi coi grandi temi: la vita, il dolore, la morte. Il “giovane” Nibali, nel suo esordio, parla di padri, e lo fa con sincerità straziante, parole calibrate e, mi arrischio a dire, saggezza: una saggezza che pare venire da lontano e pare vecchia, la saggezza del rais che aspetta i branchi di tonni per poterli catturare e macellare, la saggezza bestiale e ottusa di Colapesce perso negli abissi, nel fuoco, per trovare una corona.          

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